La pace non si attende, si conquista. La versione di Polillo
- Postato il 30 novembre 2025
- Esteri
- Di Formiche
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Le parole con cui Leone XIV si presentò al mondo non possono essere dimenticate. Quell’invocazione, ma al tempo stesso un monito, faceva riferimento alla “pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante.” Ed oggi quell’espressione, di fronte ai drammatici momenti del cimento internazionale, è divenuta una bandiera. Il vessillo di tutti i cattolici, ma anche di quei laici, ormai orfani di tradizioni culturali che, nel frattempo, si sono sgretolate sotto i colpi della storia. Questo, insieme alle immagini laceranti di conflitti che non risparmiano alcunché. Che distruggono intere città, come a Gaza. Che uccidono ovunque “soldati e spose”, impedendo loro di “ballare piano in controluce”, come canta Zucchero, in Ucraina. Ebbene sono questi gli ingredienti che stanno alimentando un moto di rivolta così ampio e partecipato.
Sarà anche sufficiente per scongiurarla: la guerra? Per impedire alla follia sanguinaria degli autocrati di perseguire i loro obiettivi di potenza? Se fossimo amici di Putin, sapremmo come comportarci. Ci batteremo per convincerlo a desistere. A non sacrificare migliaia di giovani del suo Paese per conquistare un fazzoletto di terra, irrilevante di fronte all’estensione di un impero che è il più grande del mondo: 17 milioni di chilometri quadrati. Il doppio degli Stati Uniti o della Cina.
Ci comporteremmo come la generazione del ‘68 nei confronti della “sporca guerra”. Come allora, organizzeremo manifestazioni di massa, dibattiti, seat-in, in ogni dove, non per invocare genericamente la pace, ma per costringere gli invasori a sedersi al tavolo della pace. Dopo aver rinunciato ad ogni proposito di conquista militare. E lo faremmo non solo per difendere gli aggrediti – ieri i vietnamiti, oggi gli ucraini – ma le principali vittime di quelle identiche barbarie. Ieri i giovani americani, i cui nomi sono scolpiti nel Vietnam Veterans Memorial Wall di Washington; oggi quelli russi, spesso reclutati con l’inganno ed il ricatto della povertà.
Non sarebbe comunque cosa facile. Allora quelle scelte significarono una revisione profonda, ed a volte dolorosa, del proprio retroterra culturale. Figli di una piccola e media borghesia che abbandonavano le acque sicure del proprio retroterra familiare, per misurarsi con un mare sconosciuto. Spesso incontrando le critiche di grandi intellettuali, che non rinunciavano al loro ruolo di maîtres à penser, per farsi custodi di vecchie ortodossie. Alla fine, tuttavia, ne valse la pena. La vittoria del popolo vietnamita dimostrò che la potenza militare avversaria non era tutto. Che si poteva sconfiggere l’esercito nemico: coniugando resistenza ed azione politica, come nella vecchia canzone di Bertolt Brecht.
L’operazione oggi necessaria è identica nei contenuti, seppure di segno opposto. Occorre rompere con i legami di una vecchia ideologia. Quella che considera l’americanismo, e di riflesso la difesa dei valori occidentali, una sorta di ciarpame della storia. Nessuno chiede di baciare la pantofola di Donald Trump. Il suo resta un esperimento più che controverso. Che gli stessi americani – ecco il vantaggio della democrazia – stanno già considerando tale. Si tratta, al contrario, di difendere il nostro modello di vita, la nostra storia. Un futuro che rischia di essere inquinato dalla presenza di forze oscure. Che devono essere neutralizzate. E farlo subito, prima di dover pagare prezzi ancora maggiori. Come quelli ipotizzati da Fabien Mandon, Capo di Stato maggiore francese, sulla perdita dei nostri “figli”.
Da questo punto di vista, il monito di Leone XIV è illuminante. Fare di tutto per fermare la guerra significa innanzitutto avere consapevolezza della posta in gioco. Questione che interroga la coscienza di ciascuno di noi. Che spinge verso una riflessione critica e, se necessario, autocritica del proprio passato. Del proprio credere in ipotesi fantasiose, costruite spesso sui nuovi canoni della guerra ibrida, grazie all’intervento delle varie intelligenze artificiali. Pertanto: nessuna indulgenza o rilassatezza. Ma avere il coraggio di ricercare la verità nei processi reali che sono davanti ai nostri occhi, seppure nascosti da manipolazioni consapevoli.
Gli elementi a nostra disposizione indicano che, forse, siamo già di fronte ad una nuova “guerra fredda”. Agli inizi degli anni ‘50 essa non fu solo un episodio di storia militare. Si accompagnò invece ad una campagna politica-culturale che aveva l’obiettivo di costruire, in Occidente, una quinta colonna destinata ad agire a favore del blocco comunista. I “partigiani della pace” ne furono la struttura portante. Un movimento di massa formato da importanti settori di pubblica opinione: donne, intellettuali, soprattutto giovani. Le cui fila, tuttavia, erano strettamente in mano all’Unione Sovietica, per conto della quale agivano i dirigenti dei singoli Paesi. Il capo italiano ne era Pietro Secchia, vice segretario del Pci, nonché principale esponente della corrente stalinista.
Durante la guerra di Corea, l’attività del movimento fu frenetica. Manifestazioni di piazza, convegni, conferenze, congressi a livello internazionale, per tenere in piedi le fila di un’organizzazione che si era diffusa a livello mondiale. Che poteva contare, tra l’altro, sul sostegno dei Paesi dell’est europeo, rimasti sotto il dominio di Mosca. “La pace non si attende, si conquista”: questo uno dei tanti punti approvati dal Congresso mondiale di Varsavia nel 1950, destinato a fare scuola anche per le generazioni future. Ma che ora è possibile rovesciare. Considerando che la fine dei “partigiani”, com’era prevedibile, coincise con l’armistizio che pose termine, nel luglio del 1953, alla guerra di Corea.
Si dice che la storia non si ripete. A volte le somiglianze sono più evidenti. Nascono allora delle coincidenze che dovrebbero far riflettere. La guerra del Vietnam finì, anche grazie ad un movimento di protesta potente e radicato, in grado di rappresentare l’altra America. Quella che rifiutava la “sporca guerra” e pensava che il tardo imperialismo americano fosse ormai fuori dalla portata della storia. Il ritiro americano fu anche conseguenza di quella vittoria politica. Certo: dietro questo c’era la forza della democrazia. Cosa che manca del tutto nella Russia di Putin. Il che renderà tutto più difficile. Ma non è per questo, che non si debba tentare.