La nuova nota ministeriale sul pluralismo a scuola è un po’ stonata

  • Postato il 16 gennaio 2026
  • Di Il Foglio
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La nuova nota ministeriale sul pluralismo a scuola è un po’ stonata

A me la nota ministeriale su “manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche” non ha proprio convinto. E’ scritta nel solito burocratese scolastico: dice e non dice, dice che non dice, si richiama al già detto, vorrebbe appena ribadire, giusto estendere un poco quel che già c’è. Evoca ritualmente l’Educazione civica, la “libertà di opinione”, il “dialogo costruttivo”, il “rispetto reciproco”, il “pensiero critico”, la “complessità della realtà”. Entro le mura scolastiche chiede “libero e sereno confronto tra posizioni diverse” con “ospiti ed esperti di specifica competenza e autorevolezza”. In concreto che vuol dire? A cercar bene si troverà sempre per qualsivoglia tesi qualcuno esperto nel sostenerla. Andrà bene ogni contenuto, purché rispettoso delle forme? A scuola come a Hyde Park, in nome della più integrale libertà di espressione? E si dovranno sempre proporre più posizioni diverse? Se a scuola si spiegherà il pareggio di bilancio, ci vorrà anche un sostenitore del Reddito di cittadinanza e della patrimoniale? Se qualcuno racconterà dell’Ucraina invasa, potrà mai mancare qualcun altro a lamentare i presunti latrati della Nato? Tutti devono poter dire la loro perché tutti hanno ragione, o almeno hanno le loro ragioni? E magari, se qualcuno ha ragione davvero e qualcun altro ha torto, la verità, o almeno l’opinione migliore, non potrà che emergere dal confronto? Questa fu l’ottimistica previsione di John Stuart Mill, che però si figurava di conversare amabilmente con altri squisiti onestuomini come lui davanti al tè delle cinque. Non poteva immaginarsi la società di massa, l’uno vale uno, i social, TikTok e ChatGPT. Si finirà come in televisione? Dove però l’urgenza è di tener svegli i telespettatori a ora tarda, tra uno spot e l’altro, facendo battibeccare politicanti di opposto schieramento.

 

Quando si hanno voci contrapposte a scuola, è la scuola stessa a sceglierle disponendosi nel mezzo tra loro, che non vuol dire nella posizione più equilibrata. Per essere a tutti i costi equidistanti spesso è necessario falsare le posizioni. Lo stesso principio della pluralità di esperti a confronto non è nuovo, ma l’applicazione è sempre stata occasionale, spesso opportunistica. Nel liceo in cui insegno, tanto per fare un esempio, lo scorso anno mi sono imbattuto in un progetto scolastico di Emergency in cui si insegnava agli studenti che la Costituzione “ripudia”. Punto e basta. Si faceva intendere che il riarmo europeo sarebbe in contrasto con l’art. 11 della Carta costituzionale (che a scuola è cosa sacra, alla base dell’Educazione civica, dunque della stessa nota ministeriale). Nessuno pensò fosse il caso di ospitare qualcuno abbastanza abile da riuscire a leggere quell’articolo oltre le prime parole della prima frase della prima riga. Forse perché non era un “evento”, una “manifestazione pubblica”.

 

Quando invece, nello stesso liceo, due anni fa, invitai Sergio Della Pergola, pacato studioso ebreo israeliano di fama mondiale, affinché parlasse con gli studenti di passato e presente di Israele, ecco che spuntò per vie misteriose un’iniziativa alternativa, a riparazione dello scandaloso squilibrio. Ci si appellò all’attualità, alla complessità, alla pluralità. Per restare nel politicamente corretto, si invocò l’urgenza di un diverso approccio metodologico. Di fatto gli stessi studenti si dovettero sorbire il monologo di tale Fabrizio Eva, sedicente esperto di Geopolitica, quindi pure alla moda. Tanto esperto da sostenere che nel conflitto mediorientale la religione islamica non c’entra, che nel Corano però ci sarebbe un riferimento a Gerusalemme, che Israele nacque per un’imposizione coloniale occidentale (tesi illustrata con la solita serie di cartine bicolori dove un’immaginaria Palestina araba viene progressivamente divorata dal dilagare della macchia sionista), che è normale che gli arabi rifiutino lo stato ebraico, che è il “muro” costruito da Israele a impedire rapporti fraterni coi palestinesi, che Gerusalemme non è la capitale di Israele, che gli israeliani uccisi il 7 ottobre sono poco più di mille laddove i palestinesi uccisi dagli israeliani dopo quella data sono svariate decine di migliaia con un 60 per cento di donne e bambini. E poi qualcuno lamenta che a scuola non si fa più geografia!

 

Ultimo episodio del genere, un paio di settimane fa. Su una comunicazione ufficiale della dirigenza scolastica si legge che un oratore a favore di Israele (Alessandro Litta Modignani, ben noto ai lettori di questo quotidiano) non avrebbe potuto parlare da solo all’assemblea degli studenti perché occorreva “garantire il contraddittorio, necessario, come previsto dalla nota MIM n. 4.445 del 6/11/23”. Infatti gli è stato affiancato Maso Notarianni, tra i fondatori di Emergency e tra i navigatori nella Global Sumud Flotilla, perché spiegasse agli studenti che per una sindrome psicopatologica il popolo ebraico starebbe facendo oggi al popolo palestinese quanto aveva a suo tempo subìto dai nazisti ovvero starebbe commettendo un genocidio, che però esiste pur sempre il diritto alla “resistenza”, e che l’ostilità contro il sionismo non è affatto antisemitismo.

 

Insomma a scuola, se ancora non si è capito, le due parti non sempre espongono pacatamente delle plausibili congetture teoriche con fare salottiero. Spesso c’è una contesa e qualcuno lancia pesanti accuse. L’analogia più calzante sembra allora quella del tribunale, dove però il giudice è, o dovrebbe essere, davvero terzo, il testimone risponde di quel che dice, soprattutto se denuncia e pure se fa la vittima. Vige la presunzione di innocenza e in dubio pro reo, mentre diffamazione e calunnia sono perseguite come reati. A scuola invece si può ospitare chi semina menzogne, presentarlo come esperto imparziale, e attendersi che l’altra parte si difenda in modo valido e sereno. Ora, lo ammetto, se qualcuno mi accusasse di pedofilia, magari davanti a una scolaresca, non saprei da dove cominciare per cercare di dimostrare la mia innocenza. Si dirà che nei casi citati (ma quanti ce ne saranno di simili nelle diverse scuole?) la nota è stata applicata alla rovescia rispetto agli intendimenti ministeriali. Infatti, benché il testo sia vago e reticente, tutti hanno subito ben compreso trattarsi di una timida risposta proprio al fazioso attivismo fiorito nelle nostre scuole contro Israele e contro gli ebrei dopo il 7 ottobre. Tanto che le si sono levate contro senza indugio le accuse di censura da parte dei soliti sindacati, associazioni e partiti che reclamano il diritto di impiegare anche a scuola la parola “sionista” come legittimo insulto.

 

Si vede che qualcuno ha la coda di paglia. Ma che fare invece con chi capisce, o finge di capire, l’opposto? Non si poteva essere più diretti? L’amministrazione quattro anni fa adottò le Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola, che recepivano pienamente la definizione Ihra: che fine hanno fatto? Se si vuole davvero tracciare una linea di continuità, perché non ripartire da lì? La nuova Nota ministeriale al confronto rischia di apparire solo un pavido passo indietro.

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Autore
Il Foglio

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