“La nostra mente, a forza di guardare nell’abisso del dolore degli altri, se ne porta un pezzetto a casa. E il mondo diventa intrinsecamente pericoloso”. Ecco cosa succede a chi assiste alla tragedia di Cras-Montana raccontata da tv e giornali

  • Postato il 7 gennaio 2026
  • Salute
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Le immagini scorrono, i dettagli si moltiplicano, l’evento resta lontano ma l’impatto emotivo è immediato. Tragedie come quella di Crans-Montana non colpiscono solo chi le vive in prima persona: entrano nelle case, nei pensieri, nelle paure quotidiane di chi guarda, legge, ascolta. Cosa succede allora nella mente di chi assiste “da lontano”? È solo empatia, voyerismo o qualcosa di più profondo che lascia tracce durature sul piano psicologico? Ne parliamo con Elisa Caponetti, psicologa, per capire come funziona questa forma di trauma indiretto e perché, davanti a certi eventi, nessuno resta davvero spettatore.

L’esperta: “Assorbiamo il trauma degli altri attraverso le immagini”

Dottoressa Caponetti, in che modo l’esposizione mediatica costante a una tragedia può trasformare una “eco emotiva” in un vero e proprio disturbo nel quotidiano?

Essere esposti costantemente a un evento traumatico può facilitare la trasformazione della percezione di un evento in un ‘rumore di fondo’ ansiogeno che va a saturare le risorse cognitive. In psicologia parliamo di traumatizzazione vicaria: un fenomeno per cui, pur non essendo vittime dirette, ‘assorbiamo’ il trauma altrui attraverso il racconto o le immagini. È come se la nostra mente, a forza di guardare nell’abisso del dolore degli altri, finisse per portarsene un pezzetto a casa. Questo meccanismo agisce alterando il nostro senso di sicurezza: il mondo smette di essere percepito come un luogo prevedibile e diventa intrinsecamente pericoloso. Quando l’eco emotiva impedisce il ritorno alla normalità, possono manifestarsi varie tipologie di sintomi e disturbi che vanno da uno stato ansioso e di allerta costante, come se fossimo sempre sul punto di dover fuggire da un pericolo imminente, a pensieri intrusivi legati a immagini della tragedia che appaiono improvvisamente nella mente mentre facciamo altro, come dei flash che non riusciamo a spegnere. In breve, non siamo più spettatori esterni, ma diventiamo partecipi di una ferita collettiva che cambia il modo in cui guardiamo i nostri figli o usciamo di casa”.

Non ci si sente più “invulnerabili”

Perché eventi drammatici che coinvolgono giovani e adolescenti attivano pensieri come “poteva succedere a mio figlio” in molti genitori? Cosa ci dice la psicologia dello sviluppo su questa reazione e fino a che punto è utile o disfunzionale?
“Davanti a tragedie che colpiscono i giovani, scatta la cosiddetta identificazione proiettiva: il figlio viene vissuto come un’estensione di sé e della propria continuità biologica. Vedere un coetaneo di nostro figlio colpito da una profonda tragedia, rompe l’illusione di invulnerabilità e questo spaventa profondamente. In psicologia dello sviluppo, questa reazione è adattiva se spinge alla protezione, ma diventa disfunzionale se si trasforma in ansia soffocante (iperprotezione), impedendo al minore di esplorare il mondo”.

Come si distingue, nella pratica clinica, la traumatizzazione indiretta da reazioni emotive normali di paura o ansia collettiva? E quali segnali indicano che è il caso di intervenire con un supporto professionale?
“L’ansia collettiva è passeggera e legata al contesto. La traumatizzazione indiretta incide sul funzionamento quotidiano. I segnali d’allarme includono l’evitamento (fuggire da discorsi o luoghi legati all’evento), disturbi del sonno, una marcata alterazione del tono dell’umore e un senso di disperazione costante. Se la persona proietta la tragedia sulla propria vita in modo paralizzante, il supporto professionale diventa essenziale per ‘digerire’ l’emozione bloccata”.

Riprendere con lo smartphone come sintomo di distacco, freezing

Qual è l’effetto di fenomeni come riprendere o guardare video durante tragedie – per esempio con lo smartphone – sulla percezione del rischio e sull’elaborazione emotiva? La ricerca suggerisce che non sia solo superficialità, ma può esserci qualcosa di più profondo nel modo in cui il cervello elabora lo shock e la minaccia.
“Assolutamente si! Riprendere un evento tragico non è sempre e soltanto legato a questioni di freddezza. È importante non generalizzare questi tipi di comportamenti, non si tratta necessariamente di cinismo. Spesso è una risposta di difesa dal freezing (congelamento emotivo): frapporre lo schermo tra sé e l’orrore crea una distanza psicologica, un filtro che permette di mediare uno shock altrimenti inelaborabile. Tuttavia, questo apparente distacco altera la percezione del rischio, anestetizzando l’empatia immediata e complicando la successiva e reale elaborazione profonda, poiché il cervello cataloga l’evento come ‘contenuto’ piuttosto che come esperienza umana”.

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Il Fatto Quotidiano

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