La locandina, il consiglio cinematografico di oggi: La città incantata, di Hayao Miyazaki

  • Postato il 2 aprile 2025
  • Cinema
  • Di Blitz
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Da giorni non si parla d’altro che del rilascio dell’ultimo generatore di immagini su ChatGPT di OpenAI, che ha contribuito allo scatenarsi di una vera e propria ondata di meme online con immagini realizzate attraverso l’iconico stile dello Studio Ghibli. Sui social, com’è ovvio immaginare, si è innescata una sorta di Ghibli-mania fuori controllo, perpetrata da una miriade di utenti ma anche da personalità di spicco del mondo dello spettacolo e della politica.

Sul profilo Instagram di Giorgia Meloni, per esempio, la premier è apparsa in due differenti immagini generate con l’intelligenza artificiale, naturalmente ispirate a quello stile che ha reso grande il regista giapponese Hayao Miyazaki. Questo ha provocato le reazioni indignate degli utenti, i quali si sono riversati nei commenti palesando un certo grado di paradossalità ideologica: la politica della Meloni, infatti, è in netto contrasto, per esempio, con il film Porco Rosso, tra i più iconici di Miyazaki, in cui si ha una visione del mondo diametralmente opposta a quella della premier. Ma tutto è buono e “giustificato”, purché il linguaggio rispecchi le mode e le tendenze giovanili, anche quando l’atto stesso di avvicinarsi a esse risulta essere forzato e in definitiva fuori luogo.

Al di là della politica, però, la questione è molto più profonda e nasconde insidie che solo in superficie si possono considerare “mode passeggere”. Più in profondità, infatti, c’è un mondo legato per esempio allo sfruttamento dei contenuti protetti dai diritti d’autore, un argomento ancora gravemente poco chiaro nel contesto di questa Ghibli-mania, e soprattutto l’abbassamento tonale di un valore artistico che è identitario di un immaginario creativo tra i più affascinanti di sempre, quello attinente al cinema di Miyazaki. Si ha quindi una sorta di sradicamento culturale inquietante, condotto senza alcuna cognizione di causa anche da chi forse quell’universo creativo non lo conosce affatto.

Non sono arrivati commenti né da parte dello Studio Ghibli né tantomeno dallo stesso Miyazaki, il quale diversi anni fa aveva manifestato un certo disprezzo riguardo all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel mondo dell’animazione, ritenendosi perfino “disgustato” dal risultato di una versione di prova animata generata con l’IA. Confortandoci con le vere opere del maestro giapponese, oggi vi consigliamo quello che più di altri consideriamo il suo capolavoro, una summa stilistica e narrativa del variegato mondo di Hayao Miyazaki, ovvero La città incantata.

La città incantata, di Hayao Miyazaki

Chihiro, una bambina di 10 anni, viaggia con la propria famiglia in direzione della loro prossima abitazione. Il padre, però, sbaglia strada, ritrovandosi all’imbocco di un tunnel che sbuca su una vallata, sulla quale spiccano diverse case. Incuriositi, i genitori di Chihiro esplorano la zona ritrovandosi in un ristorante completamente deserto. Qui iniziano ad abbuffarsi senza alcun ritegno, mentre la piccola Chihiro entra in contatto con un ragazzo di nome Haku, che le ordina di andarsene subito.

La bambina torna in fretta dai propri genitori, scoprendo che questi si sono trasformati in grossi maiali e che ormai lei e i suoi genitori si trovano in un mondo magico di antiche divinità governato da una terribile strega di nome Yubaba. Spaventata e disorientata, Chihiro inizia lentamente a diventare invisibile ma Haku, giunto in aiuto della bambina, riesce a salvarla. Il ragazzo spiega poi a Chihiro che l’unico modo per salvare i propri genitori, evitando inoltre di essere catturata dagli uomini di Yubaba, è quello di trovarsi un lavoro nella città incantata.

La forza poetica delle immagini

La città incantata è senza dubbio il capolavoro che meglio definisce l’estetica visionaria e la potenza contenutistica delle opere di Hayao Miyazaki. Nonostante il film rimandi a una tradizione fiabesca profondamente radicata nella cultura giapponese, lo spettatore occidentale, complice l’universalità dei temi proposti e un comparto tecnico ipnotizzante e ugualmente adattabile alla sensibilità di ognuno, riesce con facilità a farsi rapire dalla poetica delle immagini pur perdendone i riferimenti storici. Una perdita dolce, nonostante tutto, perché lo spettacolo si mantiene sempre su altissimi livelli, permettendo un’immersione totalizzante che solo pochi film d’animazione riescono anche solo vagamente a eguagliare.

Presentandosi come un racconto di formazione, ovvero quel genere storico di narrazioni in cui il protagonista compie un processo evolutivo che lo porta a crescere e spesso a cambiare radicalmente, La città incantata, attraverso il personaggio della piccola Chihiro, inquadra con originalità quel complesso e obbligato passaggio dalla spensieratezza infantile alla realtà, talvolta crudele, dell’età adulta. Eppure, a testimonianza di una pluralità straordinaria di messaggi e di contenuti, come per esempio la percezione di un mondo magico che rispecchia per allegoria il nostro, non esiste una chiave di lettura univoca che sposti l’interesse e l’interpretazione in un’unica direzione. La città incantata, come ogni film di Miyazaki, trascende un certo tipo di sviluppo narrativo didascalico e tedioso, lo stesso che, un po’ come avviene in tanti film d’animazione, fa la morale al pubblico.

Ad arricchire l’esperienza offerta dal maestro giapponese, c’è poi una vasta gamma di suggestioni differenti: oltre alle evidenti tonalità fantasy, è possibile imbattersi, in questo meraviglioso viaggio, in alcune situazioni davvero comiche, controbilanciate anche dall’efficacia di qualche sfumatura orrorifica. Infine, a rendere La città incantata quel capolavoro eterno e indimenticabile che tutti riconosciamo come tale, c’è una storia che nel suo essere struggente, talvolta dolorosa e intensa come la vita stessa, non conosce sensibilità alcuna in grado di resisterle.

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Autore
Blitz

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