La legge a senso unico: quando un Carabiniere diventa colpevole di difendere la Legge
- Postato il 11 gennaio 2026
- Editoriale
- Di Paese Italia Press
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C’è una parola che la giustizia italiana maneggia con la leggerezza di una clava: equilibrio. Tutti lo invocano, pochi lo praticano. E così succede che, nel nome di un garantismo selettivo, si finisca per rovesciare la realtà: il ladro diventa vittima, il tutore della legge il colpevole. Non per un Far West che nessuno chiede. Non per giustizialismo al contrario. Ma per una torsione ideologica che scambia la prudenza con la punizione esemplare.
Il caso è noto e documentato. Emanuele Marroccella, carabiniere, condannato a tre anni per eccesso colposo nell’uso delle armi. Più di quanto chiesto dal pm. Il fatto: un intervento notturno all’Eur, un furto in atto, una colluttazione, un collega ferito con un cacciavite, l’inseguimento, lo sparo. Il ladro, Jamal Badawi, muore. Il cacciavite viene trovato accanto al corpo. Il collega di Marroccella è vivo per miracolo.
Qui non si discute se la morte sia una tragedia. Lo è sempre. Qui si discute se lo Stato pretenda dai suoi uomini l’impossibile: intervenire, rischiare, fermare, ma senza mai sbagliare, nemmeno quando l’aggressore ha appena ferito, quando è buio, quando l’adrenalina governa i secondi.
Il paradosso italiano
Nessuno chiede licenze di uccidere. Nessuno invoca ronde o giustizia privata. Nessuno vuole importare la violenza gratuita che, da un anno, ha segnato le polizie francesi e tedesche, finite in una spirale che non è ordine pubblico ma deriva.
Ma nemmeno si può accettare la repubblica delle banane giuridica, dove il principio di proporzionalità viene letto a posteriori, col metro del lunedì mattina e la lente del perito, mentre chi stava in strada aveva mezzi, tempo e informazioni infinitamente inferiori.
Il risultato è un messaggio devastante: “Se intervieni e qualcosa va storto, paghi tu. Se non intervieni, pazienza”.
Così si educa alla non-decisione, al ritrarsi, all’attendere che “qualcun altro” si esponga. È la giustizia che chiede coraggio ma punisce il coraggio.
La discrezionalità che diventa accanimento
Il capo d’imputazione – eccesso colposo – è la terra di nessuno dove tutto entra e tutto esce. È il luogo in cui la discrezionalità giudiziaria diventa accanimento simbolico. Perché non si giudica più solo un fatto, ma si manda un segnale.
E il segnale è questo: l’uso della forza è sempre sospetto, anche quando c’è un’aggressione in corso, anche quando un collega è ferito, anche quando l’ordine di fermarsi viene ignorato. La distanza (sette, dieci, tredici metri), la postura (di spalle), la traiettoria: tutto vero, tutto analizzabile, ma tutto inermi davanti a una domanda che la sentenza evita: che cosa avrebbe dovuto fare, in quei secondi, un carabiniere responsabile?Aspettare? Lasciar fuggire? Rischiare un’altra aggressione? Accettare l’azzardo?
La solidarietà politica arriva puntuale. Matteo Salvini parla di dovere, di difesa del collega, di condanne che dovrebbero riguardare i criminali. È la reazione prevedibile. Ma il punto non è Salvini. Il punto è il vuoto normativo e interpretativo che consente esiti opposti per fatti simili, creando insicurezza giuridica proprio dove servirebbe chiarezza.
Perché se la legge non offre confini praticabili, la magistratura li inventa caso per caso. E quando li inventa, qualcuno resta schiacciato.
Il rovesciamento morale
La retorica del “non si spara a chi scappa” è una scorciatoia morale che ignora il contesto. Qui non c’è un inseguimento da film. C’è un’aggressione con arma impropria, un ferito, una fuga immediata. La sequenza conta. Ma nelle aule, la sequenza viene smontata e rimontata per trovare la colpa.
Così il ladro diventa il perno del racconto, il carabiniere il problema. Non perché la giustizia ami i criminali, ma perché teme di legittimare l’uso della forza. E allora colpisce dove può: sull’operatore.
La verità scomoda è che stiamo costruendo un sistema che non tutela né i cittadini né chi li tutela. Non è il Far West che spaventa. È la resa preventiva. È l’idea che la legalità si difenda punendo chi la esercita, anziché chiarendo le regole, formando meglio, dotando di strumenti adeguati, e soprattutto assumendosi la responsabilità politica di dire dove sta il confine.
Finché quel confine resterà mobile, la legge continuerà a essere a senso unico. E lo Stato, invece di proteggere, processerà sé stesso. Non servono slogan. Serve una domanda semplice, che la sentenza evita e il Paese dovrebbe pretendere:
quale comportamento concreto ci si aspetta da un carabiniere, di notte, davanti a un aggressore armato che ha appena ferito un collega?
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