La lanterna di Diogene
- Postato il 11 febbraio 2026
- 0 Copertina
- Di Il Vostro Giornale
- 2 Visualizzazioni

“Io amo l’umanità, ma con mia grande sorpresa, quanto più amo l’umanità in generale, tanto meno mi ispirano le persone in particolare” è un’affermazione, se non ricordo male, pronunciata da Ivan, ne “I fratelli Karamazov“ di Fëdor Dostoevskij. L’apparente contraddizione può trovare numerose e differenti motivazioni ma, per certo, sottolinea la evidente distanza tra ciò che è l’individuo rispetto a ciò che è da intendersi per umanità. Banalmente è possibile generalizzare affermando che la somma di tutti gli esseri umani, nel tempo e nello spazio, possa essere concepita come “umanità”, ma questa è la classica definizione, per molti versi inattaccabile, che, pure, non definisce nulla con precisione. Non mi sembra il caso di riaprire medioevali dispute sugli universali, credo più interessante provare a riflettere su cosa sia da intendersi per uomo, essere individuale, pur non prescindendo dalla sua possibile contestualizzazione all’interno del più ampio, ma non più complesso, concetto di umanità. In una prospettiva, che potremmo definire antropologica, è lecito concepire l’essere umano come colui che si autodetermina nel perenne divenire relazionandosi, assorbendo, adeguandosi e trasformando lo spazio tempo in cui vive. Credo sia proprio questo il criterio che potremmo utilizzare per un discrimine più utile alla comprensione, la possibilità, peculiare nell’essere umano, di determinare un’azione deliberata nei confronti del sistema-ambiente nel quale viene a trovarsi non appena acquista consapevolezza di sé come soggetto. Intendo sottolineare, mi sembra evidente, il fatto che, a nessun essere umano può essere imputata alcuna responsabilità al riguardo della propria nascita, siamo ben consapevoli che tale responsabilità sia da riconoscere ai genitori poiché, aspetto non trascurabile, avrebbero potuto decidere di non procreare. Sembra pleonastico, ma tra animali e vegetali l’opzione non procreativa non esiste: in realtà ricordo un ornitologo che aveva riscontrato, in una specie di uccelli, la capacità autoregolativa nella riproduzione nel momento in cui il numero di esemplari era divenuto eccessivo. Solitamente tale operazione è espletata dalla selezione naturale, in un caso particolarissimo i maschi presero ad accoppiarsi tra di loro, fino a che il numero dei sopravvissuti non tornò a essere sostenibile in rapporto alle risorse alimentari presenti nel territorio. Anche in quel caso estremo, comunque, non si può riconoscere una scelta individuale e consapevole, ma una caratteristica naturale generata dall’evoluzione e, pertanto, irresponsabile.
Eccoci alla questione cruciale: la responsabilità conseguente al libero arbitrio. In quanti modi nel tempo e nello spazio è stato diversamente definito l’essere umano: l’essere umano è ciò che fa, che pensa, che percepisce, le emozioni che prova, è la somma di tutto questo, è il rapporto fra le parti, è animale storico e temporale, è animale relazionale, è animale sociale o politico, è animale teologico in senso sia attivo che passivo o come imago Dei, è animale razionale, è animale ermeneutico, è colui che parla, è frattura e relazione di conscio e inconscio, è confine o coincidenza o lacerata ferita o cicatrice della stessa, l’uomo è ciò che mangia, è trinità di io super io ed es o è tutto ciò che è possibilità di tutto questo, l’uomo è la sua richiesta e ricerca di un senso a se stesso. Non possiamo sclerotizzarlo che sempre trascende le definizioni e, forse, sarebbe opportuno evitare anche solo di affrontare la sfida di una definizione, ma credo sia lecito sintetizzare la precondizione comune a tutte le lecite definizioni appena elencate: l’uomo è responsabilità, l’uomo è possibilità e scelta. E subito mi torna alla mente l’affermazione voltaireana: “Nessun fiocco di neve in una valanga si è mai sentito responsabile”. È ovvio che nessun fiocco di neve possa ritenersi responsabile di alcunché nemmeno in qualsivoglia altra condizione, ma il senso delle parole di Voltaire mi sembra evidente e ci conduce all’incipit del nostro argomentare, l’affermazione del giovane Ivan Karamazov sottolinea la distanza tra ciò che è l’umanità e ciò che è l’individuo. Interessante che sostenga di amare l’umanità e non apprezzare l’individuo, espressione, a mio modo di vedere, dell’atteggiamento di tanti intellettuali, politici e anche persone non “pubbliche”, che celebrano doverose e incondizionate disponibilità umanitarie, a livello concettuale, ma che riescono a detestare e aggredire esseri umani che non condividono il loro pensiero. La mia posizione è assolutamente opposta a quella di Ivan, mi riesce naturale, e lo trovo positivo, amare il singolo individuo, mentre mi risulta estremamente difficile il medesimo atteggiamento quando lo stesso è inghiottito dalla moltitudine.
Difficile riconoscere l’uomo nella massa, nel concetto generico, in una moltitudine anonimizzante. L’uomo annichilito dalla massa è deresponsabilizzato, ricordo il terribile interrogativo a fronte degli orrori dei campi di sterminio: dov’era Dio quando aveva luogo l’orrore di Auschwitz? Ma credo che il grande assente non fosse Dio, Dio è proiezione e, qualche volta, deresponsabilizzazione, insomma, il vero assente era l’uomo: non vi erano più uomini né tra i prigionieri né tra i carcerieri. Se all’essere umano viene tolta la possibilità di scegliere e la responsabilità delle azioni conseguenti a tale scelta, l’essere umano scompare e si determina la possibilità dell’orrore. È il grande tema della massificazione, questione oggi ancor più devastante grazie al dominio incontrastato dei social, nei quali l’individuo scompare per definizione. Si tratta, ancora una volta, di riflettere sul concetto di potere: il potere esiste se l’individuo vi si assoggetta, sia che ciò avvenga in una dittatura, come in ogni totalitarismo, oppure in uno stadio, sia per effetto di ignoranza e superficialità o arroganza e supponenza, l’altra faccia del medesimo mostro bifronte. Mi sembra siano riconoscibili, in questi esempi, tutte le caratteristiche del gregge denunciate dal pensiero nietzscheano, il gregge massa che reclama un pastore severo, che non sa riconoscere la propria condizione di schiavo e, anzi, troppo spesso, si inganna dichiarandosi estraneo al sistema. Quelli che il grande pensatore definiva gli “inutili”, quelli che, più modernamente, elegantemente quanto ingannevolmente, si definiscono anticonformisti. Quelli che certa sommaria informazione definisce come antagonisti o anarchici. Che paradossi, antagonisti alla violenza che ricorrono alla violenza, anarchici contro il potere che vogliono imporre la propria volontà: è urgente fermarsi e riflettere.
Come scriveva Erodoto: “È più facile trarre in inganno una moltitudine che un uomo solo”, un uomo solo è colui che pensa, analizza, non si lascia inghiottire dal branco, sa ascoltare e rispetta il pensiero diverso dal proprio, non ha urgenza di trovare facili risposte e sommari capri espiatori. Forse, orribilmente, è corretta l’analisi di Andy Warhol, quando sostiene che “le masse vogliono apparire anticonformiste”, forse, come afferma l’amico Gershom Freeman,”non esiste nulla di più omologante che il bisogno di sentirsi originali”, anche se, subito dopo, tutti si guardano attorno per verificare se siano sufficientemente sostenuti e se riescano, col loro agire, a essere osservati. La mediocrità assurta a celebrazione dell’io, a riconoscimento di un sé altrimenti inesistente, il nulla che urla per rendersi un qualcosa e che ha bisogno di orecchie disturbate dal rumore per sapersi almeno rumore. Mi chiedo: è mai possibile che l’assoggettarsi a un diverso padrone possa autorizzare uno schiavo a sentirsi libero e a farsi carico della repressione di una schiavitù diversa dalla propria? Quando urla la violenza si zittisce il pensiero e, se a un essere umano togli il pensiero, lo trasformi in folla, in slogan tanto più ripetuti quanto meno compresi, in azioni orfane di responsabilità, in un nulla mediocre terrorizzato dall’idea di doversi far carico della propria ottusità. In quel caso sarebbe lecito affermare: tanto più amo l’essere umano tanto più detesto la gente, sia quella anonima dei social che quella mascherata delle piazze: ma la lanterna di Diogene è ancora in cerca.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.