La grazia di Paolo Sorrentino. Un film tra umanità e potere

  • Postato il 14 gennaio 2026
  • Cinema & Tv
  • Di Artribune
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La sobrietà è la cifra dominante de La grazia di Paolo Sorrentino. Lo è già nel titolo, ma soprattutto nello sguardo con cui il regista sceglie di avvicinarsi al racconto e di governarne la messa in scena. Una misura inattesa, quasi spiazzante, che rappresenta una sorpresa felice se si pensa al temperamento ironico, inventivo, talvolta barocco del suo cinema. Una traiettoria che, per certi versi, richiama quella deviazione più intima e trattenuta di È stata la mano di Dio. E dopo una prima accoglienza favorevole da parte della stampa italiana, La grazia si prepara ora all’incontro con il pubblico: il film, già uscito in alcuni cinema italiani tra Natale ed Epifania con proiezioni matinée, arriverà nelle sale dal 15 gennaio distribuito da Piper Film.

La grazia di Sorrentino come forma morale

La “Grazia” evocata dal titolo non rimanda soltanto alla prerogativa giuridica del Presidente della Repubblica, ma si carica di un significato più profondo e simbolico. Diventa indulgenza, finezza morale, postura interiore; un modo di stare nel mondo e di attraversare la vita. È il segno distintivo di un’umanità piena, nutrita di affetti e di principi, incarnata da un uomo che si fa emblema di un’idea alta della politica e dell’etica. In filigrana, affiora anche l’ipotesi di un cambiamento silenzioso ma tenace, di una società che prova a muoversi, con timidezza e coraggio, verso un futuro diverso. Al centro di tutto resta l’umano, osservato con rispetto e pudore.

Quello di Sorrentino è un presidente della Repubblica immaginario

Sorrentino ha spiegato di non essersi ispirato a un presidente della Repubblica realmente esistito per costruire la figura di Mariano De Santis, preferendo l’invenzione alla citazione diretta. Eppure, in questo personaggio confluisce una qualità comune a figure come Mattarella, Napolitano, Ciampi o Scalfaro: un’autorevolezza sobria, un forte senso di responsabilità, una saggezza esercitata con misura e, soprattutto, con una dimensione quasi paterna del ruolo. Presidenti che, nel suo immaginario, hanno rappresentato un porto sicuro in mari agitati, un punto fermo in una fase della politica italiana segnata da instabilità e conflitti.

Toni Servillo e Anna Ferzetti protagonisti de “La grazia”

Il film segue Mariano De Santis (Toni Servillo), soprannominato “cemento armato”, negli ultimi mesi del suo mandato al Quirinale. Un tempo sospeso, fatto di decisioni delicate e di interrogativi sul futuro, in cui l’uomo è costretto a confrontarsi non solo con il peso dell’istituzione, ma anche con la propria interiorità. Pacato, rigoroso, incline al silenzio più che alla parola, De Santis ha accanto a sé la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), presenza laterale ma decisiva: non tanto una coscienza che ammonisce, quanto una figura capace di accompagnare e proteggere.

La politica come vocazione perduta ne “La grazia”

Il rapporto di Sorrentino con la politica, tema che attraversa gran parte della sua filmografia – con punte evidenti ne Il Divo e Loro 1 e 2 – emerge qui in una forma più raccolta e malinconica. Il regista riconosce di sentirsi legato a un’idea di politica ormai lontana, intesa come vocazione, responsabilità, rinuncia personale. Valori che, a suo avviso, si sono progressivamente dispersi, lasciando spazio a una pratica del potere come opportunità più che come servizio. Da questa consapevolezza nasce una disillusione intrisa di nostalgia per figure che sapevano abitare la politica con rigore e dedizione. In La grazia affiora anche una riflessione sul tempo della decisione: chi detiene un potere così alto, suggerisce il film, ha il dovere di riflettere a lungo, senza cadere nell’immobilismo ma evitando la fretta, perché le scelte affrettate finiscono spesso per essere smentite.

Roma e Torino i luoghi de “La grazia”

E poi c’è Roma, presenza imprescindibile nel cinema di Sorrentino, ma qui ridotta all’essenziale, quasi rarefatta. Non è la città decadente, carnevalesca o felliniana de La grande bellezza. Appare solo per brevi istanti, osservata dall’alto, nei momenti di solitudine e di pausa, come durante una sigaretta fumata in silenzio. Gli interni del Quirinale, invece, prendono forma a Torino, nei suoi palazzi storici e istituzionali: il Castello del Valentino, Palazzo Chiablese, l’Accademia delle Scienze, il Museo Egizio, il Castello di Moncalieri. Spazi severi e raccolti, che contribuiscono a costruire un’atmosfera di misura e di concentrazione, coerente con lo spirito del film.

Margherita Bordino

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Autore
Artribune

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