La grande storia dei 4 Gianni che ci hanno raccontato lo sport

  • Postato il 30 gennaio 2026
  • Gianni Mura
  • Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
La grande storia dei 4 Gianni che ci hanno raccontato lo sport

Giuseppe Smorto ha scritto la vita e le opere dei grandi Gianni del giornalismo sportivo: Brera, Mura, Minà e Clerici


L’unica volta che ho incontrato Gianni Brera è stato a un pranzo con tanti giornalisti a Milano. Avevo un milione di domande nella testa e nel cuore, sapevo a memoria molti dei suoi articoli, ma riuscì a chiedergli solo qual era il gorgonzola migliore. Gianni Mura, invece, lo incontravo spesso a Repubblica, per lo più nell’ufficio di Giuseppe Smorto quando facevamo Repubblica.it.

Gianni andava da lui perché erano amici fraterni e perché Giuseppe lo lasciava fumare le sue sigarette anche quando non si poteva più. Io mi appoggiavo alla parete e cercavo di ascoltare quei due: Punto e Svirgola, si sono autobattezzati nei loro dialoghi strampalati su Repubblica.it.

Punto, anche se la cosa non è mai stata ufficializzata, era Giuseppe perché cercava di riportare con i piedi per terra i (concretissimi) svolazzamenti di Mura per i cieli dello scibile (e del pensabile) umano. Gianni Clerici mi sembrava timidissimo, quando lo vedevo scivolare per i corridoi del giornale: un cenno di saluto e tu pensavi al suo ultimo articolo in cui il tennis era ormai quasi lo sfondo, ma umanità e cultura trasudavano da ogni riga. Gianni Minà non l’ho mai incontrato, ma solo letto o visto in tv con passione e interesse.


Dico questo (scusandomi) non per raccontarvi di me, ma per sottolineare quanto Giuseppe Smorto sia stato fortunato, nella sua vita di giornalista di grande spessore, ad averli incontrati tutti e quattro, aver lavorato e fraternizzato con loro, aver conosciuto di ciascuno pregi, difetti e aspirazioni, aver sofferto (al limite dello strazio per Mura e Minà) per le loro dipartite. Adesso che i quattro Gianni, sicuramente tra le migliori penne del giornalismo (non solo sportivo) italiano, se ne sono andati, è come se Giuseppe pagasse un debito nei loro confronti, ma anche nei nostri (lettori e colleghi) e ci riconsegnasse le molte cose che ha saputo e capito di quei quattro.


Credo che questo libro (“I quattro Gianni: Brera, Clerici, Minà, Mura e lo sport di Repubblica”, Minerva editore, 235 pagine) sia il miglior modo per saldare quel debito. I quattro Gianni escono a tutto tondo (anche con i loro difetti) ed emerge anche la strana storia dello Sport di Repubblica: un settore che, all’inizio, nel giornale fondato da Eugenio Scalfari, non doveva esserci e che entrò (lentamente e a fatica) solo un paio d’anni dopo la fondazione (14 gennaio 1976).


Smorto ci racconta la storia di quei primi passi con una redazione sportiva guidata da Mario Sconcerti ridotta ai minimi termini e con il resto del giornale che considerava lo sport come un qualcosa di secondario, forse di “ultimo” nella gerarchia di quello che poteva interessare ai lettori. Oltretutto, Repubblica non usciva il lunedì (ci si arrivò solo nel 1994) e non era facile neppure immaginare pagine sportive senza i risultati di calcio (allora i campionati si giocavano tutti rigorosamente la domenica). Eppure, scavando alle radici dello sport, estraendo situazioni e personaggi, cercando di scriverne al meglio come si faceva per la politica o la cultura, lo sport di Repubblica seppe uscire da quella specie di marginalizzazione in cui era nato.

L’arrivo di Gianni Brera (nel 1982) servì a sottolineare un’idea nuova di sport e a lanciare pagine che, a poco a poco, con l’ingresso degli altri tre Gianni sarebbero diventate insostituibili nell’agenda di chi lo sport lo amava davvero e lo considerava parte della propria cultura e, senza esagerare, del proprio status di cittadino.
Smorto racconta l’arrivo di Brera e come il giornale lo accolse: un vate, ma anche un grande giornalista che suscitava invidie e preoccupazione. Nel libro c’è la storia di Oliviero Beha, firma senz’altro di punta che si sentì scavalcato dall’ingresso di Brera in redazione e non lo mandò a dire. Una volta, durante il mondiale del 1982, prende un aereo da Barcellona per tornare a Roma e protestare contro l’assegnazione dei servizi perché gli è toccata una partita che ritiene poco importante. Lo fermano sulle scale di piazza Indipendenza. Vuole andare a protestare con Sconcerti o il direttore senza rendersi conto di rischiare il licenziamento. Tornerà in Spagna per fare un ottimo lavoro. Anche se proprio dalla famosa partita Italia-Camerun (1-1) venne fuori l’ombra di un sospetto (gara comprata?) rivelatosi infondato che avvelenò per diversi mesi il calcio italiano e (per molti anni) la vita di Beha.

GIANNI BRERA, IL CAPOSTIPITE DEI “4 GIANNI”


Gianni Brera è dunque il capostipite dei “4 Gianni”. Uno che ha creato un nuovo vocabolario dello sport coniando centinaia di parole, frasi e nomignoli oggi entrati nell’uso comune. Ma Brera creò anche delle regole non scritte sui criteri di presentazione delle partite. Nel suo pezzo della domenica mattina che illustrava la giornata di campionato, le partite erano elencate non in base al “nome” della squadra, ma alla somma dei punti in classifica. Così ci sono state situazioni in cui Sampdoria-Bologna poteva venire prima di Inter-Milan. E coniò anche il termine “classica” per indicare l’incontro tra due squadre che avevano vinto almeno uno scudetto. Così, Sampdoria-Bologna era una “classica” come Inter-Milan. Di Brera, Smorto racconta anche la grande passione per il cibo. Il mangiare, negli orari matti dei giornali, diventava l’unico momento, alla sera tardi, in cui si poteva parlare, fantasticare, convivere da esseri umani. E così, la tavola, nella cultura “breriana” diventava importantissima e nessuno come lui sapeva spiegarti la storia, le leggende, la qualità che ci potevano essere dietro un risotto fatto come si deve.

GIANNI MURA

Gianni Mura, più di tutti, ha seguito le orme del “vate” Brera. Tanto da diventare riconosciutissimo gastronomo. Ma, a differenza di Brera, Mura, seppe occuparsi di tante altre cose. A lui interessava molto la politica e sapeva cogliere i movimenti e i cambiamenti della società. Sapeva cogliere umanità e disumanità e avrebbe avuto molto da dire sulle cose terribili che stiamo vivendo oggi. Il Mura “politico” è dappertutto, anche nei suoi splendidi articoli sul Tour de France e in tutto quello di cui scriveva. Ma è, soprattutto, nella sua rubrica “Sette giorni di cattivi pensieri” che lo si trova in tutta la sua grandezza.


Tutto cominciò un po’ per caso, un giorno che Mario Sconcerti, nell’autunno del 1983, gli propose (partendo dal principio che “Mura è come il maiale, di lui non si butta via niente”) una rubrica settimanale in cui avrebbe potuto dare i voti a quello che succedeva e alle persone e ai personaggi della vita, del mondo, della politica: “Anche al Papa”. E Mura, nelle oltre 1.300 puntate di “Sette giorni di cattivi pensieri” diede voti alti e bassi a premier, presidenti, sportivi, artisti e persino, appunto, al Papa: Wojtyla si prese uno 0,5 quando suggerì alle donne bosniache stuprate e incinte di tenersi i bambini trasformando quello che era loro successo “in un atto di amore e accoglienza”. Agnelli si beccò un 3 e persino a Eugenio Scalfari toccò un 4. Molti apprezzavano, altri si offendevano, ma la rubrica andò avanti fino al 2020: 37 anni.

GIANNI MINÀ

Dei quattro, Gianni Minà era il più “giornalista-giornalista”: non raccontava di sé, non approfondiva il suo pensiero, ma il suo top lo raggiungeva quando riusciva a intervistare e far parlare, personaggi di altissimo livello: sportivi e no. Ci riusciva, probabilmente per la sua immediata empatia e l’umanità prorompente alla quale non si poteva sfuggire. Smorto, per spiegarci Minà, racconta di una foto del 1982 in cui, intorno a un tavolo di “Checco er Carrettiere”, ci sono Robert De Niro, Muhammad Alì (in giacca e cravatta perché era appena stato dal Papa), Sergio Leone e Gabriel Garcia Marquez. Come dire: quattro mondi con quattro al top di ogni mondo.

GIANNI CLERICI

Gianni Clerici si definiva “lo scriba” ma ha scritto libri meravigliosi come “Gesti bianchi” (forse la cosa più bella che sia mai stata scritta sul tennis) e ogni suo pezzo partendo da un court in terra, erba o sintetico in chissà quale torneo del mondo finiva per divagare tra altri (tanti) mondi possibili. Forse lo “scriba” sarebbe stato il più “scrittore” dei quattro, se avesse avuto la voglia e una più alta considerazione di sé. Ma ci fece ridere e sognare raccontando il tennis in televisione con il suo “fratello” Rino Tommasi di cui sfotteva con grande leggerezza gli entusiasmi cronistici.

SMORTO E IL RACCONTO DEI 4 GIANNI

Sono solo sprazzi di quello che Giuseppe Smorto ci racconta nel suo libro sui 4 Gianni. Dentro c’è molto di più e di più bello. Lasciandoci con alcune indicazioni su dove trovarli adesso: fondazioni, archivi, centri culturali che ne hanno raccolto i testi e che ancora provano a divulgarli. E lasciandoci anche con una domanda: «Erano antipopulisti prima del populismo e noi ritagliammo i loro pezzi. Ma cosa succederebbe, oggi, ai tempi dei social?».

Smorto è sicuro che si farebbero sentire. Ed io con lui.

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