La “fine della fine”, o dello sfruttamento estensivo di storie e personaggi
- Postato il 3 marzo 2026
- Di Il Foglio
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La “fine della fine”, o dello sfruttamento estensivo di storie e personaggi
Chi apre il volumetto Einaudi di Davide Ferrario “La fine della fine” – perché questo interessa, siamo circondati da storie che non finiscono mai: serie che si prolungano stagione dopo stagione, sequel che diventano prequel, quando il fondo del barile è stato raschiato – deve correre a pagina 73. Lì inizia davvero il discorso, e spiace per le pagine precedenti che a uso degli studenti – o dei cultori della materia, principianti – ripercorrono le tappe dagli anni 70 fino dell’audiovisivo casalingo, o personale. Le immagini che vediamo, quasi mai al cinema. Le immagini che riprendiamo ovunque, perché abbiamo in tasca i mezzi per farlo. E per portare il ricordo con noi. Anche se abbiamo appena visitato un campo di concentramento. Nel tremendo documentario girato da Sergei Loznitsa nel lager di Sachsenhausen (intitolato “Austerlitz” come il romanzo di W. G. Sebald) vediamo i visitatori che si fanno i selfie davanti alla scritta “Arbeit macht frei”. Oppure con le camere a gas sullo sfondo, mentre scartocciano il panino seduti a mezzo metro dalle fosse comuni. Una voce ripete che son cose da non fare, ma poi rimane anche la carta del sandwich.
“I film ancora liberano la testa?” si chiede nelle prime pagine Davide Ferrario riprendendo il titolo di un meraviglioso libretto dove Rainer Werner Fassbinder parlava di Douglas Sirk. Lo si pensava, certo. Ma in nome di questo desiderio – chiamarlo “principio” parrebbe troppo, ma questo era lo spirito – molti delitti sono stati commessi. Sono usciti tanti film belli, certo. Ma è umano, oltre che un diritto inalienabile dello spettatore – e qui rubiamo a Daniel Pennac, dai Dieci Diritti del lettore – far presente che c’erano anche le pellicole brutte e ideologiche, in quantità non trascurabile. Davide Ferrario mostra un coraggio non comune, quando – il carbonio 14 consente di datare l’esperimento a otto anni fa, circa 2018 – decide di far vedere alla figlia ventenne, “configlia” per adottare il suo neologismo – “2001: Odissea nello spazio”. Lui lo aveva visto a 12 anni, nel 1968: un’esperienza formidabile che gli aveva lasciato “un senso di grandiosità mai scordato”. Il televisore “usato per lavoro” vanta 52 pollici, l’intenzione è vedere il film in inglese. Sistemata con fatica la tecnica, è ora di andare a dormire – l’indomani c’è la scuola. La figlia poi se lo scarica per conto suo, per vederlo sull’iPad impiega tre giorni, e alla fine dice “carino”. Così muoiono i miti degli adulti.
E’ una delle storie di vita vissuta che compaiono due e là, in questo piccolo libro. Per esempio, l’attrice che si è vista liftare – per così dire – dopo le riprese. Oppure James Earl Jones – la voce di Darth Vader in “Guerre stellari”, quando ancora lo chiamavamo così e non “Star Wars” direttamente. L’attore è morto nel 2024, non prima d’aver firmato un contratto con una ditta di AI, cedendo i diritti della sua voce – ora riproducibile dietro compenso. La nostra parte infantile gioisce, non dovremo abituarci a voci di imitatori più o meno bravi. La parte riflessiva reagisce male, come davanti ai programmi sofisticati che promettono di far rivivere Marilyn Monroe. Siamo già di fronte allo sfruttamento intensivo di trame, personaggi, supereroi che arrivano dai fumetti. I film sono sempre più lunghi, per via della visione casalinga o del “secondo schermo” che abbiamo quasi sempre tra le mani. E anzi non si parla più di film, e neppure di serie: tutto è “contenuti”. La fine di una storia è ormai un optional, scrive Ferrario. Vuol dire che per averla bisognerà pagare un supplemento?
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