“La Fabbrica degli innocenti”: al Tau di Rende, Gianluigi Nuzzi smonta le fake news
- Postato il 10 febbraio 2026
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“La Fabbrica degli innocenti”: al Tau di Rende, Gianluigi Nuzzi smonta le fake news

Sul palco del Teatro Auditorium Unical, Gianluigi Nuzzi smonta i meccanismi della giustizia mediatica, raccontando casi giudiziari conclusi con sentenze definitive ma travolti, nel tempo, da una martellante campagna di ricostruzioni distorte. Tutti i dettagli nell’intervista al giornalista e conduttore di “Quarto Grado”.
RENDE (COSENZA) – La verità giudiziaria come campo di battaglia, la disinformazione come arma, l’opinione pubblica come bersaglio. È un affondo diretto e senza sconti quello portato in scena da Gianluigi Nuzzi con “La fabbrica degli innocenti”. Un appuntamento di forte impatto civile inserito nel cartellone del Rende Teatro Festival, con la direzione artistica di Alfredo De Luca. Lo spettacolo rientra nel progetto “DAS – Borghi d’Arte e di Scena”, cofinanziato dalla Regione Calabria nell’ambito dell’avviso di distribuzione teatrale, patrocinato dagli enti coinvolti e realizzato con il contributo dell’Università della Calabria. Prodotto da Stefano Francioni Produzioni, Vincenzo Berti e Gianluca Bonanno per Ventidieci e Green Factory, scritto da Gianluigi Nuzzi con Martina Maltagliati, diretto da Enrico Zaccheo, con le musiche di Davide Cavuti e le luci di Marco Palmieri, “La fabbrica degli innocenti” è una lezione di civiltà e responsabilità in un tempo in cui la verità è costantemente sotto attacco.
Sul palco del Teatro Auditorium Unical, Nuzzi smonta pezzo dopo pezzo i meccanismi della giustizia mediatica, raccontando casi giudiziari conclusi con sentenze definitive ma travolti, nel tempo, da una martellante campagna di ricostruzioni distorte, sospetti infondati, accuse reiterate fino a diventare “verità” alternative. Narrazioni parallele che hanno finito per delegittimare non solo processi e investigatori, ma anche – e soprattutto – i familiari delle vittime, trasformati da testimoni del dolore in destinatari di insinuazioni. Lo spettacolo mette sotto processo un’informazione che, quando rinuncia alla verifica dei fatti, inizia a suggestionare. In un’epoca in cui il rumore vale più delle prove, il giornalista rivendica una responsabilità non negoziabile: raccontare la realtà senza fabbricare colpevoli né innocenti.
Ma chi sono oggi i protagonisti di questo sistema, pronti a tutto pur di monetizzare attenzione, consenso e visibilità? La risposta emerge con chiarezza dallo spettacolo: «Comunicatori, blogger, giornalisti – o presunti tali – intrattenitori, divulgatori, ex poliziotti, leoni e leonesse da tastiera». Un universo in cui il confine tra informazione e spettacolarizzazione si dissolve, e la verità diventa un prodotto manipolabile. Eppure, ricorda Nuzzi, sulla scena di un delitto resta sempre qualcosa che non può essere cancellato: un dettaglio che appartiene all’assassino o un frammento della vittima che rimane addosso al carnefice e che, prima o poi, lo smaschera. Perché la verità può essere offuscata e calpestata, ma non annullata: trova sempre il modo di riemergere. Per capire davvero come funziona questa macchina spietata, bisogna guardare da vicino i suoi ingranaggi. È da qui che prende le mosse la nostra intervista a Gianluigi Nuzzi.
Gianluigi Nuzzi, dopo anni trascorsi a smontare fake news e narrazioni distorte, cosa l’ha spinta a portare questa battaglia sul palco teatrale con “La fabbrica degli innocenti”, trasformando l’inchiesta in un’esperienza collettiva e non più solo informativa?
«Perché oggi tutti noi siamo immersi in una vera e propria pioggia acida di menzogne che si riversano sul nostro sentire quotidiano. Non si tratta di indagini, ma di narrazioni costruite da chi ha interessi diversi: monetizzare visualizzazioni sui social, su YouTube. Più la spari grossa, più vieni seguito; più vieni seguito, più guadagni. Questo sistema disorienta profondamente ed è un tradimento della ricerca della verità, che non è più una bussola ma diventa un optional. A pagare il prezzo più alto sono i familiari delle vittime, le vittime stesse, triturate in un meccanismo dove la dignità umana è l’ultima preoccupazione».
Nei casi di Garlasco, Yara ed Erba, quanto hanno inciso i social network nel trasformare dubbi legittimi in certezze infondate e nel rendere i complotti più credibili delle sentenze?
«Lo abbiamo visto chiaramente in tutti e tre questi casi: verità parallele, scollegate dagli accertamenti giudiziari, sono state elevate al rango di verità assolute. Ma c’è una differenza fondamentale tra verità, pista investigativa e suggestione. Dobbiamo imparare a orientarci. Con “La fabbrica degli innocenti” porto in scena proprio questo: mostro come certe “verità” diffuse siano in realtà fake news. E allo stesso tempo sottolineo quanto sia fondamentale, soprattutto per noi genitori e nonni, dare alle nuove generazioni gli strumenti per non rimanere intrappolate in queste sequenze che che fanno male a tutti».
Se la giustizia mediatica sembra oggi più influente di quella processuale, con effetti devastanti sui condannati, sulle famiglie delle vittime e sulla fiducia nelle istituzioni, esiste ancora un modo per ristabilire un confine chiaro tra informazione e spettacolo?
«Sì, e il primo confine è quello tra informazione e comunicazione. L’informazione, per essere tale, deve rispettare regole precise ed essere esercitata da professionisti iscritti all’albo. Nessuno di noi si affiderebbe a un medico improvvisato: non vedo perché dovremmo farlo con chi racconta fatti così delicati. Le opinioni devono restare libere, ma alcuni fatti sono incontrovertibili. La macchia di sangue sul battitacco dell’auto della vittima della strage di Erba trovata nell’auto degli assassini esiste, nonostante i tentativi di metterla in discussione. La traccia 31 G20, mista con il sangue di Yara e quello di Massimo Bossetti, è stata trovata sugli indumenti intimi della vittima: è un dato che si è formato nel momento dell’aggressione».

Gianluigi Nuzzi, c’è un caso che l’ha colpita più di altri, il più difficile da raccontare?
«Tutti quelli che coinvolgono i bambini».
Portare questi casi a teatro significa trasformare lo spettatore in un giurato consapevole. È un invito alla responsabilità civile o una sfida alla pigrizia del pensiero critico?
«Mi piace pensare che sia entrambe le cose. È un invito a essere artefici del nostro destino, a non farci trascinare dalla risacca di una vita che dà poca importanza a quello che succede. Io non racconto le tragedie in sé, ma ne racconto una sola, enorme: quella della disinformazione».
Gianluigi Nuzzi, vuole lanciare un messaggio al pubblico, in particolare ai giovani?
«Un messaggio di grande fiducia. I giovani sono molto più digitali di noi e, spesso, hanno un senso del vero e del falso più sviluppato. Noi ci spaventiamo di fronte a internet perché non siamo nati in questo sistema. Loro sì, e questo ha creato una sorta di apparato immunitario che promette grandi soddisfazioni. Lo spero!».
Il Quotidiano del Sud.
“La Fabbrica degli innocenti”: al Tau di Rende, Gianluigi Nuzzi smonta le fake news