KPOPPED, il palco dove il K-pop incontra le leggende del pop e riscrive la geografia della musica
- Postato il 28 agosto 2025
- Di Panorama
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Ci sono momenti in cui il pop non si limita a suonare: cambia geografia. Negli ultimi quindici anni il K-pop ha fatto esattamente questo, portando il baricentro della musica mondiale verso Seoul. E oggi, con KPOPPED, Apple TV+ decide di costruire un ponte tra due universi che già si osservano e si influenzano da tempo: quello degli idol coreani e quello delle leggende del pop occidentale.
Otto episodi, un palco a Seoul, un pubblico armato di light stick e la regia di due produttori che conoscono bene la materia, Moira Ross e Jake Hong. «Credo che questo sia un momento perfetto», racconta Ross, «perché c’è un appetito globale per crossover e collaborazioni musicali. C’è fame di connessione culturale e questo progetto nasce proprio da lì». Hong aggiunge: «Il K-pop è ormai un fenomeno globale e vediamo che la musica continua a superare i confini. L’interesse internazionale per il K-pop non è mai stato così alto. Era il momento giusto per combinare il mondo del K-pop con quello degli artisti occidentali in un modo che non era mai stato fatto prima».
KPOPPED non è una semplice gara musicale. È un laboratorio in tempo reale dove le canzoni si smontano e si ricostruiscono davanti agli occhi del pubblico, tra coreografie millimetriche, arrangiamenti ripensati e incontri tra artisti che, in altre circostanze, non avrebbero mai condiviso un palco.
Quando la storia incontra il presente
Basta guardare l’episodio con gli ATEEZ per capire la potenza di questo format. Il gruppo, che pochi mesi fa è stato premiato dalla municipalità di Seoul per il ruolo di ambasciatori del K-pop e della Corea nel mondo, porta sul palco una presenza scenica che non è solo tecnica ma istituzionale. Al loro fianco, Kylie Minogue: la donna che negli anni Novanta ha plasmato un certo tipo di pop internazionale, elegante e sensuale, e che oggi ritrova nelle dinamiche del K-pop lo stesso rigore e la stessa ossessione per il dettaglio che hanno definito la sua carriera. Insieme a loro, J Balvin, simbolo di una latinità musicale globale. La fusione è totale: Can’t Get You Out of My Head e Mi Gente si trasformano in inni ibridi, con la precisione coreana che si intreccia al ritmo colombiano e alla sofisticazione australiana. «Questo show celebra creatività, diversità e passione», sottolinea Hong, «e mostra come CJ ENM e Apple sappiano unire i fan oltre i confini attraverso la musica e storie originali».
Generazioni a confronto

La prima puntata è già un manifesto. Megan Thee Stallion, potenza hip hop contemporanea, e Patti LaBelle, la “Godmother of Soul”, si sfidano sulle note di Savage e Lady Marmalade. Il tutto con le Billlie, gruppo emergente del K-pop, a cui viene affidato il compito di interpretare due brani che non sono solo canzoni, ma pietre miliari generazionali. Vedere le Billlie – il futuro della musica coreana – muoversi dentro strutture sonore che hanno segnato interi decenni è un esercizio di vertigine culturale.
Poi arrivano le ITZY con le Spice Girls, Emma e Mel B, per un mash-up di Wannabe e Say You’ll Be There che sembra annullare il tempo: il “girl power” degli anni Novanta e quello della Gen Z condividono la stessa energia, cambiando solo lingua e coreografie. E quando i Boyz II Men, il gruppo R&B più venduto di sempre, salgono sul palco con le BLACKSWAN per fondere Motownphilly e End of the Road, il risultato è un passaggio di testimone emotivo, dove il soul incontra il K-pop senza perdere autenticità.
La lezione di Boy George e delle STAYC

Se c’è un momento che sintetizza la missione di KPOPPED, è l’episodio con Boy George e le TLC accanto alle STAYC. Da una parte, l’icona del new romantic e dell’androginia pop, simbolo di libertà e identità fluida in anni in cui non era semplice esserlo. Dall’altra, le regine del R&B anni Novanta con un brano come Waterfalls, che è stato ed è tuttora un inno di consapevolezza. In mezzo, le STAYC: giovani, brillanti, con quella capacità tipicamente K-pop di metabolizzare l’eredità musicale e restituirla amplificata, visivamente e sonoramente. L’esito è epocale: Karma Chameleon e Waterfalls diventano un unico racconto, e la distanza tra generazioni si annulla sotto i riflettori.
«Per molti artisti occidentali», spiega Ross, «questa è stata un’occasione per entrare nel mondo del K-pop e apprezzare quanto lavorino duramente i team coreani, oltre a comprenderne i meccanismi di lavoro, così diversi. Molti non erano mai stati in Corea, e per noi era importante che vivessero scambi culturali autentici, mostrando anche la generosità con cui gli artisti K-pop li hanno accolti nel loro mondo».
Cosa abbiamo visto

Abbiamo avuto accesso alle puntate in anteprima e l’effetto è quello di un concerto globale in cui ogni inquadratura nasconde una storia. C’è Megan che scherza con le Billlie durante una pausa, Patti LaBelle che osserva le coreografie con sguardo complice, un traduttore che corre instancabile tra camerini e palco, ATEEZ e Kylie Minogue che provano uno stacco fino a notte fonda. Ross sorride ricordando l’aneddoto più ricorrente: «Gli idol coreani lavorano con una precisione cronometrica. Alcuni artisti occidentali, pur professionisti straordinari, hanno un approccio più fluido». Hong aggiunge: «Coordinare star di continenti diversi non è stato semplice, ma l’energia e il rispetto reciproco hanno trasformato la sfida in un risultato straordinario».
Oltre lo spettacolo, KPOPPED è anche viaggio e scoperta: Boy George in un tempio buddhista, Megan in un noodle shop, idol che spiegano gesti e parole ai colleghi stranieri. «Tutto quello che si vede — prove, bonding, sperimentazione — è reale», precisa Ross.
L’emozione chiave e il futuro
Quando si chiede di sintetizzare il K-pop in una sola emozione, Ross risponde senza esitazione: «Gioia. È un’esperienza gioiosa e positiva». Hong sorride: «Gioia è perfetto». Entrambi lasciano aperta la porta a un seguito: «Pensiamo già a grandi nomi», ammette Ross. «E potremmo esplorare altri generi». Hong rilancia: «Magari Oasis con BTS… sarebbe fantastico».
Se accadesse, sarebbe solo l’ennesima prova che il pop mondiale ha trovato una lingua comune — e che il K-pop non sta solo guidando un’onda: sta creando una marea, e alcuni hanno la fortuna di cavalcarla da dentro.