Italo Svevo. La letteratura come condanna della volontà

Scrivere il vivere come malattia dell’uomo moderno tra dubbio, ironia, destino e frammentazione della coscienza


Pierfranco Bruni

Italo Svevo rompe gli schemi di una letteratura nata nella letteratura e crea una comparazione tra i saperi e il pensiero esistenziale, in cui fare letteratura significa mettere nel gioco della scrittura il proprio vivere.
Trieste, città complessa tra mondo mitteleuropeo e pluralità di lingue, resta al centro di una visione in cui la letteratura stessa diventa una biografia sospesa tra vita reale e finzioni vissute, lungo un viaggio interamente fatto di esperienze e testimonianze.
I suoi tre romanzi — Una vita, Senilità, La coscienza di Zeno — costruiscono un vissuto frastagliato tra vita, percorsi filosofici e dimensioni psicologiche.

È chiaro che ciò chiama in causa alcuni modelli fondamentali: Schopenhauer, Nietzsche, Freud. Certamente, in questo intreccio emergono segni profondi che non escludono la presenza di Kierkegaard: la vita come malattia e il discorso sul e con il padre restano centrali, così come il peso dell’ironia e il dramma del fumo, inteso come ragione di una metaforica della volontà che entra in crisi per la forza del vizio con il quale convivere.
Il fumo, per Svevo, è il saccheggio della volontà, che non viene assolutamente superata. Sul fumo dirà:
Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali. La ridda delle ultime sigarette, formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. Meno violento è il proposito e la mia debolezza trova nel mio vecchio animo maggior indulgenza. Da vecchi si sorride della vita e di ogni suo contenuto. Posso anzi dire che da qualche tempo io fumo molte sigarette… che non sono le ultime“.
Un esempio per dimostrare che il fumo stesso non viene dominato, così come la senilità, la malattia, la coscienza, il sogno. Quattro punti singolari che costituiscono la sintesi della frammentazione dell’io, che si manifesta nella lettura dell’interpretazione freudiana del processo onirico.
C’è una condanna in tutto questo, che si avverte anche in diversi racconti e nelle favole, ed è il famoso schiaffo del padre in punto di morte. Ma che cos’è la morte, dirà egli stesso alla figlia, proprio nel momento in cui sta per morire.
Lo schiaffo del padre e la consolazione-considerazione sulla sua morte costituiscono alcuni nodi che definiscono la conoscenza della “malattia mortale” e dell’angoscia di Kierkegaard. Da questo punto di vista, la letteratura di Svevo è uno scrivere che cerca di descrivere l’inconscio. Joyce è un Ulisse non vagante in senso omerico, ma pellegrino nella propria coscienza-anima.
Il viaggio come metafora lungo il viaggio stesso del proprio inconscio, attraverso geografie che non hanno porti ma città, sogni e linguaggi. La cultura ebraico-triestina, il fallimento del commercio e il continuo tentativo di rinunciare — al lavoro, che mantiene per anni, e al fumo — sono capisaldi di un vivere la malattia, che diventa Malattia dell’uomo moderno, erede di una tradizione e di un radicamento nella “disperante” accettazione del dubbio:
È un dubbio che m’accompagnò per tutta la vita e oggidì posso pensare che l’amore accompagnato da tanto dubbio sia il vero amore“.
Qui si innesca un fatto problematico: il mosaico tra vita, scrittura e filosofia. Un tema che funge da incipit nel suo credere a un linguaggio che abbia come senso la memoria e il pensare la letteratura come principio assillante delle sue coordinate metaforiche, dello scrivere stesso come terapia. D’altronde La coscienza di Zeno ha proprio questo come fondamento.
Il tutto si ramifica nel tema sempre assillante della morte:
Quando si muore si ha ben altro da fare che di pensare alla morte“.
Ricorrente, perché cerca di superarla, perché tenta di porla come rimedio alla fine del tutto, perché occorre portarla dentro di sé non per capirla, ma forse per allontanarla.
Dirà, nella consapevolezza di acquisire il senso del consapevole:
“Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra, ritornata alla forma di nebulosa, errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.
È solo ironia. Ma l’ironia, in Svevo, è la voce del destino che serpeggia, comunque, in tutta la sua opera. Un destino di una città, di una civiltà, di una famiglia. Il destino della morte del padre e il suo intreccio con la propria.
In Senilità dirà:
L’immagine della morte è bastevole ad occupare tutto un intelletto“.
Ancora da Una vita:
Si muore precisamente nello stato in cui si nasce, le mani organi per afferrare o anche inabili a tenere“.
Insomma, uno scrittore che anticipa e muove le leve della condizione umana come coscienza di sé e delle proprie radici, tra l’essere un tempo temibile per gli anni incombenti e la fine come inaudito processo tra volontà e vizio d’esistere.
Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz, nacque a Trieste il 19 dicembre 1861 e morì a Motta di Livenza, a causa di un incidente stradale, il 13 settembre 1928.

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