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Italia fuori dal Mondiale, le parole di Gravina sul dilettantismo scatenano il mondo dello sport: "Trovare alibi non è da professionisti"

  • Postato il 1 aprile 2026
  • Di Virgilio.it
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Italia fuori dal Mondiale, le parole di Gravina sul dilettantismo scatenano il mondo dello sport: "Trovare alibi non è da professionisti"

Scadendo un po’ nella demagogia, si sa comunque che in Italia è più facile arrampicarsi sugli specchi e resistere sugli scranni più alti e imbullonati sulle poltrone di potere che tagliare corto con un onesto “mi dispiace, ho sbagliato, rimetto il mio incarico”. Le dimissioni non devono essere sempre automatiche, altrimenti si piomba nel giustizialismo più becero, ma spesse volte sono un atto di rispetto altrui e anche di sé stessi.

Gabriele Gravina, al momento, ha optato per la difesa strenua dei vertici FIGC che rappresenta dopo la figura di palta della scorsa notte, con la nazionale maschile maggiore dell’Italia che per la terza volta nella sua onorevole storia non metterà piede in una fase finale di un Mondiale. Per ora la soluzione è all’italiana, “rimetto ogni decisione al Consiglio Federale” che si riunirà la prossima settimana e deciderà per le eventuali dimissioni, ha detto il presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio rieletto per un ulteriore mandato lo scorso anno con una percentuale plebiscitaria del 98,7%.

Gravina conferma tutti e si lancia in una analisi azzardata sugli sport dilettantistici

Insomma, io non me la prendo la responsabilità, che ci pensino gli altri. E tutta la catena di comando degli azzurri (tra lo sventurato Gattuso, che ha dovuto fare le nozze con i fichi secchi scontrandosi con il muro della Lega di Serie A e dei suoi presidenti sino a Buffon, che ha puntato proprio sull’ex compagno di Nazionale come ct) resta confermata al suo posto.

Ma ciò che sta destando sconcerto, ulteriore sconcerto ad essere precisi, è una certa dichiarazione di Gravina che, sempre all’italiana, ha spedito la palla in tribuna parlando del confronto con gli altri sport. Nella conferenza stampa post-disfatta, ad un giornalista che gli ha chiesto se il calcio ormai non sia più nel cuore dei tifosi (un po’ opinabile se possiamo, visto che a tutti noi il calcio che ci interessa veramente è quello dei club e dei campionati, mica quello della Nazionale, siamo onesti), laddove tutti gli altri sport crescono, il presidente della FIGC ha parlato di paragone sbagliato. E questo perché il calcio “è uno sport professionistico”, gli altri invece sono tutti “sport dilettantistici” che non consentono margini di decisione su alcuni aspetti come il “numero dei giovani all’interno delle divisioni Under e nei propri tornei”.

La gaffe su Arianna Fontana e sugli atleti “dipendenti dello Stato”

Poi l’affondo ulteriore: “Gli altri sport sono sport di Stato: pensiamo allo sci, ad eccezione di Arianna Fontana [sic] tutti gli altri atleti sono dipendenti statali”. Forse il presidente Gravina era un po’ stanco, magari con un po’ di riposo avrebbe formulato meglio e affermato anzitutto che Fontana, atleta italiana più medagliata nella storia delle Olimpiadi sia invernali che estive, gareggia nel pattinaggio e comunque sul ghiaccio e non è una sciatrice. E si sarebbe ricordato di tutti gli sport professionistici in cui i nostri atleti svettano, a cominciare dal tennis (Jannik Sinner, dannazione! Come fai a non ricordarti di lui?) per poi proseguire nel motorsport, dove piloti come Bagnaia, Bezzecchi o Antonelli non sono certo “dipendenti dello Stato”. E che dire delle trasformazioni in senso professionistico della nostra pallavolo, con le nazionali di ambo i sessi campioni del mondo regnanti? Senza poi dimenticarci di altri esempi, come il ciclismo.

Le reazioni degli atleti: la polemica di Testa, il sarcasmo di Sighel

È facilmente intuibile come queste dichiarazioni stiano sollevano un polverone. Se la stessa Arianna Fontana, forse prima di sentire le parole di Gravina, ha saggiamente ricordato che al di là del “colpo pesante” “talento, forza e passione in questo Paese non mancano” (è la pigrizia e l’indolenza che ci frega, se possiamo aggiungere), ricordando il botto di medaglie olimpiche tra Parigi 2024 e Milano Cortina 2026, altri atleti sono andati dritti al punto delle parole del presidente della FIGC.

Irma Testa, prima pugile italiana a conquistare una medaglia olimpica (il bronzo a Tokyo 2020), sui social ha sferrato il colpo: “I veri professionisti siamo noi, gareggiamo e vinciamo per la maglia e il nostro Paese, guardando i giocatori milionari fare brutte figure. Mi alleno più di un calciatore, guadagnando meno dei loro cuochi o delle fare dei loro tate. Nonostante questo quando perdo (quelle poche volte) sento il peso di un’intera Nazione che comunque non mi chiede niente perché impegnata a guardare il calcio… Forza Italia, la pasta e Toto Cutugno”.

Sceglie il sarcasmo invece un altro medagliato olimpico, Pietro Sighel, oro nella staffetta mista dello short track a Milano Cortina: “Dilettanti? Se può aiutare qualche calciatore, mi metto a disposizione per fare cambio”.

Aouani: “Essere professionisti non è un titolo”

Iliass Aouani, mezzofondista campione europeo e bronzo mondiale nella maratona (capace di polverizzare il record italiano quest’anno), nonché atleta che ha “sacrificato la vita sociale” per ottenere gli splendidi risultati di cui ci onora, ha affidato ad una storia Instagram il suo punto di vista sulle parole di Gravina: “Forse in Italia è giunto il momento di riservare a questi ‘sport dilettantistici’ l’attenzione che 95 pagine di giornale su 100 riservano al calcio. Essere professionisti non è un titolo, ma un’attitudine, svolgere un’attività con competenza, etica e serietà, i risultati sul campo sono uno specchio della qualità del lavoro svolto dall’individuo e dal sistema”. E ancora: “Trovare alibi non si addice ad un vero professionista. Conosco amatori che nella mentalità sono molto più professionisti dei giocatori di cui si sta ormai fin troppo parlando”.

Parole di raro buonsenso, da parte di uno degli atleti più razionali e saggi che abbiamo in Italia. Poi certo, ad ogni sconfitta della Nazionale si levano i cori populisti del calcio milionario brutto e cattivo (non è il caso dell’analisi di Aouani), dimenticandosi che parliamo di un industria soggetta alla legge della domanda e dell’offerta e che genera indotti di cui tanti giovano. Ma non giustifica una difesa strenua dello status quo come se nulla fosse successo (fermo restando che, ripetiamo, adesso tutti si stracciano le vesti, alcuni padroni del pallone come Aurelio De Laurentiis propongono soluzioni molto intelligenti e di buonsenso per riformare il calcio italiano, ma alla fine ciò che ci interessa davvero sono il campionato e le coppe).

“Il calcio non ha alcuna esclusiva sul professionismo in Italia”

E sulle parole di Gravina è molto interessante la disamina dell’avvocato Felice Raimondo, che su X parla di “preoccupanti lacune giuridiche ed economiche”, spiegando: “Il calcio non ha alcuna esclusiva sul professionismo in Italia: i dettami della Legge 91/1981 si applicano regolarmente anche a basket, golf, ciclismo e alla Serie A femminile. Ma non solo […] stupisce il paradosso sui Gruppi Sportivi Militari. L’intervento statale è un ammortizzatore vitale per quelle discipline che non muovono i miliardi dei diritti TV calcistici. Un’industria ricca non può usare il welfare altrui per giustificare le proprie carenze di programmazione e i fallimenti di sistema. Siamo di fronte a una debacle che non ammette giustificazioni: Tavecchio nel 2018 tolse il disturbo. Qui siamo di fronte al secondo disastro consecutivo. Sebbene nessuna norma sportiva leghi i risultati della nazionale a alla governance federale, il collegamento è indiretto e implicito. La nazionale è la punta dell’iceberg di un movimento che negli ultimi 8 anni non ha fatto alcun passo in avanti e non è stato capace di evolversi o cambiare pagina“.

Autore
Virgilio.it

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