Italia fuori dai Mondiali di calcio, Chiara Appendino traccia la strada e ricorda il dossier di Roberto Baggio
- Postato il 1 aprile 2026
- Economia
- Di Quotidiano Piemontese
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TORINO – Il 9 luglio 2006 e il 31 marzo 2026: due date, due luoghi, due immagini opposte dell’Italia calcistica. Da una parte Berlino, teatro della notte più gloriosa, quella del trionfo mondiale. Dall’altra Zenica, simbolo di una caduta ormai sistemica, certificata dalla terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali. È da questo contrasto potente che prende le mosse la riflessione di Chiara Appendino, deputata torinese e Vicepresidente della Federazione italiana Tennis, che in un lungo post affida al fallimento sportivo un significato ben più profondo.
Non è più soltanto delusione. È, piuttosto, la percezione di un problema strutturale che affonda le radici nel cuore del sistema calcio italiano. Dodici anni senza Mondiali non sono un incidente: sono un segnale. Un’intera generazione è cresciuta senza vedere la Nazionale su quel palcoscenico, e questo, sottolinea Appendino, rappresenta una frattura culturale prima ancora che sportiva.
I problemi del sistema calcio
I numeri, del resto, raccontano una realtà impietosa. Nei club di Serie A, lo spazio concesso agli under 21 italiani è minimo, appena il 2% del minutaggio complessivo, fanalino di coda in Europa. Il confronto con modelli virtuosi come quello del FC Barcelona – dove la valorizzazione dei giovani è parte integrante dell’identità – evidenzia tutta la distanza accumulata. Il paradosso è evidente: i talenti ci sono, come dimostrano i risultati delle nazionali giovanili, ma il sistema non li accompagna nella crescita, preferendo puntare su giocatori stranieri già formati, spesso senza particolare qualità.
A questo si aggiunge un quadro economico fragile e instabile. Negli ultimi vent’anni, oltre 180 società calcistiche italiane sono fallite. Una media impressionante che racconta di un sistema in cui la promozione in Serie A diventa una scommessa ad alto rischio: o si sale, o si scompare. Club storici dissolti sotto il peso dei debiti, comunità private di un punto di riferimento, e un movimento che si allontana progressivamente dai valori originari dello sport per trasformarsi in una sorta di azzardo finanziario.
L’esempio del tennis
Eppure, sottolinea Appendino, esempi di rinascita esistono. Il riferimento è al tennis italiano, oggi ai vertici mondiali grazie a una strategia costruita nel tempo. Il nome simbolo è quello di Jannik Sinner, punta di un movimento che in pochi anni ha ribaltato gerarchie e prospettive. Un percorso fondato su programmazione, investimenti e coraggio decisionale, elementi che – secondo l’ex sindaca di Torino – potrebbero essere replicati anche nel calcio.
Il nodo, però, è anche politico. La politica, osserva Appendino, è già presente nel calcio, ma nel modo sbagliato: più attenta agli equilibri di potere e alle dinamiche interne che alle riforme strutturali. Un’assenza di visione che diventa evidente proprio nei momenti di crisi, quando si invocano cambiamenti che poi restano lettera morta.
Le proposte per ripartire
Da qui, la proposta di una serie di interventi concreti: introdurre quote minime di giovani italiani in campo, rafforzare il sistema delle seconde squadre, ridurre il numero di club nei campionati professionistici, creare un fondo mutualistico per sostenere le realtà più fragili, imporre limiti salariali legati ai ricavi reali e sfruttare l’occasione di UEFA Euro 2032 per rinnovare infrastrutture e governance.
Non si tratta, in realtà, di idee nuove. Molte di queste proposte erano già contenute nel dossier presentato nel 2012 da Roberto Baggio, rimasto però inascoltato. Ed è proprio questa continuità nell’immobilismo a rappresentare, forse, la critica più dura.
All’orizzonte c’è Euro 2032, definito come l’ultima vera occasione per rifondare il sistema. La sfida non è soltanto sportiva, ma culturale: restituire al calcio italiano una visione, una sostenibilità e, soprattutto, la capacità di far sognare di nuovo. Perché, come conclude Appendino, quella generazione cresciuta senza Mondiali merita finalmente di vivere le sue “notti magiche”.
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