Israele e le invasioni nei Paesi vicini: prima in Siria, ora in Libano. La motivazione ufficiale? La sicurezza. Ma punta ai territori
- Postato il 4 marzo 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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L’esercito israeliano ha dato il via a una nuova fase della mobilitazione di truppe in territorio libanese, in aggiunta ai cinque punti di stazionamento nei quali l’Idf è rimasta dopo la firma del cessate il fuoco di novembre 2024, data dalla quale ha già compiuto oltre 3mila violazioni. La decisione è arrivata dopo che Hezbollah ha per la prima volta in un anno e mezzo risposto al fuoco israeliano, con il lancio di alcuni missili e droni verso Tel Aviv e Haifa, all’indomani dell’uccisione della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei. Israele ha già risposto con una serie di bombardamenti con il governo libanese che ha dichiarato “illegali le attività militari di Hezbollah”, paventando arresti di chiunque vi partecipi. Ma soprattutto, i carri armati israeliani hanno annunciato, di nuovo, l’invasione del sud del Libano, usando il pretesto delle nuove tensioni in Medio Oriente per perseguire i suoi scopi espansionistici.
L’invasione arriva in un momento già delicato per gli equilibri interni del Paese: completata la prima fase del disarmo della milizia filo iraniana a sud del fiume Litani da parte delle Forze Armate Libanesi (LAF), la situazione viveva una fase di stallo, con l’annuncio da parte di queste ultime della preparazione della fase 2 – cioè il disarmo tra il fiume Litani e il fiume Awali, più a nord – alla quale Hezbollah stessa aveva già detto di opporsi, proprio in ragione del fatto che le Idf non hanno mai rispettato gli accordi sul cessate il fuoco (che riguardava appunto solo la zona a sud del Litani).
Come per le operazioni militari americane in Iran, non viene in realtà chiarito quale sia l’obiettivo di questa mobilitazione terrestre e non è chiaro con che criteri vengano delineate da Tel Aviv e Washington quelle descritte come “minacce imminenti“: se nel caso iraniano è evidente il conflitto tra questa definizione e il fatto che l’Iran non abbia nemmeno i mezzi per colpire gli Stati Uniti, e quindi per porre una minaccia imminente, nel caso di Hezbollah è evidente come il movimento non abbia la capacità di sostenere o assorbire una nuova campagna di bombardamenti aerei, motivo per cui per un anno e mezzo ha evitato di rispondere ai continui strikes israeliani.
È altresì allarmante la cornice all’interno della quale si inscrive tutto ciò. Un Paese, Israele, che non ha mai dichiarato i propri confini e che occupa a tempo indeterminato, da decenni, varie terre che definisce “contese”. Un Paese che è oggi guidato da un governo da un lato dominato da un partito – il Likud – che ha nel proprio statuto l’aspirazione alla “Grande Israele” (ribadita in modo disinvolto dall’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, in una recente intervista con Tucker Carlson), che si estenda dal fiume Nilo (in Egitto) al fiume Eufrate (in Iraq), e dall’altro sostenuto da forze politiche messianiche – i Ben Gvir e gli Smotrich – che non nascondono nemmeno più la volontà di completare (a Gaza e West Bank) o realizzare (in Libano) la pulizia etnica e la ricolonizzazione.
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