Isola, «Qui è tutto nostro»: acquirenti costretti dal clan a restituire le case vacanza

  • Postato il 17 febbraio 2026
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Isola, «Qui è tutto nostro»: acquirenti costretti dal clan a restituire le case vacanza

Il villaggio Seleno Margheritissima di Isola controllato dalla cosca Arena, «Qui è tutto nostro» la minaccia agli acquirenti di case vacanza


ISOLA CAPO RIZZUTO – Il terrore imposto dal racket del turismo faceva allontanare dalla Calabria chi aveva deciso di acquistare appartamenti nel villaggio di Isola Capo Rizzuto “Seleno-Margheritissima”. La ‘ndrangheta induce chi ama la Calabria a desistere dal venirci in vacanza, provocando un danno enorme all’immagine di una terra bellissima e all’economia ruotante attorno alla risorsa mare. C’è anche questo nelle carte dell’inchiesta che ha portato all’operazione Black Flower, condotta dai carabinieri del Reparto operativo di Crotone e dalla Dda di Catanzaro. Un villaggio storicamente controllato dalla cosca Arena e dalla ‘ndrina satellite degli Scerbo con l’imposizione della guardianìa e delle imprese di riferimento del clan per i servizi di cura del verde e gestione della spiaggia. Le prime assunzioni risalgono addirittura a oltre 40 anni fa.

STATO DI SOGGEZIONE

Fin dalla sua costruzione, nel villaggio si era potuta percepire la presenza della criminalità organizzata, come ha raccontato agli inquirenti l’amministratore del villaggio turistico. Lo stato di soggezione che ne derivava aveva impedito ai condomini, negli anni, di sollevare questioni sull’individuazione delle imprese affidatarie dei servizi comuni. Ma non ci sono soltanto estorsioni con aggravante mafiosa, tra le accuse contestate ai sette finiti in carcere. Si tratta di Pasquale Arena, di 35 anni; Giuseppe Bruno (56); Domenico Muraca (74); Michele Nicoscia (46); Rosario Scerbo (58); Vincenzo Scerbo (63); Carmine Antonio Timpa (75). Sono tutti di Isola Capo Rizzuto. Ma gli indagati sono in tutto dodici. Quelli a piede libero sono Antonio Arena (43); Giuseppe Arena (60); Giuseppe Friio (60); Antonio Scerbo (24); Carmine Scerbo (35).

TURBATIVA D’ASTA

Tra le accuse, infatti, figurano una serie di episodi di turbativa d’asta. Timpa e Bruno, soci di un’impresa costruttrice di unità immobiliari nel villaggio, la IGB Immobiliare srl, e alcuni loro collaboratori come Nicoscia, avrebbero minacciato i partecipanti a una procedura di vendita facendo in modo che i prezzi rimanessero contenuti. Inoltre, avrebbero preso parte all’asta tramite prestanome e avrebbero costretto alcuni acquirenti a rinunciare agli appartamenti e restituirli alla IGB o a versare ulteriori somme per ottenerne il definitivo acquisto. Almeno questa è la ricostruzione dei militari. Una ricostruzione confluita nella richiesta di misure cautelari firmata dall’allora vicario della Dda Vincenzo Capomolla e dagli allora sostituti Domenico Guarascio e Paolo Sirleo nel maggio 2024. Quasi due anni ci sono voluti per l’emissione del provvedimento della gip distrettuale Fabiana Giacchetti.

«TUTTO NOSTRO»

In un caso, due acquirenti che si aggiudicarono le gare furono avvicinati dal clan nello stesso giorno in cui erano andati a visionare l’appartamento. Uno di loro aveva appena fatto una videochiamata con la madre per mostrarle gli interni. L’altro stava andando a prelevare materiali nella sua auto. Quando si presentano tre individui che, «con atteggiamento imperativo», li allontanavano. A parlare sarebbe stato il più anziano, Antonio Timpa. «Gli appartamenti sono di proprietà nostra. Qui è tutto nostro. Voi dovete andare via da qui». L’unico modo per risolvere il problema sarebbe stato quello di versare altri 50mila euro per aggiudicarsi la casa, la minaccia del clan.

NOTAI COMPLICI

Nonostante avessero programmato di restare in Calabria per tre giorni, i due acquirenti decisero di tornare in Lombardia. Con profondo rammarico, preferirono “restituire” entrambi gli appartamenti. Percepirono subito che quelle persone avevano «il controllo del villaggio». Meglio assecondare le imposizioni per evitare «ripercussioni o atti ritorsivi». La soluzione imposta sarebbe stata quella di vendere gli immobili ad acquirenti indicati dal clan, in modo da recuperare i soldi spesi. Il trasferimento forzato sarebbe avvenuto dopo un incontro in un bar di Gallarate con un prestanome. Perché poi al notaio l’acquirente avrebbe dovuto dire il nome “Timpa”. Una sorta di codice di riferimento per la pratica. Ma anche un elemento che la dice lunga sul possibile coinvolgimento di professionisti.

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