Isola, la cosca Arena da oltre 40 anni controllava ogni respiro al villaggio Seleno

  • Postato il 22 febbraio 2026
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Isola, la cosca Arena da oltre 40 anni controllava ogni respiro al villaggio Seleno

Amministratori e condomini del villaggio Seleno di Isola Capo Rizzuto sentiti dagli inquirenti ripercorrono il monopolio della cosca Arena


ISOLA CAPO RIZZUTO – Le mani della cosca Arena si erano allungate sul villaggio turistico Seleno-Margheritissima sin dalla sua costruzione. La presenza della ‘ndrangheta nel complesso residenziale si ricava da testimonianze di amministratori e condomini raccolte dai carabinieri nell’ambito dell’inchiesta che nei giorni scorsi ha portato all’operazione Black Flower. L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Catanzaro, avrebbe fatto luce su un sistema di estorsioni e turbative d’asta dietro cui c’era la cosca, le cui imprese di riferimento gestivano qualsiasi attività economica, dalla spiaggia alla cura del verde. Ma è soltanto uno dei villaggi rientranti nella sfera d’influenza del clan, che da decenni lucra in maniera parassitaria sul turismo. La vicenda Seleno, però, è emblematica.

VICISSITUDINI SOCIETARIE

Sorta negli anni Ottanta nella località Selene-Anastasi, la struttura fu concepita quale complesso residenziale turistico, delimitato da mura di recinzione, accesso alla spiaggia e costituito da oltre 300 unità immobiliari private organizzate in due distinti condomini. Analizzando le vicissitudini societarie, emergeva la figura di Pasquale Barberio, patron della “G.B. Immobiliare srl” quale «espressione della ‘ndrangheta locale», già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa in un altro procedimento. Ma anche la “LG.B. Immobiliare srl” dei soci Carmine Antonio Timpa, Domenico Muraca, Giuseppe Bruno, indagati, e Pasquale Serio, quale realtà imprenditoriale di fatto coincidente con la “G.B. Immobiliare”. Una società già descritta dal collaboratore di giustizia Luigi come espressione imprenditoriale della famiglia Arena.

PRESENZA OMBRA

La presenza della famiglia Arena è quasi un’ombra dal punto di vista amministrativo e societario, nel senso che alcuni esponenti della cosca detenevano quote nelle imprese titolari della struttura. Ma è ben più evidente sotto il profilo della gestione delle risorse umane del villaggio. Ne sono certi gli investigatori dell’Arma, coordinati dall’allora procuratore vicario della Dda Vincenzo Capomolla e dagli allora sostituti Domenico Guarascio e Paolo Sirleo. Gli arresti sono scattati dopo quasi due anni dalle richieste dei pm, per le carenze d’organico nell’ufficio del gip distrettuale.

EXCURSUS STORICO

In particolare, dalle testimonianze emerge la pervasività del ramo “Chitarra” degli Arena sin dall’insediamento edilizio. Andando a ritroso nel tempo, balza all’attenzione degli inquirenti la presenza di Antonio Arena classe 1937, detto “’u Tropianu”, all’interno del villaggio. Arena venne ucciso nell’ottobre 1983. La morte del capofamiglia non sancì certo il venir meno della supremazia del clan. I figli, tutti autorevoli esponenti della cosca, continuavano, secondo l’excursus proposto dagli inquirenti, a perpetrarne il dominio indiscusso.

 GLI AGGUATI

È il caso di Francesco Arena, classe 1961, dipendente del condominio Seleno dal febbraio 1990. Anche lui fu assassinato in un agguato mafioso, compiuto a Isola Capo Rizzuto nel marzo 2000. Il fratello Giuseppe, classe 1966, comunemente noto come “Pino ‘u Tropianu” e scampato all’agguato col bazooka in cui morì invece il cugino Carmine, è dipendente del condominio Seleno dall’aprile 1993. Salvatore Arena classe 1957 fu assunto nel luglio 2000. Tutti formalmente reclutati come addetti a vari servizi. Dalle testimonianze emerge l’imposizione di un monopolio dei servizi da parte degli Arena e delle loro propaggini, le famiglie Scerbo e Friio, manovalanza della cosca. Pulizia, giardinaggio, guardianìa erano affari del clan.

ONNIPRESENTI E RIVERITI

I carabinieri del Reparto operativo di Crotone sono risaliti ai primi amministratori. I testimoni hanno ricordato come Franco Arena fosse «fisicamente onnipresente» all’interno della struttura e godeva di «rispetto e riverenza da parte di tutti». In un caso, uno degli amministratori fu invitato a compiere un tour nei villaggi limitrofi dall’esponente del clan che, notando una certa resistenza nel suo interlocutore, lo rassicurò. Non c’era bisogno di avere paura, diceva, perché lui viaggiava con un’auto blindata. In qualche caso, il villaggio era sfruttato dal clan per ottenere misure alternative alla detenzione da parte degli Arena. E gli amministratori dichiaravano formalmente disponibilità ad assumere i detenuti.

SCELTE GESTIONALI

Informazioni preziose, quelle fornite agli inquirenti dagli amministratori del villaggio succedutisi negli anni. Le memorie storiche rammentano che il capo cosca Antonio Arena aveva sollecitato il costruttore ad assumere operai graditi al clan. Sempre il boss avrebbe stabilito chi doveva svolgere il servizio di guardianìa. Dopo la sua morte, le pressioni non vennero meno. La figura di riferimento divenne Franco Arena, che svolse un ruolo di reggenza essendo detenuto il capo storico, Nicola Arena. Dopo la sua uccisione, il fratello Giuseppe ne avrebbe preso il posto anche se formalmente era il manutentore degli impianti sportivi. Insomma, gli Arena erano i catalizzatori di ogni opzione gestionale.

IL VERDE

Le loro imposizioni erano senza possibilità di appello. «Sin dall’epoca della realizzazione del villaggio, (gli Arena, ndr) monopolizzavano l’indotto. Si erano fatti assumere direttamente dal condominio – secondo un’altra testimonianza – percependo regolare stipendio e contributi. Ma intervenivano direttamente con l’amministrazione garantendosi la gestione dei servizi». Prendiamo il caso della cura del verde, prima in mano all’impresa di Pino Arena a cui succede poi quella della moglie per problemi col fisco. Lo stesso Pino Arena, a un certo punto, comunica all’amministratore che l’impresa della moglie cesserà e la gestione andrà alla Promoverde di Giuseppe Friio, dipendente delle due società precedenti.

IL MARKET

Appannaggio degli Scerbo erano pulizia e manutenzione del lido. E se il chiosco-bar degli Scerbo fu abbattuto per abusivismo edilizio, per volere di Pino Arena ne fu innalzato un altro di proprietà di IGB Immobiliare. Il minimarket? Se ne occupava l’«onnipresente» Pasquale Arena che costruì la struttura e l’affidò alla sorella e alla fidanzata. In favore di quest’ultima stipulò un contratto di comodato d’uso gratuito, peraltro non registrato.

PREVARICAZIONI SENZA MINACCE

Identico modus operandi per i lavori privati per i condomini, svolti rigorosamente in nero ed esclusivo appannaggio di figure indicate dal clan. Gli amministratori sentiti dalla Dda hanno ammesso di aver tacitamente accettato lo status quo essendo consapevoli che le redini del sistema erano tenute da figure criminali di spicco. Pur non essendo mai esplicitamente minacciati, hanno ammesso di aver subito ogni forma di prevaricazione nelle scelte gestionali, temendo ritorsioni e limitandosi a comunicare le decisioni del clan nelle assemblee condominiali.

ASSEMBLEE A SENSO UNICO

Le assemblee, secondo quanto riferito agli inquirenti da uno dei condomini, erano «a senso unico». Qualsiasi scelta presentata non aveva un’alternativa valida, in quanto il veto decisionale era perentorio. La volontà dell’assemblea era completamente annichilita. C’erano servizi, come quelli di bagnino, che furono assegnati senza essere discussi. Se ne occupava Rosario Scerbo, che anche se si vedeva poco nel villaggio si avvaleva di alcuni ragazzi come collaboratori.

IL “CODICE”

 La portineria era in capo agli Arena, il verde in mano ai Friio. I servizi erano svolti sempre dalle stesse persone e l’unica possibilità di scelta per i partecipanti alle assemblee era la proroga. I frequentatori del villaggio parlano di un vero e proprio “codice” che imponeva di rivolgersi alle stesse persone già operanti per qualsiasi intervento di cui si avesse bisogno. La loro sostituzione non è mai stata presa in considerazione.

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