Iran, caos e incertezze riflettono la vulnerabilità del regime. L’analisi di D’Anna

  • Postato il 8 gennaio 2026
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  • Di Formiche
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Maduro, la Groenlandia, la terribile strage di Crans Montana e l’arrembaggio alle petroliere, hanno fatto passare in secondo piano dall’inizio dell’anno la tragedia del popolo iraniano che da quasi due settimane protesta contro il dispotico regime teocratico degli ayatollah.

Proteste che fanno registrare crescenti tensioni e spaccature ai vertici di Teheran. Mentre il Presidente Masoud Pezeshkian ha ordinato alle forze di sicurezza di evitare misure repressive contro i manifestanti, distinguendo tra proteste pacifiche e “rivoltosi armati”, il capo della Corte suprema, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha ribadito invece che non vi sarà “nessuna clemenza per manifestanti che aiutano i nemici della Repubblica islamica”.

La decisione del Presidente Pezeshkian, resa pubblica dal vicepresidente Mohammad Jafar Ghaempanah in un video diffuso dall’agenzia di stampa iraniana Mehr, di evitare in sostanza di sparare ai manifestanti, viene interpretata come un segnale della crescente preoccupazione del governo di fronte ad una protesta generalizzata alimentata dall’aumento dei prezzi e dal crollo della valuta nazionale.

L’ordine di non sparare esclude però, viene specificato, coloro che impugnano armi da fuoco e attaccano stazioni di polizia e siti militari.
L’intransigenza giustizialista del Procuratore Generale della Corte suprema, che ha contrapposto all’ordine presidenziale di reprimere le proteste con un perentorio “non ci saranno scuse per coloro che scendono in piazza per provocare rivolte e disordini”, rivela la profonda divisione fra i moderati che fanno riferimento a Pezeshkian e gli oltranzisti guidati dai Guardiani della Rivoluzione, che assediano e condizionano l’86enne guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.

Secondo la Human Rights Activists News Agency, organizzazione indipendente che ha sede in Norvegia, il bilancio provvisorio delle proteste è di almeno 38 morti, 5 dei quali minorenni, un centinaio di feriti e oltre 2.000 arresti. Le proteste e gli scontri si moltiplicano in tutto il Paese.

Un Tenente Colonnello della Polizia iraniana è stato accoltellato nelle ultime ore durante i disordini nell’area di Malard, a ovest di Teheran, e scontri si registrano nella provincia sud-occidentale di Lordergan mentre a Bojnurd, nel nord-est, l’agenzia Tasnim riferisce che alcuni manifestanti hanno lanciato pietre contro una moschea e dato fuoco a un negozio di libri religiosi.

A tratti le proteste oltre che per la crisi economica assumono una inaspettata valenza ideologica, come il ritorno di slogan apertamente monarchici. In varie località, come Bandar Abbas e Shiraz, sono stati scanditi cori come “Pahlavi tornerà” e “Reza Shah, riposa in pace”, in riferimento allo Scià di Persia deposto nel 1979 dall’ayatollah Khomeini.

Il nome del Principe Reza Pahlavi, l’erede al “Trono del pavone” e figura simbolica dell’opposizione in esilio, è tornato centrale dopo il suo recente appello a una mobilitazione nazionale contro la Repubblica islamica.

Una restaurazione monarchica appare tuttavia alquanto incerta perché l’Iran è un Paese molto giovane e la gran parte degli abitanti non ha memoria della prosperità economica e degli standard occidentali vissuti 47 anni addietro durante il regno dello Scià.

L’opposizione è molto frammentata e a parte i sopravvissuti dei Mojahedin del popolo, dopo decenni di torture e repressioni non ci sono gruppi organizzati.

A rafforzare notevolmente la protesta popolare spontanea è comunque il sostegno dei principali partiti curdi iraniani, che rivestono un ruolo sempre più centrale in questa fase. Gli scenari internazionali alimentano ulteriormente le tensioni e fanno vacillare il regime.

Quando sono iniziate le proteste, il Presidente americano Donald Trump ha minacciato un intervento nel caso di repressioni sanguinose, mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso sostegno ai manifestanti.

Tensioni accresciute anche dalle indiscrezioni, più o meno interessate, su un possibile piano di fuga di Khamenei verso Mosca.

Caos e incertezze che riflettono la crescente vulnerabilità del regime iraniano sotto pressione interna ed esterna, assolutamente non in grado di ottenere per gli indicibili orrori delle repressioni il minimo consenso popolare di un paese praticamente fallito e ridotto alla fame per la dissennata destinazione della maggior parte delle ingenti risorse petrolifere al programma missilistico delle forze armate e ai finanziamenti dei movimenti terroristici islamici di mezzo mondo.

Autore
Formiche

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