Intervista a Kanjano, il fumettista che prova a raccontare il tumore con il disegno
- Postato il 26 gennaio 2026
- Fumetti
- Di Artribune
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Il racconto della malattia assume spesso, nella narrazione pubblica più convenzionale, tratti tipici e rassicuranti. Il malato è vincitore esemplare che affronta il “mostro” con coraggio; il malato è colui che è destinato a perdere una battaglia più grande di lui; il malato è sempre e comunque in “guerra”, perché lo sappiamo, la vita a volte ti riserva tristi sorprese ed è bene affrontarle con la schiena dritta. La verità è che intorno a queste trame narrative diffuse e di facile lettura, ci sono infiniti mondi e infinite modalità di gestione del dolore, per ognuno di noi. A mettersi a nudo, offrendo una propria visione sul tema (senza pretese, solo una delle tante) è il fumettista Giuliano Cangiano aka Kanjano, autore siciliano che ha deciso di raccontare il tumore e le sue conseguenze attraverso lo strumento a lui più familiare: il disegno. Nasce così Il diario a fumetti del mio tumore, un racconto illustrato – ora ironico e lucido, ora crudo e spietato – del percorso intrapreso dal fumettista dopo la diagnosi. Abbiamo incontrato Kanjano. Queste sono le sue parole, accompagnate da una storia inedita.

Intervista al fumettista Kanjano
Cosa significa essere fumettista?
Per me essere fumettista significa farmi strumento di interpretazione e diffusione di una storia. Che sia raccontata da me o da altri. Parlo di interpretazione perché quello del fumetto è un linguaggio più universale, che necessita di un’alfabetizzazione diversa rispetto a linguaggi più codificati, e si presta bene per raggiungere un pubblico meno specializzato. Una storia raccontata attraverso la visualizzazione, la semplificazione e il ritmo del fumetto, rispetto a un saggio o a un “long form”, ha il potenziale per raggiungere un bacino di lettori più ampio e trasversale. Il mio focus è sempre stato il racconto di realtà, ma mi diverte molto anche interfacciarmi con i lettori più giovani, la cui creatività e la voglia di essere affabulati mi affascinano molto.
Lavori da vent’anni nel mondo del fumetto, dell’illustrazione e dell’animazione. Mi racconti qualcosa di te?
Vengo dalla Sicilia e, dopo aver girato un po’, adesso vivo a Milano. Il mio percorso è il frutto dell’amore infantile per il disegno e le (scarse) possibilità che apparentemente esistono di farlo diventare un mestiere. Un percorso non lineare perché poco incoraggiato dalla mia famiglia, ma che – visto da qui – ha una sua logica. Ho una laurea in filosofia (con una tesi su Gli ultimi giorni di Pompeo di Andrea Pazienza), un cammino di attivismo che si è tradotto in satira e fumetto di realtà su quotidiani e riviste (L’Unità, Liberazione, Il Corriere, Pizzino, L’Antitempo, Mamma!, La Revue) e in inchieste e reportage in libreria. Mi piace raccontare storie, e questo ha trovato spazio anche nella comunicazione commerciale con video animati e illustrazioni editoriali.
Da qualche anno ho iniziato ad insegnare (tra NABA, NID e IED) materie che hanno a che fare con il fumetto, i cartoni e le storie disegnate, perché, come tanti quarantenni, penso di aver capito delle cose e mi è venuta voglia di raccontarle a qualcuno.

La diagnosi del tumore e la reazione creativa di Kanjano
Un percorso denso, che ha subito una violenta sterzata nel momento in cui hai scoperto la malattia…
Più che di una sterzata si è trattato proprio di una frenata violenta. E, contestualmente, anche di un brusco risveglio. Mi sono dovuto fermare, ma soprattutto ho dovuto ricominciare a guardare la strada e il paesaggio, se vogliamo restare nella metafora. Mi sono accorto di avere un corpo, di avere un ruolo, di avere delle persone preziose intorno, di avere delle fragilità. Mi sono accorto anche di star viaggiando col pilota automatico e di non aver poi così chiara la meta.
Quando ho ricevuto la mia diagnosi mi sono letteralmente inchiodato al lettino del medico. Ci ho messo un quarto d’ora per rialzarmi. E, da lì, il tempo ha proprio cambiato il suo scorrere. Un’altra densità, un ticchettio diverso. Un profondo smarrimento e una grande difficoltà a comprendere davvero cosa mi/ci stesse succedendo. Per grazia, mia moglie, Luana, è una persona molto lucida e mi ha permesso di sintonizzarmi sul suo respiro calmo.
Hai deciso di affrontare il tumore a viso aperto, ovvero raccontandolo attraverso il disegno. Mi parli del tuo diario quotidiano?
Guarda, in realtà non ho deciso granché. Ho iniziato a farlo, a raccontare le cose che mi stavano succedendo, perché mi serviva prendere le distanze da quel macello. Mi serviva parlar male della mia malattia guardandola in faccia, trasformarla in una relazione, masticarla, tradurla in una cosa quotidiana e non epocale. Ho iniziato a raccontarla a me stesso come per una sorta di terapia inconsapevole: ridurre il mio tumore a una cosa nominabile, sgranarne le vertebre guardandole da vicinissimo mi ha aiutato a ridurne le dimensioni, almeno a livello di percezione. Finché li tenevo nella testa, i pensieri rimanevano aggrovigliati: appena ho iniziato a spiattellarli nero su bianco si sono fatti più chiari. Vederli rappresentati mi ha permesso di capirli, di affrontarli, di prenderli pure in giro.
Immagino non sia stato facile adeguare il lavoro di scrittura e disegno ai tempi concessi dalla malattia e dalle cure…
Quando ricevi le chemio gli effetti si palesano nel giro di giorni o settimane e, anche dopo le reazioni più acute, è difficile trovare le energie per concentrarsi. Ma ci sono periodi di risacca e ho imparato a usare quelli per mettere in ordine i miei appunti e dargli una forma sensata. Mi sono accorto che, man mano che il percorso si dipanava – nella realtà e nella narrazione – mi trovavo ad occuparmi di questioni molto specifiche: dal pensiero della morte alla necessità di cambiare alimentazione, dalla questione economica alla salute mentale. Questa razionalizzazione del vissuto mi ha facilitato nell’organizzazione di episodi (di venti pagine alla volta) autoconclusivi, che però non perdessero di vista la linea narrativa principale.

La raccolta fondi per sostenere il progetto
È un diario online, al momento, ma attraverso una campagna di fundraising vorresti che un giorno diventasse un libro.
Il diario è e rimarrà liberamente accessibile sui miei (e su altri) canali web, perché ho avuto modo di verificare – col tempo – che la mia narrazione è utile anche ad altre persone: desidero che chi ne ha voglia possa leggerlo gratuitamente e diffonderlo liberamente. Se può essere uno strumento taumaturgico o catartico è giusto che resti accessibile. Tra i lettori in tanti, fino a ora, hanno deciso di supportare questo crowdfunding, che ho lanciato per rendere sostenibile il mio lavoro e per sopperire all’impossibilità di lavorare in maniera regolare durante le terapie. Devo dire che sono stato più che fortunato, perché ho sentito la vicinanza e la generosità di una schiera di umani straordinari. Fin qui ho raccolto donazioni per quasi 20mila euro.
Parallelamente il diario diventerà anche un volume cartaceo. L’agenzia letteraria Book on a tree ne sta curando i diritti affinché possa incontrare lettori anche tra gli scaffali delle librerie.
“Il tumore va testimoniato per essere tirato fuori, dissepolto, dallo status di ‘fatto privato, fatalità, condanna, tabù’ che si è indebitamente ritagliato”, è scritto nella pagina ufficiale della campagna fundraising. Che impatto speri di poter avere sui lettori?
Spero di far sentire meno solo chi – in qualche modo – sta vivendo un percorso simile al mio, e spero di spalancare le porte della comprensione delle parole “cancro” e “tumore” a tutti gli altri. Nominare la malattia la rende più contenuta, circostanziata, umana. Non è un nemico, è una parte di noi, della nostra vita. Fisicamente, intendo: non c’è ragione per trattarla con reverenza, ma c’è urgenza di comprenderla per arginarla o prevenirla. Finché la confiniamo alla disperazione dell’intimità nostra o della nostra famiglia non riusciremo a capirne il ruolo sociale. Riguarda troppi di noi, ma dobbiamo imparare a dircelo.
E più nello specifico, nei confronti di chi condivide una situazione simile alla tua, che tipo di esempio vorresti essere?
Non ho la pretesa di essere un esempio, quanto piuttosto uno stimolo. A tirar fuori, a parlare, a condividere, a spiegare. A dire ad alta voce che la retorica che spesso si racconta da fuori non ci appartiene. Non siamo guerrieri, non vinceremo o perderemo nessuna guerra (né battaglia), ma non siamo nemmeno malati professionisti o predestinati e, in particolar modo, non siamo la nostra malattia. Abbiamo il diritto e il dovere di rimanere le persone che siamo e di chiamare le cose col proprio nome. Il racconto del cancro è stucchevole perché viziato da raccontatori che pretendono di spogliarlo della sua natura di fenomeno umano e di rappresentarlo come altro da noi.
Alex Urso
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