Intervista a Adriano Martella, direttore creativo della Cerimonia di Chiusura Milano Cortina 2026: "Sarà un evento iconico, i veri campioni saranno protagonisti"

  • Postato il 28 novembre 2025
  • Di Virgilio.it
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Non è la fatica, non è la disciplina e neanche la paura che si possa affrontare il dolore, la misura stessa della determinazione in chi si scopre quel talento che lo rende migliore, nello sport. Per quanti si immergono in una disciplina, riconvertono le priorità crescendo nel focus della competizione le Olimpiadi sono l’evento. Per chiunque altro, i Giochi rinnovano quella tensione all’unità, al rispetto, alla lealtà che nello sport trova il senso ultimo. Decifrare il significato più autentico nella contemporaneità e restituirlo al pubblico, che attende l’avvento dei prossimi Giochi di Milano Cortina 2026, è il mandato che ogni edizione è chiamata a soddisfare: rinnovare, pur mantenendo inalterato quello spirito olimpico nella comunicazione come pure nella massima espressione artistica degli eventi che aprono e chiudono le Olimpiadi, le due cerimonie. Il 22 febbraio 2026 l’Arena di Verona celebrerà la bellezza dei corpi, del movimento, dell’arte e dello sport anche grazie alla straordinaria partecipazione dell’étoile internazionale Roberto Bolle. Un evento che si preannuncia coinvolgente, che sta impegnando Adriano Martella, Creative Director di Filmmaster e della Cerimonia di Chiusura, interprete di un progetto corale eppure unico. “Un evento iconico”, come ribadisce in questa intervista, con le sue parole a sottolineare come la potenza della bellezza in movimento sia in ciò che l’anfiteatro veronese, monumento vivo e guida nel concept, custodisce. E che promette di stupire ancora per celebrare un linguaggio comprensibile, accessibile a chiunque, davvero universale.

Mancano meno di 100 giorni dall’apertura ufficiale dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina, qualche settimana in più alla Cerimonia di Chiusura delle Olimpiadi Invernali all’Arena di Verona. Ci può illustrare come e quando si genera l’idea che conduce a un concept – dal suo punto di osservazione – per un grande evento come quello che avete pianificato e che è chiamato a chiudere i Giochi? Quali sono le tappe da qui all’evento di Verona?
La complessità è tale da richiedere un processo, come quando si prepara un piatto gourmet all’interno di una cucina: all’apparenza è semplice, eppure ha richiesto processi di elaborazione lunghi, stratificati. Lavoriamo con un approccio che inizia partendo da una macro immagine e ciascuna di queste macro immagini risponde a una grande, unica sfida. “Che cos’è che l’Italia merita nell’ospitare le Olimpiadi? Che cosa può rappresentarla al meglio?”, in questo evento. Una sfida culturale, quindi il tempo che abbiamo impiegato a scriverlo è quello dell’elaborazione delle idee, anche se esse arrivano da lontano, dalle esperienze pregresse e similari per altri eventi che hanno costruito la nostra esperienza specifica. Con il team ci siamo messi a lavorare attorno alla definizione del concept in circa due mesi, poi si è modellato, adattato e plasmato sulla base delle esigenze particolari. Il lavoro del creativo è costruito su strati differenti, proprio come quando si è in cucina. La metafora da questo punto di vista funziona molto bene: il piatto è riuscito nel suo insieme quando ogni componente concorre nella sua misura. Le considerazione di produzione e di messaggio vanno a rimodellare un’idea di base, durante lo sviluppo, prendendo anche svolte inaspettate. Adesso siamo in una fase dedicata alla costruzione delle scene, di elementi come i costumi nella loro massima eccellenza e per questa ragione risultano nel focus della comunicazione, le musiche sia nella fase di composizione sia la registrazione, gli elementi scenici che servono ad arricchire la messa in scena stessa. I prossimi mesi saranno funzionali a metterli a punto e ad assemblarli. Ci sono alcuni aspetti della contemporaneità, a mano a mano in accordo con il Comitato Organizzatore: gli sportivi che parteciperanno all’evento saranno una sorpresa dell’ultimo minuto.

Li attenderemo come attori e attrici protagonisti per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, all’interno di un monumento storico patrimonio universale e Unesco. L’Arena si trasformerà in un palcoscenico “senza confini”. L’evento, intitolato “Beauty in Action”, è stato presentato come un tributo alla bellezza in movimento in ogni sua forma, cercando connessioni armoniche. Il movimento agonistico, performativo come si declina nell’arte?
Assolutamente. Non posso non citare Claudio Santucci, Cristiana Picco e Florian Bojeche, durante la conferenza stampa, ne hanno fatto esplicita menzione della connessione cercata. Noi siamo partiti da una forma di rispetto profondo per il luogo, l’Arena di Verona ha il suo genius loci che, nel caso specifico, si esprime attraverso la sua forma. Il concetto dell’ellisse concentrica e del suo abbraccio lo percepisci immediatamente, appena entri: quando abbiamo iniziato a lavorare sul concept creativo già dal sopralluogo abbiamo avvertito questa sensazione, ci siamo resi conto che è come se si consumasse un abbraccio del pubblico alla scena. E quindi questo è uno degli elementi fondamentali della nostra ispirazione artistica e che si riflette nella scena che è stata disegnata che ti permette di modellare una scena che, a volte risulta intima, oppure monumentale che si estende a tutta quanto la struttura. Questo gioco è uno dei linguaggi forti delle cerimonie, un piccolo gesto umano che ha riflessi macro sulla totalità della scena. Lo abbiamo poi incrociata con un altro aspetto creativo, la goccia d’acqua che cade al centro dell’Arena stessa e si propaga verso l’esterno. Ci sono due movimenti, due energie: concentrica e divergente o centrifuga che si propaga dal centro della scena verso l’esterno per raggiungere la città. L’Arena si colloca al centro di una piazza straordinaria, piazza Bra a Verona, ed è integrata nel tessuto della vita culturale e artistica della città stessa.

Adriano Martella

Quanto è complicato studiare una cerimonia sposando l’arte con il mondo dello sport?
C’è un nesso tematico che abbiamo esplicitato nel titolo del nostro spettacolo ed è la bellezza. La bellezza è sintesi, la forma di sintesi percettiva che permette alle persone di comprendere la qualità, divenendo l’elemento che unisce lo sport alla società. E non è un caso che lo sport abbia un così grande impatto: nelle emozioni che suscita nelle persone, sull’economia e sullo stesso progresso sociale. Lo sport, in questo senso, è fortemente legato alla cultura perché esprime quei concetti che abbiamo voluto raccontare sinteticamente attraverso la parola bellezza, intesa anche nel movimento. Questa sintesi stilistica, tematica la abbiamo portata avanti negli anni e personalmente, maturato nei linguaggi degli stadi, con cui mi sono approcciato, e con i miei colleghi Alfredo e Stefania (Accatino e Opipari, ndr). La bellezza in tutte le sue forme, quindi la capacità di rimanere intellegibile pur cambiando ci ha permesso di collegare realtà diverse ma che vantano un nesso altrettanto forte.

La presenza di Roberto Bolle, étoile di maggior prestigio internazionale, conferisce un contributo alla ricerca di un linguaggio come la danza più vicino al grande pubblico, all’esterno dei teatri. Anche la Cerimonia di Chiusura, espressione di arte può elevare o almeno avvicinare all’alto dello spirito olimpico ciò che è popolare, e ad alta valenza sociale, come lo sport?
Preferisco parlare di “iconico” più che di “popolare”, perché la danza – come ogni forma d’arte – può essere al tempo stesso elevata e profondamente in dialogo con la sensibilità delle persone quando adotta un approccio iconico. Trasformare un gesto, un’immagine o un movimento in un simbolo significa creare diversi livelli di interpretazione e, così, raggiungere pubblici molto diversi. È questa, secondo me, la chiave più corretta: la danza ha la capacità di condensare valori e significati in forme immediate e potenti, ed è per questo un linguaggio ideale per esprimere e amplificare lo spirito e la visione della cerimonia.

Ci saranno anche atlete e atleti in questa cerimonia di chiusura, come riuscirete a inserirne la presenza nella narrazione scelta, compatibilmente con gli impegni di ciascuno?
Per ora posso solo dire che celebreremo la bellezza dello sport nel concept che mettiamo a terra. Le personalità del mondo dello sport olimpico e paralimpico ci saranno, compatibilmente con i loro impegni. Lo sport si sente chiamato in causa e risponde, perché le Olimpiadi sono un richiamo assoluto per chi pratica a questi livelli.

Adriano Martella e Alfredo Accatino

La scelta dell’Arena di Verona, luogo evocativo nonché riconosciuto dall’Unesco, porta inevitabilmente alla lirica, ai suoi personaggi, alle sue maschere eterne. L’evento risente del contesto unico di questo spazio, come si è declinato nel luogo e nel tempo questo racconto ideale?
Non possiamo non tenerne conto, sia per affinità sia per differenza. Proprio per le rappresentazioni liriche di stagione in stagione che si susseguono. l’Arena ha mostrato un volto di sé al mondo che è veramente ambizioso, bellissimo e sfidante da utilizzare come parametro. Il nostro sforzo è stato anche quello di andare oltre che non è scontata, che non appartiene alla modalità tradizionale di rappresentazione dell’Arena stessa in termini di scena, di effettistica, di linguaggio estetico. Di mostrare un’Arena come non la abbiamo mai vista. Certo, sarebbe stato paradossale non tener conto della grande tradizione artistica e lirica dell’Arena e avviato, quindi, un dialogo di talenti che ci ha permesso di costruire una cerimonia con un tessuto di expertise e professionalità che passa per le scene liriche trasformandole in qualcosa di nuovo e innovativo.

Come creativo e come specialista nella creazione e nella realizzazione di grandi eventi, quanto cattura, prende in termini di impegno, una simile cerimonia a livello economico e quanto l’industria dell’intrattenimento e dello spettacolo trae giovamento da un simile traino? Può esplicitare il contributo che questa cerimonia conferisce all’italianità ma a questo comparto, settore industriale del nostro Paese?
Noi stiamo lavorando a una cerimonia del genere da due anni più diciotto. Abbiamo incominciato a studiare il concept da circa due anni a questa parte, inserendo il pregresso della nostra esperienza e professionalità di decenni, accumulata dal nostro gruppo in un’occasione incredibile. Ci tengo a ribadirlo. Lo sforzo produttivo è occasione produttiva, perché consente di lavorare con l’eccellenza è motivo di vanto, ma che scatena un grande senso di responsabilità. Motivo per cui ci abbiamo messo anche l’esperienza che rende un miracolo di creatività il nostro Paese, sul piano dei grandi eventi.

Nella sua straordinaria carriera, da creativo e da osservatore di eventi di dimensione mondiale, ha seguito la direzione di eventi calcistici centrali come Europei o Champions League.
Il calcio ha rappresentato un’enorme fonte di soddisfazione e sperimentazione per noi, perché lo stadio ha una dimensione monumentale che permette di lavorare sulle scale di costruzione delle scene irripetibili, la sfida di stare al secondo, serratissimo prima che incominci una partita. Ci ha insegnato ad essere efficienti, veloci e a ragionare su quel che può andare storto, anche nel progetto creativo. Filmmaster ha curato altri spunti, ha studiato come rivolgersi a un pubblico più giovane e culture più urbane. Dialogare con le giovani generazioni e trovare la chiave per catturare il loro immaginario e la loro fantasia, trasmettendo dei valori oggi è riservato a pochissimi ambiti e sono molto orgoglioso di poterlo fare in uno dei pochi possibili, senza essere didascalici o pesanti. Non un’imposizione, ma una fascinazione, ovvero un tipo di lavoro che negli anni, dai parchi a tema ai grandi eventi, ha indotto a confrontarci sull’infinità di pubblici e culture che assisteranno a queste cerimonie. A mettere in discussione tutta una serie di scelte perché devono essere e per renderli fruibili, godibili questi stessi eventi da persone di culture, lingue, estrazioni totalmente differenti e consentire loro di accedere al senso autentico dello spirito olimpico.

Ci sono esperienze professionali che ti sono rimaste attaccate addosso e che segnano una cesura, uno snodo fondamentale?
Ne ho due, che voglio raccontare. Il primo è avvenuto in Arabia Saudita e risale all’inizio della mia carriera: ho curato la startup di Filmmaster a Dubai, vent’anni fa, e ho curato il lancio di un’università molto speciale, unica per scienza e tecnologia, la King Abdullah of Science and Technology vicino Gedda. Allora si riunirono per la prima volta i postgraduati per affrontare e offrire soluzioni relative ai grandi problemi dell’umanità con presenti 30 Premi Nobel, ospiti. Ho sentito che gli eventi possono cambiare il mondo, mi ha dato una sfida motivazionale e etica che porto con me ancora oggi. Il secondo è un esempio di rinascita, all’interno di una competizione calcistica nel 2021, quando gli Europei in questione targati 2020 furono disputati nel mezzo della pandemia da Covid. In quella circostanza, come creativo, ho attraversato una delle fasi più problematiche e illuminanti della mia carriera che per me ha significato un evento di rinascita. Quell’evento ha consegnato il senso della riscoperta, della rinascita, dello stare insieme e di sentire, limpidamente, in questa cerimonia il “wow” da parte del pubblico. L’esito di quella esperienza professionale è stato anche di aver conquistato un premio come Iconic Event e il riconoscimento di direttore creativo dell’anno ai BEA 2021. Il premio ha rappresentato un modo oggettivo di riconoscere quel momento come davvero speciale, conducendomi a questa nuova fase del mio percorso creativo.

Autore
Virgilio.it

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