“Intercettazioni legittime”: la Consulta nega lo scudo all’assessore siciliano compagno della parlamentare leghista
- Postato il 3 aprile 2026
- Politica
- Di Il Fatto Quotidiano
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La Procura di Catania non ha violato la Costituzione intercettando nel 2019 Luca Sammartino, assessore all’Agricoltura e già vicepresidente della Regione siciliana, nella sua segreteria politica situata nello stesso appartamento di quella della sua compagna, la parlamentare del Carroccio Valeria Sudano. Lo ha deciso la Corte costituzionale respingendo il conflitto di attribuzioni sollevato dal Senato contro i pm, che accusano Sammartino di corruzione nel processo “Pandora” su presunte infiltrazioni mafiose nel comune di Tremestieri etneo. Nel ricorso di palazzo Madama, proposto su richiesta di Sudano, si sosteneva da un lato che la Procura avesse voluto intercettare l’allora senatrice (ora deputata) in un suo domicilio senza chiedere l’autorizzazione preventiva all’Aula; dall’altro che, installando le microspie, nello stesso domicilio fosse stata svolta una perquisizione non autorizzata. Per questo il Senato chiedeva di rendere inutilizzabili le intercettazioni nel processo.
I giudici costituzionali però hanno ritenuto infondate entrambe le argomentazioni. La Corte, si legge in un comunicato, “ha anzitutto escluso che la Procura abbia eseguito intercettazioni direttamente rivolte nei confronti della senatrice”: infatti, “l’unità immobiliare nella quale le intercettazioni sono state eseguite, composta da una dozzina di locali per una superficie di circa 350 metri quadri, era stata concessa in comodato, con due distinti contratti, tanto alla senatrice quanto all’indagato, i quali l’avevano entrambi adibita a propria segreteria politica”. In questo senso, osserva la Corte, “la mera titolarità di un contratto di comodato sull’intero immobile da parte di un parlamentare non può di per sé precludere l’attivazione di intercettazioni in singoli locali di fatto utilizzati soltanto dal non parlamentare“: e nel caso specifico le intercettazioni erano state svolte “unicamente nei tre locali utilizzati in via esclusiva” da Sammartino, tanto che la voce” di Sudano “era stata registrata in un numero assai limitato di occasioni, a fronte di numerosissime conversazioni” riconducibili al compagno.
La Consulta ha escluso pure che l’intenzione della Procura fosse quella di intercettare “indirettamente” la senatrice. Secondo i giudici, “la circostanza che, in ragione della relazione affettiva” con l’indagato, “fosse prevedibile” imbattersi in qualche sua conversazione, “non è sufficiente a far scattare un obbligo di autorizzazione preventiva da parte della Camera di appartenenza: tale obbligo sussiste, infatti, soltanto laddove il reale destinatario dell’atto di indagine sia il parlamentare. Infine, la Corte ha ritenuto che – nell’effettuare un accesso notturno per collocare le microspie – la polizia giudiziaria non abbia realizzato una perquisizione dei locali riconducibili alla senatrice”, limitandosi “alle attività strettamente necessarie per individuare quali fossero i locali utilizzati esclusivamente dall’indagato, nei quali sono state poi eseguite le intercettazioni”.
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