Industria e difesa: Così l’Europa torna in miniera

  • Postato il 31 marzo 2025
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Industria e difesa: Così l’Europa torna in miniera

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Industria e difesa: L’Europa punta all’autonomia nelle materie prime critiche, con 47 progetti e 22,5 miliardi di euro. Critiche ambientali e mire Usa sulla Groenlandia sollevano preoccupazioni.l piano strategico presentato dal commissario Ue per l’industria e il mercato unico.


Succedeva non tantissimi anni fa: un padre minatore che sognava per il figlio una vita diversa, magari un diploma, un lavoro migliore. Beh, potrebbe capitarci, a breve, di voler tornare in miniera. E la proposta arriva sempre dal Belgio: nel secolo scorso la lusinga proveniva dai giacimenti di carbone della Vallonia, stavolta invece da Bruxelles, cioè dal governo europeo. Ma il carbone è fuori moda, ci sarà da scavare in cerca d’altro. Martedì scorso il commissario Ue per l’industria e il mercato unico, il francese Stéphane Séjourné, ha presentato il piano strategico per il rilancio, in Europa, dell’estrazione e produzione di “materie prime critiche” e di “terre rare”.

L’importanza strategica dei minerali

Telefoni, computer, auto e bici elettriche, tutta la vita che facciamo si basa ormai su questi minerali imprescindibili, tutti elementi che l’Europa è costretta a importare. Si chiamano litio, nichel, grafite, ma hanno nomi anche più fantasiosi, come germanio, lantanio, praseodimio, gadolinio, itterbio, tanto per dirne alcuni.

Tutti fondamentali, secondo quanto detto da Séjourné, “per l’industria e la difesa”: il commissario non nasconde il risvolto militare del progetto, che appare come una delle discendenze dirette del piano Von Der Leyen per il riarmo dell’Ue. Se infatti energia, comunicazioni, hi tech sono elementi cardine anche di questo riarmo, ci sono metalli come il magnesio o il tungsteno che servono direttamente per la fabbricazione di armi e munizioni, e per i quali l’Europa dipende quasi interamente dalla Cina. L’Ue si è preoccupata e ha stabilito a brevissimo termine (27 mesi) un obiettivo di estrazione, trasformazione e riciclaggio che possa garantire una pur parziale e limitata autonomia.

Industria: i progetti in Europa e in Italia

Sono 47, distribuiti su 13 stati membri, i progetti che complessivamente valgono 22 miliardi e mezzo, e che si gioveranno di due miliardi messi a disposizione da Bruxelles, e di un corridoio amministrativo privilegiato per cominciare o ricominciare a estrarre, o per incrementare l’attività di riciclo. I paesi coinvolti sono Italia, Belgio, Francia, Germania, Spagna, Estonia, Repubblica Ceca, Grecia, Svezia, Finlandia, Portogallo, Polonia e Romania: dei 47 progetti 25 comportano attività estrattiva vera e propria, mentre gli altri si concentrano su trasformazione e riciclo. Il litio, elemento chiave per le batterie ricaricabili, è presente in 22 dei progetti scelti, segue il nichel con 12, undici per la grafite, dieci per il cobalto, sette per il manganese.

Le imprese coinvolte avranno un limite di 27 mesi, appunto, per riuscire ad avviare l’attività di estrazione; ancora meno tempo per chi si occupa di riciclo: 15 mesi per cominciare a lavorare ai progetti scelti dalla Commissione. Quattro progetti approvati in Italia, per ora, e riguardano solo il riciclo, in Lazio, Sardegna, Toscana e Veneto. Vicino a Frosinone, a Ceccano, la Itelyum Regeneration, azienda leader nel riciclo di olio lubrificante, promette di estrarre terre rare dai rifiuti elettronici. A Portovesme, nel Sud della Sardegna, dove l’insediamento industriale è stato col tempo atterrito dalla fine dell’attività mineraria nella regione, la Glencore s’impegna a estrarre litio dalle batterie esauste.

In Toscana si fa avanti la Solvay di Rosignano, in provincia di Livorno, dove c’è una mitica spiaggia color bianco accecante, risultato di un secolo di attività industriale e di rifiuti chimici riversati in mare: l’attività di riciclo dovrebbe qui produrre platino e derivati. A Padova, per finire, c’è una startup, la Circular Materials, che s’impegna a recuperare nichel, rame e platino dagli scarti industriali.

Difesa e industria: critiche e preoccupazioni in Europa

“Non ci sono abbastanza miniere in Europa. Dobbiamo aprirne altre”, ha dichiarato apertamente Sejourné presentando il piano. Le reazioni scettiche non mancano: c’è chi pensa che l’ambizione europea a un’indipendenza, sia pur parziale, in questi campi, sia di fatto illusoria. Così come non mancano le critiche aperte, soprattutto dal mondo ambientalista: alcuni progetti inclusi nel piano, come la miniera di Barroso in Portogallo, o quella di Rovina (si chiama proprio così) in Romania, sono osteggiate dalle comunità e dalle autorità locali, e si teme che Bruxelles vada a dare una spallata, scavalcando così le istanze espresse nel territorio.

C’è poi chi contesta la scarsa trasparenza dei criteri di elezione: European Enviromental Bureau EEB, la maggior rete europea di organizzazioni ambientaliste, sottolinea il rischio di proteste da parte delle comunità investite e valuta che la strategia Ue stia trascurando questo risvolto.

La Groenlandia e le mire degli Usa

Al di là di tutto questo, sempre parlando di Europa e risorse, vale rammentare che amministrativamente sarebbe (ancora) europea quella terra che Donald Trump, ma non solo lui, valuta da anni come una sorta di Eldorado delle materie prime critiche e delle terre rare: la Groenlandia. La superficie di quest’isola è sette volte l’Italia, e i suoi abitanti sono 56mila, (più o meno la popolazione di Avellino, tanto per farsi un’idea). “Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale. Ci serve. Dobbiamo prendercela”, ha dichiarato il presidente Usa il giorno dopo la presentazione del progetto europeo di emancipazione.

E un paio di giorni prima della visita del suo vice, J.D. Vance, alla base militare americana di Thule, proprio in territorio groenlandese, un migliaio di chilometri dentro il Circolo polare, con l’intenzione di “dare un’occhiata a cosa sta succedendo con la sicurezza in Groenlandia”. Un'”occhiata” non particolarmente gradita per il Governo danese: la premier Matte Frederiksen ha valutatato l’attitudine della Casa Bianca come una “pressione inaccettabile”. La Groenlandia amministrativamente dipende dalla Danimarca. È europea, quindi, anche se si è recentemente accentuata la spinta indipendentista e da tempo si parla di un referendum con il quale i 56mila groenlandesi potrebbero decidere di voltare le spalle a Copenaghen.

Tutti si augurano che da quelle parti l’esercizio della democrazia possa avvenire senza influenze e condizionamenti.

Industria e difesa, in Europa un futuro incerto

Ma nel mondo d’oggi tutto può succedere, purtroppo: anche la messa in discussione dell’autonomia territoriale di un piccolo popolo che ha costruito le sue case, per quanto poche, su un suolo troppo appetibile per le superpotenze, militari e non, che hanno bisogno di litio e cobalto come un tempo succedeva per il petrolio, e ancora prima per l’oro. Ci accorgiamo solo ora della ricchezza groenlandese? Sì, anche perché di mezzo c’è il cambiamento climatico, e tutto quel che è o era sepolto sotto ghiaccio e neve diventa di mese in mese più raggiungibile.

“Alla vigilia della guerra contro gli Esquimesi” è il titolo di un racconto di J.D. Salinger, che nel 1948, in chiave colorita e iperbolica, faceva partorire a uno dei personaggi l’ipotesi allegra e strampalata del conflitto. Un’ipotesi che purtroppo rischia, da J.D. Salinger a J.D. Vance, di tradursi nell’ennesimo scenario moderno, grottesco e mostruoso, in cui la realtà finisce per oltrepassare la fantasia di scrittori e sceneggiatori. Sarebbe ragionevole parlarne ora, prima che qualcuno si metta davvero in testa che il popolo groenlandese sia oppresso da qualcun altro e decida di andarlo a “liberare” (o difendere) con droni e carrarmati.

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