Indagato il presidente della Fed. Lui: “Colpiti perché non fissiamo i tassi in base a quel che vuole Trump”. Allarme anche tra i Repubblicani

  • Postato il 12 gennaio 2026
  • Economia
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Dall’inizio della seconda presidenza Trump è diventata una costante: superare sempre nuove linee rosse, agire senza scrupoli anche quando la conseguenza è minare le istituzioni democratiche. Lunedì, in questa scia, gli Stati Uniti sono entrati in un altro territorio istituzionale inesplorato. A valle di mesi di attacchi nei suoi confronti dal parte del presidente, il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine sul presidente della Federal Reserve, Jerome Powell: nel mirino la ristrutturazione degli edifici della banca centrale, un progetto da 2,5 miliardi di dollari che il tycoon nei mesi scorsi aveva definito “eccessivo“. La mossa è senza precedenti e da subito il caso ha assunto una dimensione che va ben oltre il profilo tecnico dell’inchiesta: lo stesso Powell ha denunciato che in gioco c’è l’indipendenza della politica monetaria statunitense.

“La minaccia di un’incriminazione è la conseguenza del fatto che la Federal Reserve fissa i tassi d’interesse sulla base della nostra migliore valutazione di ciò che serve al pubblico, piuttosto che seguire le preferenze del presidente“, ha affermato in un videomessaggio. “Si tratta di stabilire se la Fed sarà in grado di continuare a fissare i tassi di interesse in base alle condizioni economiche, o se invece la politica monetaria sarà guidata da pressioni politiche o intimidazioni“, ha affermato Powell in un videomessaggio. Secondo il presidente della Federal Reserve, l’indagine è un “pretesto” e “dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle continue pressioni esercitate dall’amministrazione” di Trump.

L’inchiesta arriva del resto dopo mesi di attacchi pubblici di Trump contro Powell, accusato di rifiutarsi di tagliare i tassi di interesse come richiesto dalla Casa Bianca. Un conflitto che ha già conosciuto passaggi estremi, compresa l’ipotesi – poi non attuata – di un licenziamento del presidente della Fed, scenario mai verificatosi nella storia americana. Il presidente dal canto suo ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’indagine: “Non ne so nulla, ma di certo (Powell ndr) non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici”.

La portata dello scontro ha fatto scattare l’allarme anche all’interno del Partito repubblicano. “Se rimanevano dubbi sul fatto che consiglieri all’interno dell’amministrazione Trump stiano attivamente spingendo per la fine dell’indipendenza della Federal Reserve, ora dovrebbero essere spariti”, è stato il duro commento del senatore Thom Tillis, repubblicano e membro della commissione Banche del Senato. Tillis ha spinto l’analisi ancora più in là, mettendo in discussione anche il ruolo del Dipartimento di Giustizia di cui, ha scritto su X, “è in questione la credibilità e indipendenza”. Il senatore, che ha già annunciato che si ritirerà alla fine di questa legislatura, ha dichiarato che in commissione si opporrà “alla conferma di ogni nominato della Fed, compreso il prossimo posto libero alla presidenza, fino a quando non sarà risolta questa questione legale”.

Una presa di posizione che potrebbe avere conseguenze immediate. Il voto di Tillis potrebbe infatti essere cruciale in una commissione composta da 13 repubblicani e 11 democratici, proprio mentre si avvicina il delicato passaggio di consegne ai vertici della banca centrale. Il secondo mandato di Powell, nominato per la prima volta nel 2017 proprio da Trump, terminerà a maggio. È atteso a breve l’annuncio del suo successore, che potrebbe essere l’attuale consigliere economico della Casa Bianca Kevin Hassett. Che si è affrettato a dichiarare alla Cnbc che in caso di nomina sosterrebbe l’indagine perché quell’edificio “è enormemente più costoso di qualsiasi altro edificio nella storia di Washington”.

Anche alla Camera dei Rappresentanti diversi repubblicani hanno reagito con stupore e perplessità alla notizia dell’indagine penale. Un importante esponente del partito, citato da Politico in forma anonima, è stato esplicito: “Si fermeranno davanti a qualcosa per ottenere con la forza quello che vogliono su tutto? Questa amministrazione sta fissando degli standard che non possono ottenere e che ci perseguiteranno per generazioni”.

Lo scontro non riguarda solo Powell. Negli ultimi mesi Trump ha preso di mira anche altri membri del board della Federal Reserve, come Lisa Cook, che il presidente ha tentato di rimuovere dall’incarico con accuse mai provate di frode legata a un mutuo. Accuse che Cook, prima donna afroamericana nominata nel board della Fed, ha contestato nei suoi ricorsi, arrivati fino alla Corte Suprema. In attesa dell’udienza del 21 gennaio, la Corte ha stabilito che la governatrice rimanga al suo posto.

I mercati hanno colto immediatamente la portata dello scontro istituzionale. Dopo la notizia dell’indagine, oro e argento hanno registrato nuovi record storici. L’oro con consegna immediata è salito a 4.578,84 dollari l’oncia, mentre il contratto Comex di febbraio è stato scambiato a 4.585,70 dollari. Ancora più marcato il balzo dell’argento, che con consegna a marzo ha superato gli 84 dollari l’oncia, con un rialzo superiore al 6%. I metalli preziosi sono stati spinti dalla crescente domanda di beni rifugio a fronte dello scontro istituzionale senza precedenti.

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