In Myanmar terremoto 300 volte più forte di Amatrice. “Le scosse proseguiranno per molto tempo”

  • Postato il 28 marzo 2025
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“Non c’è rischio di tsunami poiché il sisma è avvenuto a circa 300 chilometri dalla costa ma quando ci sono scosse di questa intensità in aree montuose c’è la possibilità che vengano attivate frane e che si verifichi la liquefazione del terreno, con possibile impatto sulle infrastrutture”. Salvatore Stramondo, dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, commenta la scossa che ha devastato il Myanmar, provocando migliaia di vittime, e il cui impatto è arrivato fino a Bangkok, a oltre mille chilometri di distanza dall’epicentro. Il terremoto ha avuto una magnitudo 300 volte superiore a quella del sisma di Amatrice del 2016 e 8 volte superiore alla più alta mai registrata in Italia, che è quella di 7.1 dell’evento del 1908 a Messina. “La liquefazione – continua l’esperto – è un fenomeno fisico naturale che può verificarsi in seguito a un terremoto: il terreno perde coesione e inizia a comportarsi come un fluido, in maniera simile alle sabbie mobili. Si tratta, quindi, di un fenomeno distruttivo che mette a rischio la stabilità delle strutture in superficie e che può alterare notevolmente il paesaggio“. La liquefazione è stata uno degli effetti che hanno accompagnato anche gli eventi sismici che hanno colpito l’Emilia-Romagna nel 2012.

La prima scossa, avvenuta alle ore 07.20 italiane, è poi stata seguita subito dopo, alle 07.32, da un’altra di 6.4, secondo quanto rilevato dall’Istituto geosismico statunitense, lo Usgs. “Quando c’è un terremoto di questa magnitudo – sottolinea Stramondo – ci aspettiamo che venga seguito da molte scosse successive: ce ne saranno centinaia di magnitudo man mano decrescente che probabilmente andranno avanti per molto tempo”. L’epicentro del sisma della Birmania si trova a poche decine di chilometri da Mandalay, una città con circa un milione di abitanti. È una zona caratterizzata da sismicità molto elevata, lungo la catena montuosa dell’Himalaya: tra il 1930 e il 1956, si sono infatti verificati 6 terremoti di magnitudo superiore a 7.0. “È un’area di scontro tra due grandi placche tettoniche, quella indiana e quella asiatica, che si muovono di circa 5 centimetri l’anno”, afferma il ricercatore dell’Ingv. “Inoltre, abbiamo misurato in quest’area una deformazione superficiale del terreno di oltre 1 metro, una deformazione importante”.

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Il Fatto Quotidiano

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