In Iran il disordine diventa metodo. E la piazza corre più veloce del regime
- Postato il 9 gennaio 2026
- Esteri
- Di Formiche
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Le testimonianze raccolte a Teheran e riportate dalle testate internazionali descrivono una protesta che si coordina online, frammenta i gruppi, usa canali esterni al Paese per garantire continuità comunicativa anche durante i blackout. I manifestanti scelgono di distribuirsi per quartieri, città, gruppi. Non è necessaria la singola protesta di massa in piazza, che rende facile il lavoro di repressione, identificazione e detenzione. Anche molti piccoli insiemi, seppur divisi e sparsi, possono essere una massa.
L’asimmetria dei grandi privati e l’eco esterno
L’uso di Starlink e il coinvolgimento della diaspora, seppur differenti, sono due metodologie ibride e asimmetriche per protrarre il dissenso. Se il regime spegne gli accessi al mondo digitale, sperando di spezzare la catena comunicativa e organizzativa, nonché gli effetti “social” del dissenso, allora l’eco popolare trova il proprio continuum nell’eco connettivo di Starlink, senza un coinvolgimento diretto degli Usa ma con un asset americano, oggi divenuto piattaforma di connettività globale. Se Starlink offre nuove e differenti modalità di comunicazione, la diaspora iraniana offre al dissenso la possibilità di diffondere la propria eco su scala internazionale. Dai social network ai canali di messaggistica, le proteste locali trovano nella diaspora la possibilità di essere ascoltate e viste ovunque. Due elementi non del tutto inediti ma che rappresentano la trasformazione del modo in cui l’opposizione si organizza per sopravvivere alla repressione.
Di fronte alla repressione, agli arresti, al controllo dell’informazione e degli accessi a Internet, il dissenso non scompare, diventa diffuso, granulare, si adatta. Proprio l’adattabilità rappresenta un ostacolo alle contromisure del Regime, accentuandone l’efficacia ormai ridotta da schemi operativi e comunicativi asimmetrici. Il nuovo aspetto organizzativo evita la concentrazione fisica delle sommosse, preferendo a questa la frammentazione per quartieri. È una scelta tattica che riflette la consapevolezza, maturata nel tempo, che esporsi unitariamente equivale a offrire un unico bersaglio, mentre distribuirsi significa costringere il potere a inseguire.
L’economia o il Regime?
La stagnazione economica iraniana non nasce da fattori contingenti ma da un modello consolidato, oggi indebolito da sanzioni imposte dal primo mandato Trump, fondato su una mentalità mercantile, un sistema che privilegia lo scambio e la rendita rispetto alla produzione e all’investimento, e che non richiede uno stato di diritto pienamente funzionante per operare. Con il fattore economico che spesso funge da strumento di controllo, l’estrazione di ricchezza che sostituisce la crescita, la gestione informale che sostituisce le regole di mercato, e la discrezionalità che sostituisce il diritto. Il risultato è un’economia statale stile Bazaar.
E il ritorno del bazaar come luogo simbolico delle proteste non è casuale. Storicamente è stato uno snodo centrale della vita economica e sociale iraniana. Quando anche quel mondo esprime disagio, il problema non riguarda più soltanto una generazione o una categoria, ma l’equilibrio complessivo del Paese, in un’era in cui la sicurezza economica equivale alla sicurezza nazionale, un sistema politico che si regge su un’economia estrattiva fatica a rispondere a una società che chiede regole, opportunità e prevedibilità. Ogni tentativo di riforma reale rischia di intaccare i meccanismi di potere su cui quel sistema si fonda, causando la saturazione della società e l’implosione del sistema stesso.
Il fragile disequilibrio
Che il disordine popolare porti a un’implosione del regime degli ayatollah o meno, la repressione delle proteste in atto sembra essere la risposta prevalente. Non per scelta ideologica, ma per mancanza di alternative compatibili con una piazza che, nel frattempo, continua ad adattarsi. L’asimmetria tra una società che impara e scardina gli schemi precedenti e un potere che, viceversa, ripete le proprie procedure rende la fase attuale diversa dalle precedenti. Ci sono, infine, diverse riflessioni che lo scenario delle proteste in corso in Iran offre. La prima è che, più che le bombe, è la sfiducia – causata da fattori endogeni o “spinta” da fattori esogeni – a uccidere uno Stato, un Regime e qualsiasi altra forma di vita politica. La seconda, è che non si può pensare di difendere la stabilità di uno Stato ignorando i principi che regolano le operazioni per rovesciarlo. La terza è che l’attività rivoluzionaria o di sommossa, oggi, non è tanto una questione politica, quanto un nodo tecnico, facilitato dall’asimmetria permessa dagli attori extra-statali e dalla loro onnipresenza tecnica. Un esempio? Il regime chiude l’accesso ad internet dell’intero Paese ed i cittadini si appoggiano a Starlink, mentre gli strumenti di repressione divengono meno efficaci di fronte alla natura camaleontica delle proteste e dei protestanti.