In arrivo il verdetto su Chiara Ferragni: sarà condannata per truffa aggravata o assolta? Scenari, accusa e difesa
- Postato il 14 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Oggi Chiara Ferragni conoscerà il verdetto che chiude uno dei capitoli più controversi della sua carriera pubblica e imprenditoriale. Il giudice della III sezione penale di Milano, Ilio Mannucci Pacini, pronuncerà la sentenza nel processo abbreviato che vede l’influencer imputata per truffa aggravata nei casi del pandoro “Pink Christmas” Balocco e delle uova di Pasqua “Dolci Preziosi”. Un processo che non arriva nel vuoto, ma al termine di un anno in cui l’immagine dell’ex regina dei social si è progressivamente sgretolata, sotto il peso delle indagini giudiziarie, delle sanzioni amministrative e di una crisi profonda anche sul piano societario.
L’accusa
Per la Procura di Milano la 38enne, da anni venerata imprenditrice dell’era digitale, non è stata una semplice testimonial, ma l’elemento centrale di una strategia commerciale costruita sfruttando il rapporto fiduciario con oltre 30 milioni di follower. L’aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli hanno parlato di un “ruolo preminente” svolto dall’influencer e dal suo collaboratore dell’epoca Fabio Damato, con una capacità di diffusione “enorme” e un messaggio ritenuto ingannevole. Secondo l’accusa, alle società riconducibili a Ferragni spettava “l’ultima parola” negli accordi con Balocco e Cerealitalia, comprese le modalità di comunicazione ai consumatori. Un potere che, per gli inquirenti, si sarebbe tradotto anche nella gestione delle risposte – o delle mancate risposte – alle domande di chi chiedeva quanta parte del prezzo maggiorato dei prodotti fosse effettivamente destinata alla beneficenza.
Le mail acquisite agli atti raccontano, secondo la Procura, una comunicazione ambigua: quando i clienti chiedevano chiarimenti, le risposte erano evasive o non arrivavano. Il caso è deflagrato quando quelle domande sono diventate pubbliche. Tra il 2021 e il 2022, sostengono i magistrati, follower e consumatori sarebbero stati “indotti in errore”, generando un “ingiusto profitto di circa 2,2 milioni di euro”, accompagnato da un ritorno di immagine legato alla narrazione benefica. Quella che vedeva Ferragni e anche l’ormai ex marito Fedez impegnati in prima linea, come avvenuto durante la pandemia di Covid.
A rendere più grave la contestazione è l’aggravante della “minorata difesa”: per la Procura, gli utenti online sarebbero stati particolarmente vulnerabili proprio perché raggiunti attraverso i social e poi indirizzati all’acquisto nella grande distribuzione, facendo leva sulla fiducia riposta nell’influencer che si rivolgeva direttamente ai suoi fan. Per Ferragni i pm hanno chiesto un anno e 8 mesi, senza sospensione della pena, né attenuanti generiche. Nonostante l’influencer abbia già chiuso il fronte amministrativo (multa Antitrust,ndr) ed effettuato donazioni per 3,4 milioni di euro.
I reati
Ferragni, quindi, è imputata per truffa aggravata per aver fatto credere, secondo l’accusa, che l’acquisto di prodotti venduti a un prezzo superiore alla media contribuisse direttamente a iniziative solidali. Nel caso del pandoro “Pink Christmas”, venduto a oltre 9 euro rispetto ai circa 3 euro della versione tradizionale, l’accusa contesta la falsa correlazione tra l’acquisto e il sostegno all’ospedale Regina Margherita di Torino. In realtà, secondo gli inquirenti, la donazione sarebbe stata fissa e sganciata dalle vendite. L’influencer, poco dopo l’esplosione dello scandalo non ancora diventato un’inchiesta penale, aveva poi sborsato di tasca sua il denaro “promesso” attraverso la pubblicità versandolo alla struttura ospedaliera.
Uno schema analogo viene contestato per le uova di Pasqua “Dolci Preziosi”, promosse con riferimenti ai Bambini delle Fate. A sollevare il caso era stato Il Fatto Quotidiano nel dicembre del 2023 con un articolo di Selvaggia Lucarelli. Anche in questo caso, secondo chi ha indagato, sarebbe stato omesso di chiarire che i versamenti all’associazione beneficiaria non erano proporzionali alle vendite. Profitti e compensi, sommati al beneficio reputazionale, avrebbero garantito all’influencer guadagni complessivi superiori ai due milioni di euro. Nel processo sono imputati anche l’ex collaboratore Fabio Damato e Francesco Cannillo, presidente di Cerealitalia-ID. Per questi due imputati la richiesta di pena è stata rispettivamente di un anno e 8 mesi e di un anno. Era imputata anche Alessandra Balocco, amministratrice delegata dell’azienda dolciaria piemontese, deceduta lo scorso agosto.
La difesa e la questione della querela
Per la difesa, quella contestata alla Ferragni è “una vicenda priva di rilievo penale”. Gli avvocati Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana parlano di pubblicità ingannevole, già definita sul piano amministrativo, senza dolo e senza raggiro penalmente rilevante. “Tutto quello che abbiamo fatto, lo abbiamo fatto in buona fede, nessuno di noi ha lucrato” aveva dichiarato l’imprenditrice in aula durante le dichiarazioni spontanee.
Secondo i legali, punirla ora violerebbe anche il principio del ne bis in idem, perché non si può essere sanzionati due volte per la stessa condotta. Un nodo decisivo resta l’aggravante della “minorata difesa”: se dovesse cadere, verrebbe meno la procedibilità per difetto di querela. Per il reato di truffa, infatti, la riforma Cartabia ha introdotto l’obbligo di querela della parte offesa. L’imprenditrice ha raggiunto un accordo con il Codacons per il ritiro della denuncia e risarcito i consumatori che si sono sentiti presi in giro. Da qui la richiesta della difesa di assoluzione con formula piena, avanzata anche per gli altri imputati.
Gli scenari
Tre quindi gli scenari possibili: condanna, assoluzione o non luogo a procedere. Se il giudice dovesse accogliere le accuse di truffa aggravata, significherebbe che per Chiara Ferragni la condanna potrebbe arrivare fino a un anno e otto mesi. In questo scenario, le conseguenze non si limiterebbero alla sanzione penale: la reputazione dell’influencer ne uscirebbe fortemente compromessa, e il processo confermerebbe sul piano giudiziario le criticità già emerse durante l’anno di inchieste e crisi aziendali, nonostante le donazioni già effettuate a titolo risarcitorio.
Nel caso in cui il giudice ritenesse che le accuse non abbiano fondamento penale, si arriverebbe all’assoluzione. Significherebbe che quanto contestato a Ferragni rientrerebbe nella sfera della pubblicità ingannevole già sanzionata sul piano amministrativo, senza dolo né raggiro penalmente rilevante. In questa ipotesi, le accuse cadrebbero completamente, compresa l’aggravante della minorata difesa, e il processo si chiuderebbe senza conseguenze penali ulteriori, limitando al minimo l’impatto sulla reputazione e sull’immagine pubblica della Ferragni.
Infine, esiste lo scenario in cui il processo si potrebbe chiudere per motivi procedurali, con una sentenza di non luogo a procedere. Ciò potrebbe accadere se venisse esclusa l’aggravante della minorata difesa o se si ritenesse che la vicenda sia già stata giudicata sul piano amministrativo. In questo caso non ci sarebbe alcuna condanna, ma nemmeno un’assoluzione piena sul piano sostanziale: il procedimento si interromperebbe perché mancherebbero i presupposti legali per continuare.
“Un anno devastante”
Il processo arriva al termine di un periodo che Chiara Ferragni ha definito lei stessa “devastante”. Alla vicenda giudiziaria si è sommata una crisi personale e imprenditoriale senza precedenti, culminata nel crollo di credibilità del suo brand e in uno scontro sempre più evidente all’interno delle sue società.
A poche settimane dalla sentenza, a riaccendere i riflettori è stato anche l’intervento pubblico di Pasquale Morgese, imprenditore pugliese ed ex socio di Ferragni, per anni azionista di riferimento di Fenice Srl con il 27,5% delle quote. In un’intervista televisiva, Morgese ha raccontato una progressiva trasformazione del progetto imprenditoriale: da brand da far crescere a “macchina per generare ricavi”, con decisioni sempre più orientate – a suo dire – al profitto immediato.
L’ex socio ha ripercorso la rottura dei rapporti, le tensioni nel consiglio di amministrazione, l’arrivo di Fabio Damato e, infine, lo shock del Pandoro-gate, che avrebbe segnato il punto di non ritorno: crollo del fatturato, crisi di immagine e l’ingresso di manager esterni per tentare una ristrutturazione. Morgese ha anche ricordato la scelta di impugnare il bilancio 2023 e di non sottoscrivere l’aumento di capitale deliberato dalla società, spiegando che, a suo avviso, “chi sbaglia paga”.
Parole che non sono entrate nel processo, ma che contribuiscono a delineare il contesto di un anno in cui, tra aule di tribunale, crisi societarie e tempeste mediatiche, il sistema Ferragni ha iniziato a mostrare crepe profonde. Ora, però, il tempo delle narrazioni si ferma davanti al tribunale: sarà un giudice a dire se lo scandalo resterà una ferita reputazionale o diventerà una condanna.
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