Potere, follia, intrighi, trionfi, lussuria, crudeltà… Sono questi gli ingredienti della vita di alcuni degli imperatori romani, passati alla Storia come sanguinari uomini del terrore. I loro nomi riecheggiano ancora, dopo secoli, e tutti li conosciamo, anche soltanto per i film di Hollywood: Caligola, Commodo, Nerone… Per farsi un'idea sul loro reale stato mentale, dobbiamo basarci su fonti storiche di parte, autori che appartenevano all'aristocrazia romana tradizionalista e quindi erano contrari al potere personale dei Cesari. Tra loro spiccano Tacito, militare e statista che scrisse le Historiae e gli Annales, in cui racconta la storia di Roma sino al suo tempo, sotto Domiziano, e il biografo Svetonio, che scrisse sotto Adriano.
L'accusa più ricorrente di questi autori agli imperatori era di essere insani, cioè folli, ma in realtà dietro questo giudizio c'era una critica politica e morale: per i Romani non mettere il bene pubblico davanti agli interessi personali, soprattutto per chi ricopriva alte cariche dello Stato, era un'aberrazione che si spiegava solo con lo squilibrio mentale. Quindi passarono per insani anche Claudio – che in effetti era malato (balbettava, zoppicava, aveva crisi epilettiche) – oppure Eliogabalo, lo stravagantissimo sovrano che prese il potere a soli 14 anni e che si sentiva più sacerdote degli dèi orientali che imperatore. A rischio di damnatio memoriae (la condanna all'oblio) fu persino il grande Adriano, per il culto di Antinoo, il suo giovane amante morto. Eppure, qualcuno pazzo davvero c'era.. Caligola: il mostro. All'inizio Caligola (12-41 d.C.) fu un imperatore promettente e amatissimo. A pochi mesi dall'ascesa al trono si ammalò e per poco non morì: non si sa quali fossero state le sue condizioni e di che cosa avesse sofferto, ma le fonti antiche raccontano di un terribile cambiamento avvenuto dopo la guarigione: "Finora ho parlato più o meno del principe; mi resta ora di parlare del mostro", scrisse Svetonio.
Caligola cominciò a comportarsi come un monarca assoluto, una maestà divina, istituì persino un tempio al proprio nume. E già tutto questo per i Romani era aberrante. Ma si trattava solo dell'inizio. "Durante il giorno si consultava segretamente con Giove Capitolino, ora parlando a bassa voce e tendendo l'orecchio, ora gridando e non senza aggiungere offese". In altre parole, Caligola soffriva di allucinazioni: propaganda dell'aristocrazia senatoriale preoccupata di perdere potere, gossip, pazzia (ovvero, vista con gli occhi di oggi, schizofrenia)? Probabilmente, tutt'e tre le cose.. Per il Senato, Caligola espresse sempre disprezzo, tanto che fece provocatoriamente senatore il suo cavallo Incitato. Poi ordinò omicidi in serie, fece strage di parenti, amici e nemici politici nel modo più cruento, come se godesse della tortura e della morte lenta. Anche durante i giochi e i suoi spettacoli, che adorava, dimostrava sbalzi di umore che finivano in esecuzioni per un nonnulla, torture e castighi esagerati.
Quanto alla vita sessuale, ebbe donne, uomini, giovinetti, le sue sorelle (di una, Drusilla, fu follemente innamorato). Insomma, lo stile di governo orientaleggiante (ossia accentratore), la lussuria e la totale mancanza di contegno condussero il principe, forse in parte affetto da turbe mentali, in rotta di collisione con il Senato. La misura fu colma quando avvenne una strage di cittadini, riuniti in massa al Circo Massimo per protestare contro l'aumento della pressione fiscale. Fu chiaro che tutti potevano diventare bersagli in qualunque momento. Così un gruppo di senatori, d'accordo con la guardia pretoriana, decise di sbarazzarsi del "mostro", assassinato a 28 anni.. Commodo: il gladiatore. Figlio di Marco Aurelio, grande imperatore colto, stoico e valente conquistatore, Commodo (161-192 d.C.) ebbe un'eredità pesante, che lo spinse, una volta giunto al potere, a tentare di scrollarsi di dosso tutto quello che aveva fatto l'augusto genitore. Abbandonò la guerra sul Danubio, strinse la pace con i barbari che il padre aveva strenuamente combattuto e cacciò tutti i suoi consiglieri più stretti. Ma nel 182 d.C. l'amata sorella Lucilla, insieme ad altri, organizzò una congiura contro il giovane imperatore, accusandolo di non curarsi di governare. Il complotto fallì, ma da allora Commodo si ritirò dagli affari pubblici, che delegò ad altri, e si dedicò agli spettacoli gladiatori.
Cominciò a passare sempre più tempo nel Colosseo, fino a voler scendere lui stesso nell'arena. Non solo. Combatteva travestito da Ercole, con una clava e una pelle di leone, e così si fece ritrarre in un busto marmoreo, abbandonando l'abito da imperatore. Rifiutò il nome paterno e impose di farsi chiamare Ercole figlio di Giove. Secondo lo storico Erodiano "giunse a tal punto di follia, che non voleva più nemmeno abitare il palazzo imperiale, e meditava di trasferirsi alla caserma dei gladiatori". Ordinò poi di rimuovere la testa dalla statua colossale che rappresentava il Sole, venerata dai Romani, e di farla sostituire con la propria effigie. Sul piedestallo fece incidere, come consuetudine, i titoli imperiali suoi e del padre, ma al posto di "vincitore sui Germani" preferì "vincitore su mille gladiatori".. Ormai si limitava a firmare i dispacci militari, le lettere e i documenti senza neanche guardarli, con la parola "vale". Alla fine, dopo una serie di congiure sventate, la sua concubina Marcia e altri due cortigiani, che temevano di essere finiti sulla sua lista nera, tentarono di avvelenarlo. Ma lui, ubriaco, vomitò e si salvò. Così dovettero chiamare il suo allenatore, un ex gladiatore, che lo strozzò nel sonno. Era il 31 dicembre 192 e Commodo aveva 31 anni.. Caracalla e Domiziano: i sadici. Nel 211 d.C. in Britannia, ad Eboraco (l'odierna York) moriva Settimio Severo. Gli succedettero i figli Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla (186-217 d.C.) e Geta. Ma Caracalla non era tipo da dividere il potere con qualcun altro. Dopo circa un anno non esitò a far eliminare il fratello e, a fratricidio compiuto, si recò al campo dei pretoriani, presso i quali Geta era molto popolare, per raccontar loro di aver ucciso il fratello come atto di autodifesa. Si narra che ordinò la decapitazione del giurista Emilio Papiniano, reo di essersi rifiutato di comporre un'apologia del suo atto criminale.
Da quel momento ebbero inizio orrende stragi. Per primi vennero trucidati gli amici di Geta. Poi Caracalla fece uccidere tutti i sospetti partigiani del fratello e saccheggiare le loro case. Ma l'episodio più atroce legato al nome di questo imperatore riguarda la città di Alessandria, dove in quel periodo a teatro si rappresentava una satira sul suo fratricidio. Caracalla non gradì. Anzi, secondo lo storico Cassio Dione, appena ne fu informato marciò contro la città e le sue truppe la saccheggiarono a lungo, bruciandola e uccidendo più di 20mila alessandrini. Grazie a questa orribile dimostrazione di forza, il suo potere aumentò a dismisura e finì per essere totalmente dispotico.
Ovunque andasse, i soldati di Caracalla uccidevano, distruggevano e seminavano terrore. Ma anche l'uomo più potente del mondo deve stare attento a chi fa eliminare. Il crudelissimo Caracalla commise infatti un errore fatale quando mandò a morte il fratello di un centurione della sua guardia del corpo. Il centurione lo assassinò l'8 aprile 217, mentre l'imperatore andava a Carre per un sacrificio rituale.. La belva. "Quella belva disumana aveva fortificato il palazzo imperiale con un violentissimo terrore, ora come rintanata in un qualche antro beccando il sangue dei congiunti, ora levandosi a sanguinosi massacri di illustrissimi cittadini. Orrori e minacce si aggiravano dinnanzi alle porte del palazzo, e una paura uguale sia per coloro che vi erano ammessi, sia per quelli che ne erano esclusi. Nessuno osava avvicinarsi, nessuno rivolgeva la parola a lui che cercava sempre le tenebre e la solitudine e non usciva mai dal suo deserto se non per fare il deserto".
Con questa descrizione da brividi Plinio il Giovane ci cala nel clima che si respirava a Roma sotto Domiziano, l'ultimo dei Flavi (51-96 d.C.), di cui egli fu testimone oculare. Per capire come si arrivò a quel "deserto" bisogna fare un passo indietro: Domiziano dimostrò fin da ragazzo un carattere arrogante sino all'impudenza, sgradito al padre Vespasiano e al fratello Tito, che non gli assegnarono alcun incarico importante finché vissero. Il giovane, cresciuto in disparte, si incattivì e il risultato fu che una volta preso il potere lo esercitò da tiranno sanguinario.
Misantropo e collerico, sapeva però dissimulare con grande arte: spesso un tono dolce, un invito gentile erano il segnale di una imminente condanna a morte atroce. Il suo accanimento contro l'ordine senatorio, progressivamente relegato alla sola ratifica delle sue decisioni, lo portò a persecuzioni sanguinarie. Molti senatori furono trucidati, altri costretti al suicidio e altri ancora esiliati e poi raggiunti da sicari.
Domiziano, ovviamente, temeva le congiure, visto il suo feroce dispotismo. Si narra che fece rivestire i muri delle sue stanze e dei portici sotto i quali passeggiava con speciali lastre di pietra che riflettevano ciò che accadeva alle sue spalle. E in effetti fronteggiò diversi complotti, che punì in modo spietato. Finché, il 18 settembre del 96 d.C., alcuni senatori e pretoriani la spuntarono: grazie alla complicità del suo liberto e della stessa imperatrice, Domiziano venne ucciso a pugnalate nella sua stanza da letto.. Tiberio e Massimino il Trace: i paranoici. Secondo la storiografia antica, in particolare Tacito e Svetonio, Tiberio (42 a.C.-37 d.C.) fu un imperatore incapace di gestire il potere e l'Urbe. E soprattutto si rivelò indegno del princeps che lo aveva adottato, Ottaviano Augusto, figura gigantesca che schiacciò completamente l'indecisa personalità del suo successore. In effetti suona strano il fatto che per ben due volte Tiberio si autoesiliò da Roma, come se volesse tenere l'Urbe lontano da sé. In gioventù visse a Rodi per otto anni, cercando di sottrarsi alle scelte di Augusto e alla moglie imposta, Giulia Maggiore, che non tollerava ma da cui non osava divorziare, essendo la figlia di Ottaviano. Ben peggio fece quando da imperatore se ne andò a Capri, nella sua lussuosa villa, lasciando Roma e tutto il potere in mano allo spietato Seiano, il suo favorito. Svetonio racconta anche che nel buen retiro si diede non solo a feste e bagordi, ma anche a pratiche sessuali da pedofilo: secondo il biografo latino, obbligava bambini e bambine ad avere rapporti davanti a lui. Per Gregorio Marañón (1887-1960), medico e storico spagnolo che ha dedicato un saggio alla personalità di Tiberio, il secondo imperatore di Roma era un timido patologico, a tratti afflitto da manie di persecuzione, che da vecchio si inasprirono e si trasformarono in disturbi (la devianza sessuale era uno di questi). Morì tentando di tornare a Roma, a 79 anni, ed ebbe l'onta di veder proclamato imperatore Caligola mentre lui agonizzava.. Nemico di Roma. Il suo nome non ci è stato tramandato come quello di uno con la testa a posto. Massimino il Trace (173 circa-238 d.C.) oggi sarebbe descritto come un paranoico grave. Era nato in Tracia da una famiglia di umili origini e, dopo una lunga carriera militare, quando Settimio Severo fu ucciso, nel 253 fu scelto come imperatore dalle truppe. Mal gliene incolse. Massimino aveva una statura non comune (più di 2 metri) e secondo la Historia Augusta era in grado "trascinare un carro a quattro ruote a forza di braccia, muovere da solo un carro carico di gente, buttar giù i denti di un cavallo con un pugno, spezzargli i garretti con un suo calcio, frantumare pietre di tufo, spaccare alcune piante in due". Il suo fisico possente lo doveva far apparire terribile ai Romani. Ma soprattutto, il Trace non si fidava di nessuno: fece uccidere decine di collaboratori e amici, sospetti ai suoi occhi. In totale stato di isolamento mentale, senza ovviamente consultarsi con nessuno e imponendo una durissima disciplina ai soldati, decise di invadere Germania, Sarmazia e Dacia, a prezzo di gravi perdite umane ed economiche. Al giustificato malcontento del Senatus Populusque Romanus, che lo dichiarò nemico pubblico per le continue tasse estorte per pagare le campagne militari, pensò bene di reagire marciando sulla Città Eterna come fosse una capitale nemica, e non quella del suo impero, e per di più con delle macchine da guerra.
Non ebbe alcuna remora a colpire Roma. Scendendo in Italia, pose inutilmente sotto assedio la fortezza di Aquileia. Ma i soldati erano esausti di combattere contro il mondo romano e stremati della scarsità di cibo. Così, molti disertarono e smisero di seguirlo, mentre altri addirittura gli si rivoltarono contro. Il paranoico Trace fu quindi assassinato con il figlio Massimo nel suo accampamento dalla Legio II Parthica, e la sua testa fu ingloriosamente infilata in cima a un palo ed esposta..