Illusioni necessarie
- Postato il 18 marzo 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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“I cittadini delle società democratiche dovrebbero intraprendere un corso di autodifesa intellettuale per proteggersi dalla manipolazione e dal controllo e per gettare le basi di una vera democrazia” scrive Noam Chomsky in Illusioni necessarie. Il suo testo analizzava il ruolo dei mass media nelle democrazie occidentali, in particolare in quella statunitense, e denunciava già allora, la prima edizione era del 1989, le strategie di condizionamento, manipolazione e controllo indispensabile per imporre, senza ricorrere alla forza, quelle che lui definiva come illusioni necessarie. Con questa espressione intendeva indicare soprattutto l’illusione di libertà, autodeterminazione e autonomia di pensiero che dovevano capillarmente essere assorbite dalle masse di fatto del tutto esautorate a vantaggio di oligarchie economiche, politiche e dell’informazione. Uno dei punti, a mio parere, più illuminanti consiste nel distinguere tra l’obbligo all’obbedienza, che pervade i regimi autoritari, contesti nei quali il popolo deve obbedire e ciò che pensa diviene irrilevante non potendolo esternare, e l’apparente libertà delle grandi democrazie, nelle quali il popolo può esprimersi, esercitare il diritto di voto, manifestare o scioperare. In questo secondo contesto diviene determinante la strategia surrettizia del condizionamento travestito da libera scelta. Insomma, il popolo è bene che si senta libero così da non poter nemmeno concepire l’idea di conoscere il vero volto del potere che lo manipola, anzi, sarà orgoglioso della propria libertà, convinto che ciò che pensa sia prodotto dalla propria autonomia nella scelta di come e dove informarsi e costruire la propria “libera opinione”. Sono trascorsi quasi quattro decenni dall’uscita del saggio di Chomsky, il mondo è cambiato, credo sia fin troppo evidente, eppure permangono, a mio modo di vedere, alcune costanti già presenti nell’occidente di allora e sviluppatesi e raffinatesi nell’occidente della post globalizzazione. Allo stesso modo la forbice, indicata dal pensatore statunitense, tra regimi dal controllo violento e regimi dal controllo occulto, è ancora riconoscibile nelle strategie messe in atto attualmente. Limitiamo queste brevi righe al solo ambito nel quale, non per scelta, siamo nati e cresciuti, e riflettiamo su come si mostra il volto del potere ai nostri occhi distratti.
In un tempo nel quale tutto è mercato, non in senso strettamente economico ma più esistenziale, il potere, in tutte le sue forme, ha compreso l’importanza e perfezionato l’utilizzo dello srumento principe per meglio vendersi e, al momento stesso, acquistare: la propaganda. Potremmo individuare i primi segni di una simile strategia già nelle strutture di potere antiche, ma possiamo partire dalle parole di un personaggio ben più recente per meglio comprendere come il potere impieghi la propaganda; nel suo Mein Kampf, Adolf Hitler scriveva: “[…] i suoi effetti devono sempre essere rivolti al sentimento, e solo limitatamente alla cosiddetta ragione. […] la prudenza di evitare qualsiasi presupposto spiritualmente troppo elevato non sarà mai abbastanza grande. […] La ricettività della grande massa è molto limitata, la sua intelligenza mediocre, e grande la sua smemoratezza. Da ciò ne segue che una propaganda efficace deve limitarsi a pochissimi punti, ma questi deve poi ribatterli continuamente, finché anche i più infelici siano capaci di raffigurarsi, mediante quelle parole implacabilmente ripetute, i concetti che si voleva restassero loro impressi”. Credo che il primo inganno sia una delle urgenze più diffuse tra gli ingenui: la incrollabile certezza che esista una verità. Se così fosse tutto sarebbe estremamente direzionato e, con buona pace di chi ama le grossolane semplificazioni, sarebbe sufficiente conoscerla per raggiungere l’obiettivo di un mondo in armonia. Purtroppo, o per fortuna, le cose non stanno così: se anche esistesse un’unica verità, degna dell’iperuranio di platonica memoria, questa diverrebbe reale, umana, solo attraverso la percezione di un individuo e la coseguente rappresentazione soggettiva che lo stesso potrebbe averne.
A questo punto mi sembra corretto affermare che non possiamo pretendere di occuparci di verità oggettive, assolute, divine, ma, molto più umanamente, del groviglio complesso delle relazioni e dei rapportri delle opinioni soggettive. È altrettanto evidente che, soprattutto nei supponenti e negli sciocchi, difficile distinguere gli uni dagli altri, la loro personale opinione assurge a visione inconfutabile che, se non condivisa, decreta la stupidità o la malafede dell’altro. A questo proposito ricordo un’acida serata in compagnia dell’amico Gershom Freeman e, oltre a un certo numero di conoscenze comuni, di una sua, come dire, “interessata frequentazione”, una docente di comunicazione in servizio presso una delle innumerevoli università o presunte scuole di alto livello che gestiscono l’attuale “mercato della cultura”. La signorina decise di informarmi intorno alle sue numerose pubblicazioni e sul numero importante dei suoi follower mentre Gershom si esibiva come cuoco. Comunque, tutto bene, il cibo ottimo, il vino eccellente (l’avevo portato io) ma la serata, iniziata piacevolmente, inciampò su un tema internazionale appena esploso: il conflitto Russia-Ucraina. I toni si alzarono, la fecero da padroni sarcasmo, ironia, presunta satira; ricordo una serie di battute sulla soppressione della zeta nel vocabolario italiano per polemizzare contro l’aggressione putiniana all’Ucraina. Molti dei presenti, forse colpiti dal sorriso della docente, se la ridevano pronunciando parole alle quali avevano sottratto la zeta. Ma basta, non ho nessuna intenzione di entrare nello specifico, troppo spesso ho assistito a deliri aggressivi, tra persone che pure si volevano bene e si stimavano, non appena si affrontava il tema vaccino per il covid o buoni e cattivi nei conflitti; mi limito a osservare, come feci in quella serata ma sottovoce con Gershom, che la scomparsa dell’attendibilità dell’informazione figlia degli algoritmi, ha prodotto masse di superficiali dogmatici carichi di rabbia. Sono troppo antico per partecipare alla bagarre, ma ancora abbastanza attuale per provare a riflettere sulla questione.
Credo che oggi, riprendendo Chomsky, potremmo parlare di “illusioni necessarie per gestire un popolo ridotto a folla, massa anonima e depensata”. Può essere utile recuperare qualche concetto espresso da Le Bon nello studio delle caratteristiche delle folle: anonimato, scarsa responsabilità, sommaria comunicazione di idee sloganistiche, creazione di una omologante mentalità collettiva. Mi sembra che sia operazione corretta, e utile all’analisi, attualizzare queste componenti della folla riconoscendole nel popolo massificato dei social; l’aneddoto personale, riportato poche righe sopra, mi sembra essere un caso paradigmatico. Se è vero che la storia è la narrazione di ieri attraverso ciò che è divenuto nel pensiero di oggi che, elemento assolutamente non marginale, viene formato dalla consapevolezza della storia di ieri, mi si consenta l’apparente gioco di parole, è ancor più vero il pericolo che corriamo, quello di assistere impotenti alla diffusione dell’illusione necessaria alla sopravvivenza di un potere alieno eppure autoprodotto. Non sto demonizzando il mezzo, scappatoia tanto semplificatoria quanto inutile, ho a lungo ruminato le parole di Nietzsche ne Il viandante e la sua ombra, ma sto denunciando la tragedia nella quale stanno scivolando intere generazioni che confondono l’agevole e quotidiano utilizzo dello stesso con la capacità critica di gestirlo. Il problema è, a questo punto, come corroborare il sopito senso critico e auto critico competendo con la quotidiana, capillare, surrettizia ingerenza del web? Non è certo importante nei confronti di chi mi legge che, necessariamente è fornito di curiosità e disponibilità al confronto con “un pensiero altro”, ma indispensabile per la, purtroppo, crescente maggioranza del mondo occidentale. Non esiste una panacea assoluta, nessuno possiede la bacchetta magica, il viaggio è lungo e complesso, ma non siamo pochi ed è nostro dovere una sorridente, anche se preoccupata, militanza intellettuale.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.