Il vuoto d’aria nel quale è finita la Serie A

  • Postato il 23 febbraio 2026
  • Di Il Foglio
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Il vuoto d’aria nel quale è finita la Serie A

C’è un vuoto d’aria nel campionato di Serie A. Il torneo che solo poche settimane fa era definito dai cinque punti di distacco all’interno delle tre fasce (scudetto, Europa, salvezza), ormai raddoppia e lascia, appunto, un senso di vuoto che occorrerà colmare: sono infatti diventate dieci le lunghezze tra l’Inter, che sta vivendo senza sforzo una stagione da cannibale, e il Milan impantanatosi tra il recupero contro il Como e la balorda sconfitta interna per mano del Parma e un po’ pure dell’arbitro Marco Piccinini. Ciò accade, più o meno, anche nella bagarre per viaggiare all’estero nel 2026-2027: lo stesso Como e Atalanta hanno scavato un analogo, incolmabile solco con le taciute ambizioni del Sassuolo e le rivendicazioni di antica e nuova nobiltà (Lazio, Udinese, Bologna).

     

Nel giro di due partite, si diceva, tra effetti d’esterno e rabone a San Siro lo scudetto prende la via di Cristian Chivu, che lo ha iniziato a prenotare già nella stessa sera in cui rischia di uscire dall’attuale Champions League. Non sono bastate fin qui la force tranquille di Matteo Gabbia e le sopracciglia quasi bergomiane di Davide Bartesaghi (che non ha proprio tutti i torti nel gol subìto sopra la testa), i nati in casa: né il solito irrisolto Rafael Leão, i cui “atteggiamenti da uomo” secondo il telecronista sarebbero più che altro una simulazione, un giallo di reazione, le successive polemiche. Ma sta sempre in campo fino al 90° minuto perché c’è chi vede in lui la speranza anche quando tutto è contro, come la luce del quasi gol sfumato addosso al palo: e nemmeno questo è l’anno buono per capire cosa farà da grande.

Certo, con una giacchetta sempre troppo in mezzo al gioco, a tagliare o inibire le linee di passaggio, gli alibi non stanno a zero. E senza evocare la consueta libido killing del Var (come fai, sbagli), c’è però da dire che da quando ha inserito in organico Gabriel Strefezza il Parma, soprattutto lungo le fasce, non fa solo Cuestaball: per tutto il resto serve sempre un po’ di fortuna, canta Lykke Li in una delle migliori uscite pop del radar.

La stessa che ha arriso ultimamente all’Atalanta “slava”, nonostante un altro caso da moviola come il gol annullato a Miguel Gutiérrez del Napoli. A proposito, ha fatto più l’altro nuovo acquisto Alisson Santos in dieci minuti che i suoi compagni fin lì: elemento azzeccato, nome da portiere e cognome da squadra di Pelé, un piccolo genio nella lampada che ha solo bisogno di essere “strofinato” nel modo giusto, e non per scampoli a tutta fascia. 

Anche perché ci si mette davvero poco, in questi tempi, a mutare rapidamente una percezione: il Como è ancora considerabile una “squadra simpatia”, oppure i suoi reiterati traguardi - di classifica e non - oscurano già di noia la sua patina di coolness dentro e fuori dal campo? Eppure chi cercava un nuovo Carlos Dunga può guardare al facile sdraiarsi di Máximo Perrone, chiedendosi magari quale personalità abbia davvero l’indecifrabile Nico Paz e osservando che bel giocatore sia diventato Mërgim Vojvoda.

Mentre di questo passo non è impossibile pensare a una Roma potenziale seconda, conviene annotare la crisi senza fine del Torino, che ora spera di risollevarsi cacciando Marco Baroni e abbracciando Roberto d’Aversa. Ma il problema, va ripetuto sempre, come nella Lazio sta al vertice: “How does it feel to be a freak among the freaks, hiding all your stuff under the table?”, recita la potente “Puppet” di Grian Chatten (Fontaines D.C.) per la colonna sonora di “Peaky Blinders”. Urbano Cairo, non chiederti per chi suona la campana.

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Autore
Il Foglio

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