Il tifo operaio e il ruolo delle donne: così “Ragazzi di Stadio” raccontò per la prima volta il mondo degli ultras in Italia – Video

  • Postato il 30 marzo 2025
  • Calcio
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Ragazzi di Stadio è il primo documentario sugli ultras in Italia. Lo ha girato il regista Daniele Segre, alla fine degli anni Settanta. E ancora oggi è un film cult per i tifosi di calcio di tutta Europa. Un mito che nasce da una scritta su un muro di Torino: “Il potere dev’essere bianconero”. Uno slogan che parafrasava quello dei movimenti operai. “Una trasposizione di linguaggi che mi incuriosiva a tal punto da decidere di andare per la prima volta allo stadio con una macchina fotografica” scriveva il documentarista piemontese scomparso nel febbraio 2024. Da quella scritta, inizierà un lavoro sui tifosi che lo porterà a realizzare tre film documentari e a proseguire la sua ricerca sui temi sociali e le storie umane che lo hanno reso il pioniere del cinema della realtà in Italia. E proprio per celebrare il suo lavoro, i famigliari hanno iniziato un lavoro collettivo di ricerca, correzione e restauro che ha portato alla nuova edizione del libro “Ragazzi di Stadio” (ETS edizioni, 2024), originariamente pubblicato nel 1979. Un volume fotografico realizzato grazie al contributo del Museo Nazionale del Cinema e curato dai figli Emanuele e Marcella Segre e dalla moglie Elena Bosio.

“Ragazzi di Stadio è entrato nel mito di tanti tifosi perché per la prima volta ha raccontato la realtà degli ultras senza giudicarli ma mostrandoli per quello che erano” racconta il figlio, Emanuele Segre che oggi dirige la casa di produzione “I Cammelli”, fondata da suo padre Daniele. Basta sfogliare l’archivio personale dell’autore per rendersene conto. La telecamera di Segre è riuscita a raccontare una realtà che fino ad allora era rimasta fuori dai riflettori. Persone come Beppe Rossi, fondatore dei Fighters juventini e Joe, capo ultras del Toro. “Quello che emerge dal film è un modo di andare allo stadio più romantico e popolare” ricorda il figlio Emanuele. Un tifo che sembra essere distante anni luce da quello che emerge dalle inchieste giudiziarie sulle curve degli ultimi anni. “Andare allo stadio costava tremila lire, gli operai finivano di lavorare in fabbrica e andavano allo stadio”. Lo racconta bene Joe che lavorava alle presse in Fiat dove il rumore supera i centodieci decibel. “Ma qual è la differenza tra il rumore dello stadio e quello delle presse” gli chiede il regista. “Quello dello stadio è voluto, quello delle presse no”. Ma c’è un altro aspetto che emerge nel documentario, il ruolo delle donne. Raccontano le loro difficoltà ad essere accettate, allo stadio come nel resto della società. Un esempio? “Allo stadio ci sono solo bagni per uomini”.

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Il Fatto Quotidiano

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