Il Sud con le scarpe rotte e il fucile spuntato: la lezione di dignità che un certo giornalismo non vuole capire

  • Postato il 25 marzo 2026
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di Domenica Puleio

Mentre i dati del referendum sulla giustizia certificano la vittoria del NO, una certa stampa d’area ha deciso di non analizzare il voto, ma di processare l’elettore meridionale. L’editoriale di Mario Sechi su Libero è il manifesto di questo livore: una narrazione che dipinge il Mezzogiorno come il “freno a mano” del Paese, colpevole di aver affossato la riforma in nome di una presunta e atavica “improduttività”.

L’attacco di Sechi è preciso nel suo cinismo: descrive il voto del Sud non come una scelta di merito, ma come il riflesso di un’area che “non produce” e che quindi teme la modernizzazione. È una mistificazione che nasconde una verità economica taciuta: non si può rimproverare a un territorio di non produrre lo stesso PIL del Nord dopo averlo sistematicamente disarmato. Il divario non è una tara genetica, ma il risultato di decenni di scippi infrastrutturali e investimenti negati. Definire “improduttivo” chi resiste senza i mezzi minimi per competere è un’offesa che l’informazione onesta non può accettare.

Ma c’è un dato che smonta definitivamente il teorema del “Sud conservatore” usato come alibi dai media sconfitti: il caso Calabria. Mentre si accusa il Mezzogiorno di aver bloccato la riforma, si tace sul fatto che in Calabria il fronte del SÌ ha sfiorato il 90%. Com’è possibile che la “zavorra” abbia votato in massa per il cambiamento proprio in una delle regioni più difficili del Paese? Questo dato trasforma l’analisi di Sechi in carta straccia: dimostra che il Sud non è un blocco monolitico e “pigro”, ma un territorio capace di espressioni politiche radicalmente diverse. La Calabria ha chiesto una riforma profonda, mentre altre aree hanno scelto la prudenza. Ignorare questo 90% significa voler costruire un nemico immaginario a uso e consumo dei lettori del Nord, negando la complessità di un voto che è stato tutto tranne che scontato.

Il referendum ha confermato che l’Italia è stanca di riforme percepite come lontane dai problemi reali dei tribunali. Trasformare questa sconfitta in una “questione di PIL” è il segnale di un giornalismo che ha perso il contatto con la realtà. Il Sud ha votato con la testa, con la propria storia e con le proprie ferite. E ha risposto in modo plurale, nonostante le armi spuntate che la politica nazionale gli ha lasciato in mano.

La democrazia non risponde agli indici di produzione industriale; risponde alla coscienza dei cittadini. E la coscienza del Sud, con le sue sfumature che vanno dal NO di Messina al SÌ massiccio della Calabria, è stata molto più lucida di chi scrive editoriali basati sul pregiudizio geografico.

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Foto di Mohamed Hassan da Pixabay

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