Il sesso, l’arte e l’addio: il lato segreto del viaggio romano di Goethe
- Postato il 7 febbraio 2026
- Di Il Foglio
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Il sesso, l’arte e l’addio: il lato segreto del viaggio romano di Goethe
Partire sarà pure un po’ morire, come recita la saggezza popolare, ma dopotutto la morte stessa non è altro che una declinazione dell’erotismo. Bataille, tra le pagine de “L’erotismo”, lo ha scritto in maniera cristallina e i francesi, quelli dell’orgasmo definito “piccola morte”, nella loro ellissi di filosofia libertina che va da Sade a Klossowski, la sapevano lunga. Ma non si parlerà qui di francesi ma del più famoso tra i tedeschi delle lettere; Goethe. E, nel particolare, di una porzione tra le più peculiari del celebre viaggio a Roma dell’autore del “Faust”. Ne scrive con dovizia di particolari Attilio Brilli, uno dei massimi conoscitori della letteratura di viaggio, che a questo episodio dedica un capitolo del suo bel volume “Storie segrete del viaggio in Italia”, edito da Il Mulino. Il libro denuda, appunto, i lati più scabrosi, libertini e lunari dei letterati che sciamavano in Italia, in ogni città, ad ogni latitudine, per abbeverarsi di storia, arte, cultura, mito e godimento sessuale. Non turismo sessuale, diremmo, ma parte essenziale del tutto, considerando che con sublime e suprema malinconia, riflettendo anni e anni dopo il suo soggiorno capitolino, Goethe annoterà “posso dire che solamente a Roma ho sentito cosa voglia dire essere un uomo”.
La frase, potente e suggestiva, se letta alla luce dei suoi resoconti di viaggio, gli stessi che ebbero modo di leggere Charlotte von Stein e i componenti della corte del Ducato di Weimar, appare come vigorosa sublimazione di una scoperta quasi mistica, di una elevazione e di una realizzazione individuale. Ma nell’ombra, tra le pieghe del non detto e del comunque storicamente acclarato, quel riferimento a cosa voglia davvero dire esser uomo assume anche altre connotazioni. Goethe era solito accompagnarsi a popolane e a modelle degli studi d’arte, che a quanto riportano le cronache locali, scandagliate con cura speleologica da Brilli, il letterato germanico manteneva con generosità e prodigalità. Goethe era giunto nella Capitale sotto falso nome, al fine di vivere e vedere la vera città e non esser così risucchiato dall’abisso dei salottini nobiliari e dai cenacoli intellettuali. Questa condizione di privilegio, unione di disponibilità economica, bellissima abitazione con vista a grandangolo sulle meraviglie del centro, vagare ramingo anche sotto l’ombra perlacea della luna, aveva fatto di Goethe non solo un raffinato osservatore delle bellezze e del carnale pulsare della città, di cui comunque annoterà anche i lati meno commendevoli, ma pure dei piaceri e del godimento che era possibile ricavare da conoscenze continue. L’unica apertura pubblica al rivelare parte dei suoi piaceri sessuali romani, la rinveniamo nel carteggio tra Goethe e il duca Carlo Augusto: il sesso, annota Goethe e il Duca vigorosamente concorda con lui, è un sano esercizio ginnico-spirituale, capace di rinfrancare la carne e la mente.
In una lettera datata 16 febbraio 1788, Goethe indossa le metaforiche e metafisiche vesti di Sade e, parlando di una donna di rara bellezza e di ancor più accentuata piacevolezza, espone l’impossibilità di rinunciare al fare “piacevoli passeggiate nel suo boschetto fiorito”. A Roma, Goethe intesserà talmente tante relazioni da finirne avviluppato, come nel centro di una ragnatela. Fili che si annodano e che sbrogliare si rende sempre più complesso. E la partenza si traduce in tristezza e in malinconia, innegabilmente acuite da un episodio in particolare: l’incandescente relazione con la milanese ma romana d’adozione Maddalena Riggi. La Riggi e Goethe legano in modo profondo, lui la introduce all’arte, alle letture, perfezionando la cultura della bella ragazza. Il tedesco inizia ad avvertire che quel legame è molto più profondo di quanto possa apparire. E poi, però, l’imprevisto crudele. Una sera, per caso, Goethe è a colloquio con alcune dame che ricamano un vestito nuziale. “E’ per la promessa sposa” dicono loro, e lui capisce che la promessa sposa è proprio la Riggi, che gli aveva nascosto il dolorosissimo particolare. Un precedente vincolo che spezza quell’amore. E sarà proprio quello smacco a far dire a Goethe “sarebbe singolare che ti toccasse, proprio qui a Roma, un destino come quello di Werther!”. E l’addio alla Riggi coinciderà con l’addio alla Città eterna. Fortunatamente però non alla vita e all’amore.
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