Il ruolo della Cina nella tecnologia pulita italiana: da relazione ‘asimmetrica’ a interdipendenza strategica. L’analisi
- Postato il 6 marzo 2026
- Economia
- Di Il Fatto Quotidiano
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I rapporti economici tra Roma e Pechino sono fondamentali per la transizione energetica e industriale verso l’energia pulita dell’Italia ma finora – senza una strategia che li trasformi in un vantaggio competitivo – hanno portato a una “relazione asimmetrica”. L’Italia dipende da tecnologie e componenti cinesi nel settore del solare fotovoltaico, delle batterie e, in misura minore, delle pompe di calore, sia direttamente attraverso le importazioni, sia indirettamente attraverso i partner dell’Ue, le cui catene di approvvigionamento incorporano una quota significativa di made in China. Ma se il deficit commerciale di Roma con Pechino è raddoppiato, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel 2020-2021 a 4-5 miliardi di euro entro il 2024-2025, questa bilancia commerciale non è principalmente una questione di clean tech. Riguarda altri settori, come plastica, elettronica di consumo e abbigliamento. Non solo: importare tecnologie pulite non equivale a importare combustibili fossili. Da questi elementi parte lo studio del Think tank Ecco, presentato durante un evento alla fiera Key Energy 2026, nel quale si analizzano i legami economici tra Italia e Cina nella transizione, proponendo cinque leve strategiche per rafforzare competitività e autonomia nazionale ed europea. “Confondere la decarbonizzazione con una nuova forma di dipendenza è un errore strategico. La vera priorità non è disimpegnarsi dalla Cina, ma rafforzare la capacità industriale italiana dentro questa interdipendenza” spiega Cecilia Trasi, analista senior di Ecco e co-autrice dello studio. Il lavoro esamina i flussi di investimento e le relazioni commerciali tra Italia e Cina in tre settori (fotovoltaico solare, pompe di calore e batterie), identificando i comparti in cui vi sono ampi margini di manovra.
Il ruolo della Cina nella transizione italiana (e i suoi modesti investimenti)
Per quanto riguarda il solare, la produzione operativa di celle fotovoltaiche in Italia è relativamente elevata, con circa 3 gigawatt di capacità operativa, davanti a Germania, Francia e Spagna. Ma l’Italia non ha una produzione significativa di wafer o polisilicio, fondamentali per le celle fotovoltaiche, lasciando strutturalmente sottosviluppati questi segmenti. I produttori italiani colmano questa lacuna affidandosi a wafer e celle importati, prevalentemente da Cina e altri fornitori asiatici, e concentrando le proprie attività sulla finitura delle celle, l’assemblaggio dei moduli e l’integrazione dei sistemi. La capacità produttiva italiana nel settore è comunque in espansione, ma rimane altamente concentrata e limitata in termini di volume rispetto alle importazioni. Oltre il 70% dei pannelli fotovoltaici sul mercato italiano è di produzione cinese. Pechino, inoltre, esporta tra il 25% e il 28% del valore dei componenti per pompe di calore assemblate in Italia e fornisce la maggior parte delle batterie importate (857 milioni di euro nel 2024). Allo stesso tempo, gli investimenti diretti esteri cinesi nella produzione italiana di tecnologie pulite rimangono modesti. Sono stati molto più consistenti in diversi Stati dell’Europa centrale e orientale e, in misura minore, in Germania, Francia e Spagna. “Molti progetti annunciati dalla Cina non si sono concretizzati in impianti di produzione su larga scala” scrivono le analisti autrici dello studio, Cecilia Trasi, Ginevra Vittoria e Chiara Francesca Ausenda, spiegando che il rilancio degli investimenti cinesi in Italia è ora un obiettivo esplicito del piano d’azione 2024-2027 “anche se resta da vedere se questa ambizione si tradurrà in flussi concreti”.
Le ragioni di una “relazione asimmetrica”
Ad oggi, quindi, il settore italiano delle tecnologie pulite si sta sviluppando all’interno di una relazione altamente asimmetrica con la Cina. Questa dinamica non è unica in Europa, ma elevata esposizione alle importazioni e produzione interna limitata in settori chiave rendono la posizione dell’Italia particolarmente delicata. Il mercato interno dei veicoli elettrici, per esempio, rimane uno dei più deboli dell’Ue (con una quota di veicoli elettrici a batteria del 6,2% nel 2025, contro una media europea di circa il 20%), riducendo la spinta della domanda per gli investimenti in batterie e trasmissioni. I quadri di incentivi industriali sono stati storicamente meno generosi, meno snelli e meno chiari rispetto a quelli di Paesi come Spagna, Ungheria e Polonia. L’Italia, inoltre, applica un regime di screening degli investimenti diretti esteri relativamente rigoroso. Basato sul quadro normativo del ‘golden power’, con una serie di poteri speciali di veto e di condizionamento che consentono al governo di vagliare, bloccare o imporre condizioni agli investimenti stranieri e alle transazioni societarie che coinvolgono beni e società strategici italiani, se considerate una potenziale minaccia alla sicurezza o agli interessi nazionali essenziali. Sebbene il ‘golden power’ non impedisca agli investitori stranieri di venire in Italia, comporta che le operazioni di grande entità o sensibili siano soggette a un ulteriore livello di rischi politici e legali che gli investitori (in particolare le aziende legate allo Stato cinese) devono valutare e pianificare.
L’Italia sulla linea difensiva
“Finora, l’approccio dell’Italia nei confronti della Cina ha seguito la traiettoria più ampia dell’Europa, con una crescente cautela strategica pur mantenendo un significativo impegno economico”. Ecco ripercorre le fasi che dall’adesione nel 2019 alla Belt and Road Initiative (l’Italia è stato l’unico paese del G7 ad aderirvi), della progressiva espansione del quadro di controllo degli investimenti ‘golden power’ a partire dal 2021, fino al ritiro formale dall’iniziativa nel dicembre 2023 e al lancio del Piano d’azione Italia-Cina 2024-2027 da parte del governo Meloni, pochi mesi prima della rielezione di Donald Trump. “Nel 2025, il decreto FER X Transitorio è più un segnale politico-industriale che una vera e propria strategia di reshoring” racconta Ecco. Il programma punta all’espansione e all’ammodernamento degli impianti rinnovabili con incentivi diretti per quelli fino a un megawatt e aste competitive per i progetti più grandi. “Un aspetto critico è l’esclusione dei componenti di origine cinese (moduli, celle e inverter) dai progetti fotovoltaici superiori a un megawatt, con l’obiettivo di promuovere la sovranità tecnologica e diversificare le catene di approvvigionamento” spiega il think tank. Attraverso il decreto, l’Italia è stata tra i primi Stati membri dell’Ue a rendere operativi i criteri di resilienza Nzia (Net zero industry act, il regolamento che punta a rafforzare la capacità produttiva europea nelle tecnologie pulite strategiche) e ha promosso la prima asta per grandi impianti fotovoltaici preclusi al made in China. Ma Ecco solleva interrogativi rilevanti in termini di efficacia industriale: l’asta conforme al NZIA ha registrato un premio di costo pari a circa il 17–20% rispetto al bando standard. “Un onere che, in ultima analisi, ricade sui consumatori e sul bilancio pubblico. La questione rilevante non è se l’Italia importi pannelli solari dalla Cina – scrive Ecco – ma se stia sviluppando le capacità di installazione, manutenzione, integrazione e riciclaggio che traducono la diffusione in valore economico trattenuto e se stia investendo nei segmenti manifatturieri in cui può realisticamente competere”.
Trasformare l’interdipendenza in un vantaggio competitivo
E c’è un altro aspetto: “Quando l’Italia importa un pannello solare, il valore energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato indipendentemente dalle future interruzioni del commercio”. Discorso diverse per le importazioni di gas: “Quel valore viene bruciato ed esce dall’economia in modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”. Per Ecco “bisogna resistere alla narrativa che confonde la decarbonizzazione con l’esposizione geopolitica, anche perché rischia di diventare uno strumento per ritardare la transizione energetica”. Per questo, secondo Ecco, la predominanza cinese non costituisce un problema in sé, ma rivela la necessità di una strategia organica sul futuro delle clean tech in Italia. Sono tre le condizioni individuate per trasformare l’interdipendenza in opportunità: una visione di lungo periodo, una mappatura delle capacità produttive italiane attuali con una valutazione realistica di dove possono arrivare e una gestione della relazione commerciale con la Cina che non sia solo in chiave difensiva. Lo studio indica alcune leve operative per passare a una gestione proattiva e coerente nelle relazioni Europa-Cina. Il primo step è quello di rendere operativo e utilizzare il Piano d’Azione Italia-Cina 2024-2027 come strumento di diplomazia industriale nelle tecnologie pulite: trasferimento tecnologico nel fotovoltaico, cooperazione su riciclo e stoccaggio batterie e regole chiare per investimenti che rispettino pienamente governance e proprietà intellettuale. “Le quote ‘non cinesi’ e gli strumenti Nzia possono avere un ruolo solo se legati a competitività e riduzione dei costi, mentre è necessario stabilizzare la domanda e rafforzare la filiera delle pompe di calore e avviare una “seconda ondata” sulle batterie puntando sull’economia circolare.
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