Il mondo sciamanico come soglia della parola segreta che rivela il mistero della poesia
- Postato il 17 marzo 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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Chi è lo sciamano — proiezione dell’anima o passaggio nel mistero? Tra samsara e alter Christus, il viaggio resta aperto: oltre la storia e il razionale, sulla soglia onirica del reale…
Pierfranco Bruni
Mi è stato chiesto più volte chi è lo sciamano. Perché spesso mi sono riferito e mi riferisco allo sciamano come proiezione dell’anima e della spiritualità. Mi è stato chiesto più volte se il mio passaggio poetico sia un samsara, tra lo sciamano e il campo di Buddha, in un riferimento che ha del religioso: il Cristo o Francesco come “alter Christus”.
Domande che restano dentro il mio viaggio tra seduzione ed estetica. Certo, non credo alla storia, come non credo al razionale. Sono dentro il metafisico e il mistero. Un percorso onirico oltre la soglia del reale.
Va chiarita immediatamente una cosa: lo sciamano è colui che attraversa, non chi possiede risposte. Il mondo sciamanico appare nella lettura come stratigrafia. Ovvero, sotto la crosta del logos occidentale corre la vena del sogno. Sotto la grammatica sta il respiro. Sotto la città sta la grotta.
La letteratura e lo sciamanesimo condividono la metafora del viaggio. Lo sciamano lavora con l’oggetto povero: il bastone, il tamburo, il filo di lana. Il poeta si serve, a volte, di un sostantivo scarno. Entrambi tolgono peso affinché il varco si apra e vada oltre, in una visione profondamente metaforica.
Il tempio non è mai un edificio. È, sostanzialmente, una manutenzione della soglia. Nei testi che incrociano Tommaso d’Aquino — penso ai suoi studi sull’alchimia — e la fascia orfico-pagana, lo sciamanesimo diventa armonia dell’onirico. La coscienza ordinaria cede. Il linguaggio quotidiano lascia spazio a glossolalie, iterazioni, sillabe bruciate. Non c’è fuga, ma cura.
Gurdjieff è un riferimento. La strada è complessa e tocca Eliade e Castaneda, oltre che Guénon e il mondo dei nativi d’America e la cultura indù. Qui, però, Gibran riassume tutto il mondo islamico e persiano. Sul piano cristiano, san Paolo resta un riferimento forte. C’è sempre, comunque, l’individuale che diventa soggettivo.
Lo sciamano definisce la ferita dell’anima-tempo come malattia e la conduce fuori dal villaggio sotto forma di canto. La poesia compie un gesto identico: prende il frammento domestico (una bicicletta appoggiata al muro, un coppo rotto) e lo espone perché il lettore completi la cura. La cura è uscire completamente dalla storia.
Qual è il risultato?
Il risultato è ascesi della forma, analoga alla perfetta letizia: gioia che nasce dalla sottrazione. Il tamburo chiama non Dio, ma attenzione. Il verso chiama non verità, ma ascolto. La poesia non è verità. Il mondo sciamanico non è esotismo, bensì specchio.
Lo sciamano sa che la guarigione comincia quando si accoglie il bianco tra i versi. La pausa, che lo sciamano chiama notte, è l’isola: allegoria della solitudine, ovvero l’isola dalla quale osservare il buio perfetto.
Forse è questa la definizione che vale per entrambi: lo sciamano e il poeta stanno sulla stessa sponda. Uno con il tamburo, l’altro con sostantivi di materia. Misurano la distanza tra la ferita e la cura, tra il canto e l’ascolto. Lo sciamano non ha vanità. Il poeta, invece, convive con la propria vanità.
Non si diventa poeti. Non si diventa sciamani. C’è sempre un’alchimia profonda che lacera il deserto dei loro cammini. Dietro c’è sempre un Dio sconosciuto. Bisogna seguirlo nel segreto e nel mistero, senza chiedergli mai di rivelarsi. Il maestro — che sia sciamano o poeta (o, meglio, sciamano e poeta) — deve vivere in quell’attimo di “magaria” e, prima di ascoltare, deve ascoltarsi.
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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