Il mondo canta in coreano ed il K-Pop vince l’Oscar

  • Postato il 18 marzo 2026
  • Golden
  • Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
Il mondo canta in coreano ed il K-Pop vince l’Oscar

“Golden” è la prima canzone K-pop a vincere un Oscar. «Crescendo, mi prendevano in giro perché ascoltavo K-pop — ha detto EJAE sul palco del Dolby Theatre — ma ora tutti cantano le nostre strofe in coreano». Non è retorica da cerimonia. È la descrizione di qualcosa che stava già accadendo da anni, e che domenica ha ricevuto la sua proclamazione.


KPop Demon Hunters si è portato a casa due statuette: miglior film d’animazione e migliore canzone originale. Con oltre 482 milioni di visualizzazioni è il film più visto nella storia di Netflix, e la colonna sonora ha totalizzato circa 11 miliardi di stream. La canzone “Golden” è la prima K-pop a vincere un Oscar e la prima con più di quattro autori accreditati. Il pubblico in sala agitava i lightstick durante la performance live – non era folklore, ma la conferma che quella musica aveva già una vita propria, fuori dallo schermo, da mesi.

KPOP DEMON HUNTERS LE DUE STATUETTE ALL’OSCAR

Manga e anime avevano già preparato il terreno, e lo avevano fatto da molto prima che qualcuno in occidente se ne accorgesse ufficialmente. Dragon Ball arrivò nelle televisioni europee negli anni Ottanta, e intere generazioni impararono a leggere le emozioni su volti disegnati con proporzioni impossibili, occhi grandi come lune. Non era esotico: era il linguaggio con cui si cresceva. Evangelion, Ghost in the Shell, Akira non erano nicchie da appassionati, erano opere che ridefinivano cosa potesse fare l’animazione in termini di profondità psicologica e ambizione visiva.

IL MONDO DEI MANGA

I manga, nel frattempo, occupavano scaffali nelle librerie di tutto il mondo con una logica di serialità e fidelizzazione che il fumetto americano non riusciva a eguagliare. Oggi One Piece è la serie a fumetti più venduta della storia. Hayao Miyazaki ha vinto un Oscar nel 2003 con La città incantata – vent’anni prima di questa notte – e il suo studio continua a produrre film che il pubblico tratta come eventi.

NON SOLO K-POP. IL CINEMA ASIATICO VIVE ED È FORTE

Il cinema asiatico più in generale è oggi fra i più vivi in circolazione. Non solo la Corea: il Giappone con Ryusuke Hamaguchi – Drive My Car ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero nel 2022 – Taiwan, la Thailandia, Hong Kong, l’Indonesia. C’è una varietà di sguardi e di approcci al tempo, al corpo, alla narrazione, che il cinema europeo prova ma fatica a eguagliare e quello americano ha smesso di cercare se non attraverso gli autori. La differenza è che questi cinema parlano ancora di qualcosa. Hanno ancora urgenza.

L’OCCIDENTE HA PERSO L’IMMAGINAZIONE

L’occidente ha perso il proprio orizzonte del desiderio per un certo tipo di autosufficienza culturale. Si parla soprattutto degli Stati Uniti, che per decenni hanno esportato sogni con un’efficienza che nessun altro sistema culturale aveva raggiunto. Hollywood, il rock, il fumetto Marvel, McDonald’s, Nike – non era solo soft power, era la capacità di convincere il resto del mondo che i propri desideri erano universali. Che volere significasse volere americano.

SEQUEL, REBOOT, UNIVERSI ESPANSI

Quel sistema si è inceppato dall’interno, per stanchezza e per calcolo. Disney ha acquistato Pixar, poi Marvel, poi Lucasfilm, costruendo un catalogo che è insieme un archivio e una prigione: storie che citano storie precedenti, emozioni calibrate su emozioni già testate. Sequel, reboot, universi espansi – format progettati per minimizzare l’incertezza del gusto, non per intercettarlo. E intanto la Corea produceva Parasite, il manga riempiva le librerie europee, il K-pop costruiva fanbase con una fedeltà che le major americane non sapevano nemmeno nominare.

LA FATICA DEGLI USA

Gli Stati Uniti faticano oggi a proporre un’immagine di sé che sia desiderabile – e questo non è secondario per un paese che ha sempre fatto della propria immagine il primo prodotto di esportazione. La violenza, le contraddizioni razziali, la polarizzazione filtrano nell’immaginario che proiettano fuori dai propri confini. Il pubblico globale non fa analisi politica prima di scegliere cosa guardare, ma percepisce quando una cultura parla di sé con energia e quando invece si difende. Da qualche anno, l’America culturale suona più difensiva che propositiva. Squid Game è una storia brutale sulla disuguaglianza economica ed è diventata la serie più vista di sempre su Netflix, non nonostante il tema, ma anche grazie a come lo porta.

DAL K-POP AL KOREA FILM FEST DI FIRENZE

Tra un paio di giorno il giornale sarà al Korea Film Fest di Firenze, perché la Corea è in questo momento uno dei paesi con la produzione audiovisiva più densa. Sa raccontare il conflitto di classe, il corpo, la pressione sul femminile con una lucidità che il mainstream occidentale ha smesso di cercare. E il fatto che la skincare coreana sia diventata un riferimento per milioni di donne in tutto il mondo non è un dettaglio: dice qualcosa sullo spostamento di autorità estetica in corso. Non è più Parigi a stabilire cosa significhi prendersi cura di sé.

L’occidente – e gli USA in particolare – dovrebbe chiedersi non solo perché ha perso quote di mercato culturale, ma perché ha smesso di produrre immagini del futuro che valga la pena abitare. La Corea non ha aspettato il permesso per diventare un punto di riferimento globale. Forse è da lì che bisogna cominciare a fare domande.

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