“Il mio salto nel vuoto in Cina. Nella finanza italiana dovrei adattarmi a dinamiche più lente e stipendi più bassi”
- Postato il 4 aprile 2026
- Cervelli In Fuga
- Di Il Fatto Quotidiano
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Nell’I Ching, l’antico testo oracolare cinese, il simbolo della difficoltà iniziale è rappresentato da un’erba che incontra un ostacolo spuntando dalla terra. Quando Matteo è solo un ragazzo, già sa che per rivoltare le zolle ed emergere dovrà andare oltre i confini e le montagne della sua regione, il Trentino Alto Adige. Dopo un giro pianeggiante a Milano, la città che per prima gli fa scoprire il suo interesse per le culture straniere, inizialmente l’idea è lasciare l’Italia per la Spagna. Poi, durante le Olimpiadi di Pechino del 2008, nasce il suo amore per la Cina. La prima palestra, in vista del grande viaggio, diventa via Paolo Sarpi. Nella chinatown ambrosiana si esercita per la prima volta sui toni del mandarino e scopre i segreti della cultura orientale. Ancora però non sa che grazie a una borsa di studio il suo sogno si realizzerà davvero. E che la Cina sarà più di una parentesi all’estero. Diventerà la sua nuova casa.
Matteo Giovannini, che oggi ha 45 anni, si trasferisce in Cina nel 2013. La prima tappa è Dalian, una delle più importanti città costiere del Gigante asiatico. La vittoria di una borsa di studio, scoperta grazie alla sua insegnante di lingua, gli offre la possibilità di passare un anno lì. Matteo chiede un’aspettativa dal lavoro: non ha ancora certezze. “È stato comunque un salto nel vuoto, quindi volevo almeno un paracadute. Mi son detto: ‘Provo, se non mi piace posso sempre tornare’”. Ma alla fine dell’anno non ha più dubbi. Va a Pechino, fa i test per entrare in un programma NBA che sarebbe partito poi l’estate successiva e decide di proseguire la sua vita a 15mila chilometri da Trento. Una chiamata a Milano fa il resto: “Ho deciso: non torno”. Tappa successiva: la grande Capitale.
Oggi Matteo lavora per la più grande banca della Cina, ICBC, nel settore finanziario. Si occupa della gestione finanziaria dei progetti infrastrutturali e delle energie rinnovabili nei Paesi lungo la Via della Seta. Un ruolo che gli permette di vedere da un punto di vista privilegiato l’espansione a livello globale della Cina. “È una potenza così importante: è affascinante lavorare qui, soprattutto considerando la situazione geopolitica contemporanea di un mondo sempre più multipolare”, sottolinea. “Essendo una banca di Stato, l’ICBC riceve direttive dal governo e implementa le politiche governative sia a livello nazionale, sia mondiale. Significa essere in prima linea nell’espansione delle società cinesi, dall’Asia, poi dal sud-est asiatico, il centro Asia, l’Europa”.
Col tempo il suo amore per la cultura cinese è diventato parte della sua stessa identità. Matteo ora si sente sia cinese, sia italiano: un ponte tra le due culture. “Mantengo la mia la mia integrità, la mia cultura, sono orgoglioso di essere italiano. Ma sono anche di qui: cerco di fare miei i lati positivi di entrambi i luoghi”. La funzionalità cinese e la creatività italiana. La nostra intraprendenza e la loro precisione.
Una sintesi raggiunta anche grazie all’amore: “Mia moglie Eline è di qui. Mi sono integrato anche in una realtà familiare locale. Lei lavora come me nel settore finanziario, e ama molto il mio Paese”. Secondo entrambi, la qualità della vita italiana è invidiabile: “Abbiamo uno degli stili di vita migliori del mondo, e anche nella formazione e nella cultura continuiamo a essere un punto di riferimento. Mia moglie, anche per questo, non avrebbe problemi a trasferirsi”.
Eppure, l’idea di tornare per ora è lontana. Ma non impossibile. “I miei genitori diventeranno anziani e io sono figlio unico. La famiglia un po’ mi richiama a Trento. Ma per la mia carriera non è ancora il momento”, spiega. A Pechino, dove è già Senior Finance Manager a un’età spesso considerata “giovane” da noi, ha ancora possibilità di crescere. In Italia, invece, dovrebbe adattarsi a “dinamiche meno evolutive e veloci rispetto a quelle cinesi, oltre a un inquadramento retributivo potenzialmente più basso”.
Per tornare, aspetterà almeno cinque anni: “Secondo me gli italiani in ambito lavorativo considerano ancora troppo l’età. Con le stesse competenze, avessi cinque anni in più, a Milano mi si aprirebbero più porte. Qui invece non conta”. Nell’I Ching l’erba che incontra l’ostacolo non smette di crescere: cambia direzione, insiste finché non vede la luce. Matteo quella luce l’ha trovata a Pechino. E forse la vera domanda non è perché sia partito. Ma cosa dovrebbe cambiare perché un giorno scelga di tornare senza sentirsi, per questo, di dover ricominciare da capo.
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