Il Liceo del Made in Italy di Savona replica al Comitato Pensiero Critico: “Esercizio retorico su numeri decontestualizzati e semplificazioni”
- Postato il 13 marzo 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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Spett.le Redazione,
l’articolo “I fallimenti di Valditara” pubblicato su IVG pretende di offrire un’analisi critica delle recenti politiche scolastiche. In realtà, più che un’analisi, appare come un esercizio retorico costruito su numeri decontestualizzati, semplificazioni e giudizi liquidatori. Proprio per questo in qualità di docenti e dirigente del liceo Made in Italy riteniamo necessario intervenire.
Il primo argomento dell’articolo riguarda il numero delle iscrizioni ai nuovi percorsi. Da questo dato iniziale si deduce addirittura il “fallimento” della riforma: è un ragionamento fragile. Qualunque professionista della scuola sa che un indirizzo appena nato attraversa inevitabilmente una fase di conoscenza e di consolidamento. È sempre accaduto nella storia della scuola italiana, dunque trasformare i numeri del primo anno in una sentenza definitiva non è un’analisi: è una scorciatoia polemica.
Ancora più sorprendente è il modo in cui viene descritta la didattica laboratoriale, quasi fosse un espediente per “occupare il tempo”. È difficile non notare la distanza tra questa rappresentazione caricaturale e la realtà della scuola contemporanea, dove l’integrazione tra studio teorico, lavoro di progetto, analisi di casi e rapporto con il territorio è ormai riconosciuta come una delle metodologie comprendere la complessità della realtà contemporanea, affrontare problemi articolati, collegare saperi diversi e applicare le conoscenze acquisite in contesti concreti, maturando al tempo stesso autonomia di pensiero, capacità di analisi critica e responsabilità nelle scelte nonchè uno spirito di cittadinanza attiva e consapevole.
Liquidare tutto questo con una battuta non contribuisce alla discussione: la banalizza.
Il terzo punto riguarda il senso stesso del Liceo del Made in Italy. L’articolo suggerisce che un percorso che metta in relazione cultura, economia, diritto e conoscenza delle filiere produttive rappresenterebbe una sorta di impoverimento culturale. È un’affermazione curiosa. In molti dei sistemi educativi più avanzati si cerca proprio di costruire ponti tra sapere umanistico, conoscenza economica e realtà produttiva. Non solo: gli indirizzi metodologici più innovativi e apprezzati puntano proprio a integrare conoscenze umanistiche con competenze pratiche, esperienze di laboratorio e legami con il territorio. Isolare la cultura dal contesto economico significa trasformare la scuola in un luogo astratto, incapace di preparare cittadini consapevoli, imprenditori informati o professionisti capaci di leggere criticamente la realtà che li circonda. In altre parole, restare ancorati a questa separazione significa consegnare alle nuove generazioni strumenti incompleti per affrontare il futuro.
Definire la didattica dei docenti impegnati nei percorsi del Made in Italy come una didattica “a braccio” non è soltanto un giudizio diffamatorio che meriterebbe ben altro tipo di risposta: è un modo sbrigativo di liquidare un lavoro complesso senza prendersi la briga di comprenderlo davvero. L’espressione, usata con tono sprezzante, sembra suggerire improvvisazione, mancanza di rigore, assenza di un vero progetto educativo. Ma chi conosce anche solo minimamente ciò che accade in questo liceo sa bene quanto questa rappresentazione sia lontana dalla realtà.
Dietro quelle lezioni che qualcuno si affretta a definire “a braccio” o improvvisate c’è in realtà un lavoro accurato di preparazione, di studio e di progettazione didattica. I docenti che si occupano di questi percorsi costruiscono attività interdisciplinari, analizzano casi concreti, mettono in relazione contenuti storici, economici e culturali, organizzano incontri con realtà del territorio e guidano gli studenti nella comprensione delle filiere produttive che costituiscono una parte importante della storia e dell’identità economica del Paese. Ridurre tutto questo a una presunta improvvisazione significa ignorare la complessità di un lavoro che richiede competenze diverse e una forte capacità di mediazione educativa.
Uscire dallo schema della lezione rigidamente trasmissiva per costruire percorsi più dinamici, in cui lo studio teorico si intrecci con l’analisi di casi, con il lavoro di progetto e con il confronto con il territorio: è questo ciò che si fa. Se questo viene scambiato per improvvisazione, il problema non è nella didattica, ma nello sguardo di chi la giudica.
La verità è che parlare di “didattica a braccio” serve spesso a delegittimare il lavoro di docenti che, con serietà e dedizione, provano a sperimentare modalità di insegnamento più aperte e più aderenti alla complessità del mondo contemporaneo. E proprio per questo il loro impegno meriterebbe semmai attenzione e rispetto, non una battuta polemica che, oltre a essere vilmente ingenerosa, rivela soprattutto una conoscenza molto approssimativa di ciò che avviene realmente nelle aule ed è probabilmente dettato dalla volontà che la professione docente rimanga ancorata a comodi e facili schemi.
Colpisce, infine, una contraddizione evidente: mentre si invoca il “pensiero critico”, si rinuncia proprio a ciò che lo rende tale — l’analisi rigorosa dei dati, il confronto con la realtà, la disponibilità a discutere nel merito. Al loro posto troviamo slogan e giudizi perentori.
La scuola italiana ha bisogno di confronto, anche duro. Ma il confronto richiede rigore, conoscenza e rispetto per la complessità dei processi educativi. Chi lavora ogni giorno nelle aule sa quanto sia difficile progettare percorsi nuovi, coinvolgere studenti, costruire relazioni con il territorio senza rinunciare alla profondità culturale che la scuola deve garantire.
Per questo motivo riteniamo che il dibattito pubblico sulla scuola meriti qualcosa di meglio di una polemica costruita su caricature. Se davvero vogliamo difendere la qualità dell’istruzione, il primo passo è pretendere qualità: anche nel modo in cui ne parliamo.
La Dirigente Scolastica e il corpo docente del liceo Made in Italy – Liceo Statale “Giuliano della Rovere”