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Il lato nascosto del boom dei data center in Lombardia: energia, consumo di suolo e rischi per la rete

  • Postato il 11 aprile 2026
  • Economia
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Il lato nascosto del boom dei data center in Lombardia: energia, consumo di suolo e rischi per la rete

La crescita senza precedenti del settore digitale negli ultimi anni ha reso necessaria la costruzione e l’ammodernamento delle infrastrutture, i cosiddetti data center, in grado di gestire una sempre crescente quantità di dati, generata in parte anche dalla recente diffusione dell’intelligenza artificiale. Un boom che porta con sé notevoli rischi ambientali legati agli alti consumi
energetici e al consumo di suolo.

Per dare un’idea della crescita del settore in Italia, e in particolare in Lombardia (dove sono concentrati il 70% dei data center italiani), il report Digitalization and Decarbonization pubblicato lo scorso febbraio dal Politecnico di Milano indica come le richieste di connessione alla rete ad alta tensione rivolte a Terna per la costruzione di data center siano passate da 5 nel 2019 a 450 nel marzo 2026, per una potenziale capacità energetica complessiva di circa 82 GW.

Buona parte di queste richieste sono legate a un fenomeno speculativo, non a progetti concreti, e lo stesso report stima che la crescita effettiva della capacità dei data center in Italia raggiungerà una forbice tra i 2,3 e i 4,4 GW nel corso del prossimo decennio. È una crescita comunque molto significativa rispetto ai 513 MW che erano previsti per il 2024. Risultato: il consumo elettrico dei data center nel 2035 potrebbe arrivare a rappresentare tra il 7% e il 13% del consumo elettrico nazionale, partendo dal 1,9% del 2024. Conseguentemente le emissioni di Co2 derivate dal settore potrebbero passare dall’attuale milione di tonnellate all’anno a una forbice tra i 4,8 e gli 8,3 milioni di tonnellate, che rappresenterebbe un aumento fino al 2% rispetto alle emissioni annuali nazionali. Un aumento modesto dunque ma comunque grave considerando la necessità attuale di ridurre pesantemente le emissioni per evitare futuri disastri climatici.

L’impatto ambientale dei data center non è un tema semplice da quantificare – spiega al fattoquotidiano.it Luca Dozio, direttore dell’Osservatorio data centers del Polimi – perché consumano grandi quantità di energia, nonostante si cerchi di usare il più possibile fonti rinnovabili, ma potrebbero anche avere un impatto positivo dovuto alla riduzione dei viaggi causata da un maggior uso del digitale”. È poco chiaro tuttavia se la rete elettrica italiana sarà in grado di far fronte alla crescente domanda di energia e all’improvviso aumento di richieste di allacciamento alla rete ad alta tensione.

“È un tema a cui bisogna prestare attenzione e che dobbiamo cercare di prevenire, ma non sono ancora emersi problemi– spiega Dozio – Terna ci riferisce che sta prendendo provvedimenti, su cui non sono entrati nei dettagli, per rinforzare la rete. Al momento comunque la loro principale difficoltà consiste nell’analizzare e rispondere in tempi ragionevoli all’enorme quantità di richieste pervenute in poco tempo. Infatti fare richiesta a Terna costa molto poco e Terna è legalmente obbligata a rispondere a tutte le richieste, anche quelle legate a progetti inesistenti o poco concreti”. Altre questioni con possibili pesanti conseguenze ambientali legate alla costruzione di data centers sono il consumo idrico dovuto ai sistemi di raffreddamento e il consumo di suolo.

Il primo ha avuto effetti deleteri in altri luoghi, come la regione dei Grandi Laghi negli USA o l’Aragona in Spagna, ma non dovrebbe rappresentare un problema in Italia dove al momento i data center fanno uso di sistemi di raffreddamento a circuito chiuso, in cui l’acqua viene riutilizzata, e questa verrebbe prelevata dall’acqua della prima falda, che in Lombardia è molto abbondante.

In Lombardia il consumo di suolo invece si fa sentire vista la tendenza a costruire su aree verdi e il ritardo da parte delle istituzioni nel regolare il settore, che ha lasciato la questione nelle mani dei singoli Comuni. Attualmente due disegni di legge, uno a livello nazionale e uno a livello lombardo, sono ancora in discussione. “Finora è stato un vero mercato delle vacche”, dice al fattoquotidiano.it Damiano di Simine, responsabile di Legambiente per le politiche del suolo, “con Comuni bisognosi di fondi pronti a concedere aree verdi a grandi società immobiliari, spesso europee, che costruiscono data center per poi affittarli o venderli a terze parti, e si comportano come predoni.”

“La legge regionale attualmente in discussione è un passo avanti ma non è sufficiente. Prevede una maggiorazione del 50% sugli oneri di urbanizzazione per i data center realizzati su aree libere. Ma è un costo moderato rispetto alla spesa e ai ritardi dovuti a bonifiche e burocrazia che un imprenditore deve affrontare per riqualificare e costruire su un’area dismessa. La norma inoltre fa un’enorme favore ai costruttori di data center, perché li classifica come attività industriali mentre di fatto sono attività terziarie. Il punto è che gli oneri di urbanizzazione su attività industriali sono molto più bassi”.

La norma regionale in discussione tenta inoltre di regolare il rilascio della Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA), che spesso in Lombardia viene concessa solo in seguito all’autorizzazione di inizio lavori. “La norma stabilisce che la VIA deve essere concessa prima- spiega di Simine – tuttavia manca una legislazione nazionale che leghi la concessione della VIA dei Data Center al consumo di suolo. Al momento è necessaria solo per quelli che hanno bisogno di costruire generatori a gasolio di riserva per garantire la continuità energetica”.

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Il Fatto Quotidiano

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