Il grande disegno di Trump: dopo i dazi l’accordo di Mar-a-Lago per costruire un nuovo ordine commerciale e finanziario globale

  • Postato il 3 aprile 2025
  • Economia
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Un nuovo ordine commerciale (e finanziario) globale. Sarebbe questo il vero obiettivo dietro l’annuncio di Donald Trump sui nuovi dazi nei confronti dei partner commerciali. Il piano è tutt’altro che segreto. L’economista Stephen Miran l’ha esposto nel dettaglio lo scorso novembre, quando ancora lavorava per la società di investimento Hudson Bay Capital, in un paper dal titolo inequivocabile: A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (Manuale per una ristrutturazione del sistema globale del commercio). Poco dopo, il 41enne Miran è stato chiamato dal presidente Usa a guidare il suo Consiglio dei consulenti economici. Cosa che fa potenzialmente di quel saggio, secondo molti osservatori non privo di errori e contraddizioni, il canovaccio del grande disegno della Casa Bianca per rilanciare l’industria americana. Conviene leggerlo per capire quali potrebbero essere le prossime mosse di Washington. A partire da un accordo internazionale mirato a ridurre il valore del dollaro, secondo Miran sopravvalutato a danno della competitività dei prodotti statunitensi, e ad allungare la vita del debito pubblico Usa per stabilizzarne i tassi a spese dei detentori stranieri. I quali – e così il cerchio si chiude – verranno convinti con “il bastone delle tariffe” e “la carota della difesa“, cioè la minaccia di essere privati dell’ombrello protettivo fin qui fornito da Washington.

Un vademecum per Trump – Miran, Ph.D ad Harvard e un passato da advisor del dipartimento del Tesoro durante il primo mandato di Trump, si era fatto notare lo scorso agosto per un paper a doppia firma con Nouriel Roubini che accusava l’allora segretaria al Tesoro Janet Yellen di manipolazione dell’emissione di titoli del debito pubblico a fini politici (avrebbe favorito l’indebitamento a breve termine per tener bassi i rendimenti e “drogare” l’economia favorendo una rielezione di Joe Biden). Tesi molto apprezzata dai Repubblicani, anche se il successore di Yellen Scott Bessent si è finora ben guardato dall’invertire la rotta. A una settimana dalle elezioni presidenziali, l’economista ha poi sfornato la Guida che è dichiaratamente un vademecum per il tycoon intenzionato a “rendere di nuovo grande l’America“. Miran mette nero su bianco di attendersi che il secondo mandato trumpiano “sarà probabilmente ancora più determinato del primo nel riconfigurare il sistema commerciale e finanziario internazionale” e di aver voluto proprio per questo mettere insieme “un menù di strumenti di policy” che gli consentirebbero a suo dire di raggiungere i suoi obiettivi di rivitalizzazione della manifattura e aumento della competitività a stelle e strisce.

Il dollaro sopravvalutato causa dei mali dell’industria Usa – Per Miran la radice del “profondo malcontento nei confronti dell’ordine economico prevalente” sta nella sopravvalutazione del dollaro, che rende più costoso e dunque meno competitivo l’export Usa imponendo un “handicap” alla manifattura statunitense e provocando la perdita di posti di lavoro. Il dollaro sarebbe sopravvalutato a causa – stando all’economista – dell’accumulazione di riserve di dollari e titoli di Stato Usa da parte di Paesi terzi in cerca di un rifugio sicuro. Ci sarebbe insomma un eccesso di domanda di dollari che finisce per determinare un deficit commerciale, visto che la bilancia dei pagamenti (export meno import) tende sempre ad assestarsi fino a pareggiare i flussi di capitale in entrata nel Paese. Attraverso il biglietto verde, Washington starebbe di fatto reggendo sulle proprie spalle la crescita mondiale a beneficio dei partner e a spese della propria economia. Una spiegazione troppo semplicistica, ha evidenziato il Nobel Paul Krugman, visto che fino a fine anni Settanta – nonostante il ruolo del dollaro come valuta di riserva fosse identico – il Paese ha registrato persistenti surplus commerciali. Ma tant’è.

La leva dei dazi (e le contraddizioni) – Fatta la diagnosi, l’economista prescrive un mix di rimedi. Per realizzare lo slogan “Maga” si deve partire appunto dai dazi. Che siano reciproci come ha preannunciato la Casa Bianca, differenziati in tre fasce (verde, gialla e rossa) a seconda delle politiche commerciali e monetarie e dell’adesione ai “valori” americani come propugna Bessent o vengano portati a quel 20% che Miran indica come livello “ottimale“, citando uno studio i cui autori hanno però fatto presente che una mossa del genere scatenerebbe una guerra commerciale con conseguenze pessime. Consentono di raccogliere gettito fuori dai confini nazionali, con l’obiettivo di rifinanziare i tagli di tasse del Tax cuts and jobs act in via di esaurimento, e dovrebbero indurre le aziende ad andare a produrre negli Usa. Poco importa se i due obiettivi sono in evidente contrasto tra loro (più fabbriche saranno spostate negli Stati Uniti, meno entrate arriveranno per lo Stato federale). In più, le tariffe sono una leva da utilizzare anche nei negoziati sulla politica valutaria che secondo Miran devono essere condotti in parallelo.

Il secondo tempo: l’accordo di Mar-a-lago – Il doppio binario è necessario perché, di per sé, colpire le importazioni tende a far salire i prezzi a danno dei consumatori Usa e rafforzare ulteriormente la valuta nazionale. Risultato opposto a quello desiderato nell’architettura della Guida. E allora ecco l’idea, dopo aver “ammorbidito” i leader dei maggiori Paesi a suon di dazi punitivi, di convocarli a Mar-a-Lago, la residenza di Palm Beach che è il buen retiro del tycoon, per la firma di un nuovo grande accordo sui tassi di cambio come quello sottoscritto all’hotel Plaza di New York da Usa, Francia, Germania, Giappone e Uk nel 1985. Si tratterebbe di convincere i partner, in cambio di una riduzione delle tariffe e del mantenimento per chi aderisce dell'”ombrello difensivo” Usa, a mettere in campo azioni coordinate – vendendo le loro riserve – per ridurre il valore del dollaro.

Un approccio multilaterale basato sull’intimidazione – Il conseguente aumento dei tassi di interesse, deleterio per Washington il cui debito è previsto in salita dall’attuale 100% al 156% del pil entro il 2055, verrebbe tamponato facendolo pagare ai Paesi che quel debito lo stanno finanziando. L’idea è quella di chiedere o imporre loro di scambiare i titoli del Tesoro a breve termine che hanno in portafoglio con obbligazioni di lunghissimo termine, addirittura century bonds, con rendimenti ridotti. Un “approccio multilaterale”, così lo definisce Miran, basato di fatto sull’intimidazione. L’alternativa unilaterale appare del resto ancora più improbabile: tra le proposte ci sono l’attivazione dell’International emergency economic powers act per imporre agli Stati che detengono buoni del Tesoro Usa di una commissione d’uso (con la motivazione che “sono un fardello per l’export”) o l’uso del Fondo di stabilizzazione del cambio per comprare valuta estera e gonfiarne il valore.

Tutti i dubbi – È lo stesso Miran a riconoscere che le mosse che consiglia potrebbero annullarsi a vicenda: per esempio, se la compensazione valutaria funzionasse i dazi smetterebbero di incidere sui flussi commerciali rendendo più costose le importazioni. Palesi anche altre incoerenze rispetto agli obiettivi dichiarati dall’amministrazione Trump: come ha evidenziato Krugman, la rinazionalizzazione della produzione pare in evidente contrasto con la convinzione che non si registrerà alcun effetto inflattivo (perché allora i consumatori dovrebbero preferire prodotti domestici?). L’esplicito legame con la fornitura di “servizi di difesa” suscita poi diverse perplessità, che nel paper vengono tacitate sostenendo che nel caso l’Europa non si adegui e decida di procedere sulla strada di un drammatico aumento della propria spesa militare non sarà un problema, anzi: “Gli Usa potranno concentrarsi di più sulla Cina, che è una minaccia peggiore della Russia”. Analisti e banche d’affari, da JP Morgan a Abn Amro, giudicano del tutto improbabile che l’accordo di Mar-a-Lago possa materializzarsi. E si attendono che il primo step del piano, i dazi, porterà con sé inflazione e un impatto negativo sulla crescita.

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