Il giudice chiese favori all'amico pm per la moglie a processo. Assolto...

  • Postato il 19 gennaio 2026
  • Giustizia
  • Di Libero Quotidiano
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Il giudice chiese favori all'amico pm per la moglie a processo. Assolto...

C’è un confine che per i cittadini è un muro, ma per chi indossa la toga spesso è una tenda. Un passo di lato, una parola di troppo, una telefonata sbagliata possono costare carriera e reputazione ai comuni mortali. Ma quando la storia riguarda un magistrato che scrive a un collega per un’inchiesta dove, tra decine di indagati, c’è sua moglie, quel confine si fa improvvisamente elastico.

La vicenda, resa pubblica dal deputato forzista Enrico Costa, nasce da una mail. Una sola, dicono gli atti. Ma basta e avanza, perché il mittente non è un soggetto qualunque: è un magistrato in servizio in un Ufficio di sorveglianza. Il destinatario è un procuratore aggiunto di un’altra città, suo vecchio amico, titolare di un fascicolo penale corposo, con 34 indagati. Tra quei nomi ce n’è uno che per il mittente non è un numero: è la moglie, anche lei magistrato ordinario.

L’email si muove su due binari. Nel primo, il magistrato-marito chiede una «cortesia»: rinviare l’interrogatorio della donna, fissato per il 9 marzo 2022, perché lui ha udienza e vorrebbe accompagnarla. Non solo. Chiede anche se può essere presente e se serve una richiesta formale. È una scena che, fuori dal palazzo, suonerebbe come una domanda normale: «Posso starle accanto?». Dentro la giustizia, però, è un’altra cosa: è un collega che prova a forzare una porta che per tutti gli altri resta chiusa.

 

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Nel secondo binario, la mail diventa più delicata. Il magistrato non si limita a chiedere informazioni. Entra nel merito, ragiona sulla contestazione a carico della moglie e propone una lettura tecnica che, in sostanza, tende a ridimensionare l’impianto dell’accusa.

Non è una difesa fatta dall’avvocato, non è una memoria depositata con le forme dovute: è un messaggio diretto a chi sta lavorando sul fascicolo. È qui che la distanza tra “richiesta” e “interferenza” si accorcia fino quasi a sparire, perché l’effetto di quelle righe è evidente: suggerire al pm come guardare quel reato, come incasellarlo, come ridurlo. Insomma, come salvare l'illustre consorte. La reazione del procuratore aggiunto è un freno secco. Niente scorciatoie.

Se c’è una richiesta di rinvio, deve arrivare per canali istituzionali e solo dall’indagata o dal suo difensore. La presenza di terze persone all’interrogatorio non è ammessa. La risposta è importante perché fotografa il punto: l’ufficio non concede trattamenti speciali. Ma il punto non è solo cosa accade dopo. È che qualcuno ha pensato di poterlo chiedere.

 

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RISCHIO

L’email, inoltre, non resta confinata in una casella di posta. Viene inoltrata al collega coassegnatario del fascicolo e al procuratore capo facente funzioni. È un passaggio che certifica due cose: primo, che l’episodio viene considerato sensibile; secondo, che dentro quell’ambiente la consapevolezza del rischio c’è. L’interrogatorio si svolge comunque il 9 marzo 2022. La moglie si presenta con il difensore, come previsto.

Nessun accompagnatore, nessuna presenza esterna. Nessun rinvio. Nessuna eccezione. La macchina procede. Questo viene usato come prova del fatto che il tentativo non ha prodotto risultati. Ma qui si apre la frattura tra ciò che è “effetto” e ciò che è “causa”. Perché in un sistema credibile, il problema non è solo se la pressione riesce, ma pure se viene tentata. E con quali finalità.

 

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Col passare dei mesi, il caso approda al Csm dopo una segnalazione circostanziata parte dalla Procura generale della Cassazione. Il marito finisce sotto procedimento disciplinare per aver interferito nell’attività del procuratore aggiunto. Arrivano memorie difensive, audizioni, interrogatori. Una trama lunga, costruita su un episodio breve. Finché, all’udienza conclusiva, accade qualcosa che racconta più del resto: le posizioni si allineano. L’accusa e la difesa, su un punto, si toccano. Entrambe indicano la stessa uscita: assolvere il magistrato perché la vicenda è troppo piccola” per diventare macchia.

Tecnicamente: il fatto ha «scarsa rilevanza». È qui che il verdetto del Consiglio superiore smette di essere solo un verdetto e diventa un segnale politico-istituzionale. Perché l’organo chiamato a giudicare i magistrati non scrive: «Non è successo». Scrive, in sostanza: «D’accordo, è successo, ma non conta». Non cancella l’ombra, la minimizza. Non mette in discussione l’idea che un giudice possa aver provato a orientare un procuratore (alla faccia della separazione delle carriere!) in un fascicolo che riguarda sua moglie: sostiene che, siccome ha chiesto «con educazione» (sic) di rinviare l’interrogatorio e siccome non ha insistito, allora l’episodio non merita sanzione. Quanta gente è finita sotto inchiesta o in galera per molto meno? La motivazione ruota su parole che nel Paese reale suonano come un privilegio: occasionalità, mancanza di clamore, assenza di seguiti, contesto familiare. È il lessico dell’ultragarantismo interno. Quello che, quando la toga giudica la toga, diventa una coperta più larga. Un cittadino che prova a “informarsi” direttamente con un pubblico ministero su un’indagine che riguarda un parente non ottiene comprensione: si deve trovare un avvocato. Qui, invece, l’errore viene trattato come una disattenzione, quasi uno scivolone bonario. E l'attenuante è l'educazione con cui ha chiesto di calpestare il codice di procedura penale. E allora ha ragione Costa quando, su X, sbeffeggia i sacerdoti dell'infallibilità delle toghe: «Tutti quelli che “il nostro Csm è il più rigoroso d’Europa”, si leggano la sentenza della sezione disciplinare». Cercando di non ridere, se possibile.

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Autore
Libero Quotidiano

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