Il Generale Inverno alla finestra. Lettera da una notte d’inverno
- Postato il 10 gennaio 2026
- Di Il Foglio
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Il Generale Inverno alla finestra. Lettera da una notte d’inverno
L’ultimo dell’anno. Per quella instabilitas loci citata dal monaco del V secolo Giovanni Cassiano, che spesso affligge noi malinconici, di colpo con il cane ce ne siamo andati in campagna. Il fuoco nel camino e un bicchiere di rosso fermo, da scaldare nel palmo della mano, c’era parsa una fine anno accettabile. Quanto all’anno nuovo, da tempo non capisco più che ci sia da festeggiare. I giovani, d’accordo; ma che a cinquant’anni si vada a sparare tappi e gridando “auguri”, non lo comprendo più.
E dunque il rosso del fuoco e lo scoppiare delle scintille su per il camino mi erano sembrati un onesto compromesso fra il divano milanese e quella collettiva strana frenesia. Meglio – in una notte come questa – il fuoco nel silenzio del Monferrato, il torcersi del legno riarso come di anime gementi, che Milano. Poi, presto a dormire, la stanza ancora un po’ fredda, dentro una coperta pesante. Mattina. Le sette. Ho aperto la persiana, una sciabolata di gelo: notte, ancora. Ma volevo vederlo, l’anno nuovo, che faccia aveva. Adagio il cielo da nero si fa violaceo, poi indaco. Del sole nessuna traccia. A giorno fatto una distesa di nuvole cemento incombe sulle colline. Sotto, una infinita foschia.
Ho aperto la finestra. I prati gelidi di brina, l’aria che tagliava i polmoni. I cespugli irti come cavalli di frisia, ricamati di ghiaccio. I tronchi neri, forse morti per sempre. Il Generale Inverno quella notte era venuto, e senza rumore e senza combattere si era preso ogni cosa. Altero, tronfio, spietato. Come un inverno che non se ne sarebbe mai andato. Ma l’ho sentito che premeva per entrare anche nella stanza tiepida, con la sua lama algida: l’ho sentito che, goloso, lambiva la casa. Allora, chiusa in fretta la finestra, siamo andati. Noi con la instabilitas loci, noi malinconici: meglio Milano, la terrea Milano d’inizio anno con le saracinesche calate, che lo straniero accampato con i carri da guerra, a cingere d’assedio i vecchi tra le colline, fra le vigne spoglie.
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