Il femminismo del circolino progressista? Ormai è ridotto solo agli insulti
- Postato il 29 marzo 2026
- Politica
- Di Libero Quotidiano
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Il femminismo del circolino progressista? Ormai è ridotto solo agli insulti
La postverità era termine che andava di moda nel 2016: da noi abbiamo fatto in questi anni grandi passi in avanti, va di moda la verità capovolta. Non la verità delle emozioni ma quella dei risentimenti e dei risentiti. Anzi, per l’argomento che toccheremo, delle “risentite”. Sono quelle in pratica che non hanno ancora elaborato il lutto di vedere una di destra diventare premier in Italia. E hanno pensato bene prima di appoggiarsi alla teoria di Michela Murgia secondo cui una che non ha avuto un passato femminista non può rappresentare le donne. Poi si sono messe in proprio e hanno vergato le tavole del nuovo verbo: Giù le mani dal femminismo (un testo appena edito da Rizzoli le cui autrici sono Rosi Braidotti, Giorgia Serughetti, Jennifer Guerra). La premessa è questa: «Le destre reazionarie si stanno impossessando di temi e parole che accompagnano da decenni le battaglie femministe, e ne stravolgono il significato». Insomma la destra manipolerebbe la parola femminismo al servizio di un progetto politico fondato su «razzismo, xenofobia, omotransfobia, guerra». E qui siamo nel campo della post-post-post verità. Perché non si è in grado di citare un solo provvedimento del governo attuale che sia di incoraggiamento a razzismo e omotransfobia. Le autrici privilegiano un metodo che non solo non è inclusivo ma produce un razzismo al contrario: da un lato le “buone” dall’altro le cattive, che Rosi Braidotti ha definito durante la trasmissione Ottoemezzo su La7 «emancipate reazionarie». «Ci mancavano solo loro», ha commentato Lilli Gruber inorridita. Braidotti ha poi citato la Thatcher, protagonista assoluta della politica degli anni Ottanta ma nemica giurata delle femministe in nome della meritocrazia. C’è un’analogia con la destra attuale? Di sicuro l’avversione alle quote di genere che appunto contraddicono il principio meritocratico. Ma essere contro le quote vuol dire essere antifemministe?
Qui occorre aprire una riflessione su Quel che resta del femminismo, titolo di un libro di recente uscito (ed.Liberilibri) e che si colloca all’opposto di chi ritiene di avere il copyright del femminismo. In pratica si tratta di scegliere se il femminismo vale per tutte le donne (anche per le islamiche cui viene negato il diritto all’autodeterminazione) o se vale solo per una parte politica. Questo modo di pensare manicheo è esattamente sotteso al tentativo di fare di Giorgia Meloni la nemica numero uno delle donne: siccome non si può negare il suo successo si deve affermare che esso è avvenuto per perpetuare il patriarcato e che le sue politiche sono contro le donne. E qui si apre un’altra contraddizione importante: per le femministe anti-Meloni parlare di calo demografico è un argomento che non ha a che fare con le battaglie delle donne.
E perché? Chi lo ha stabilito? Lo ha deciso chi ritiene che la maternità sia una forma di schiavitù e non un potere che le donne hanno e che devono tenersi ben stretto, pretendendo politiche di welfare che le aiutino nella conciliazione dei tempi. Infatti l’opposizione radicale all’utero in affitto (forma principale di sfruttamento del corpo femminile) l’hanno fatta le emancipate reazionarie e non le femministe di sinistra. E infine: che vuol dire che il vero femminismo è una «forza trasformativa radicale»? Cosa si dovrebbe radicalmente cambiare? Anche qui è presto detto: lo stesso concetto di natura, i due sessi, l’identità biologica. Tutto questo non deve avere più significato per incamminarci verso una società dell’indistinto come supremo valore. E anche qui: chi lo dice che le donne aspirano a questo e che se non aspirano a questo non sono femministe? Lo dice una élite intellettuale autoproclamatasi depositaria del verbo femminista col marchio wokista dello schwa. Una élite sempre più in difficoltà tanto da dover giocare con il lessico per lanciare anatemi sulla parte avversaria, dove almeno si combatte perché le donne siano fiere della loro identità. E non è poco, è moltissimo.
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