Il divieto al cardinale Pizzaballa in Israele: un atto irragionevole e provocatorio verso il cattolicesimo
- Postato il 29 marzo 2026
- Editoriale
- Di Paese Italia Press
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Pierfranco Bruni
Il divieto al Cardinale Pizzaballa in Israele è un atto grave e inaccettabile, che offende la libertà religiosa e la dignità della Chiesa cattolica. È un gesto che si aggiunge alla lunga lista di episodi di ostilità e discriminazione nei confronti dei cristiani in Medio Oriente.
La Chiesa cattolica ha sempre cercato di promuovere la pace e il dialogo tra le religioni, ma non può tollerare che i suoi rappresentanti siano trattati con disprezzo e umiliazione. Il Cardinale Pizzaballa è un leader spirituale che ha sempre lavorato per la riconciliazione e la pace, e il divieto è un affronto alla sua persona, alla sua missione, al mondo cattolico intero.
È necessario condannare con fermezza questo gesto e chiedere al governo israeliano di rispettare la libertà religiosa e la dignità della Chiesa cattolica. La comunità internazionale deve prendere posizione contro questo tipo di discriminazione e lavorare per la pace e la riconciliazione in Medio Oriente.
Vado oltre.
Tale questione è un attacco all’Occidente cristiano. La gravità dell’alt imposto al cardinale Pizzaballa non è solo assurda, ma anche irragionevole e religiosamente irrispettosa, oltre che pericolosa in termini storici e culturali.
Dobbiamo stare molto attenti in questo mondo di sradicamenti diffusi, di bugie ridondanti, di tradizioni negate e confuse in quelle antropologie delle feste che rappresentano il coronamento del relativismo.
La festa diventa relativismo in una società sacrificata al benessere, nonostante le crisi economiche ed esistenziali delle civiltà.
La questione del divieto al Cardinale Pizzaballa di entrare in un tempio sacro a Gerusalemme, nel giorno della benedizione delle Palme, è di una tale gravità da mettere a rischio l’intero processo di fede tra Oriente e Occidente.
Non è accettabile che l’Occidente cristiano e l’Oriente cristiano ortodosso possano accettare una tale requisitoria. Credo che siamo a una fase di discredito dello stesso Occidente cattolico.
Mi verrebbe da dire che siamo finiti nelle griglie dell’ebraismo di uno Stato come Israele, intollerante e sistematicamente anticattolico.
Non siamo caduti soltanto nell’intolleranza. Siamo piuttosto scivolati nella negazione di un cattolicesimo che ha sempre cercato di intavolare un discorso serio con l’ebraismo. Ma non è servito a nulla: hanno creato uno scontro chiaro.
Non è accettabile che le religioni scendano a questi livelli. È la dimostrazione che la guerra tocchi realmente le fedi. Israele, che costituisce quel pezzo di Mediterraneo dentro il quale le fedi sono nate, è diventato una sfida raccapricciante contro il dialogo.
Può interessare la politica dei governi europei e non solo? Chiaramente sì. Questo è il punto serio, ora. La Città del Vaticano non è uno Stato a sé in una tale situazione.
È quella civiltà che custodisce l’evangelizzazione dei popoli. È quella cultura che ha sancito l’incontro tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Ma è soprattutto il simbolo della cristianità.
Come può l’Europa, compresa l’Italia, stare dalla parte di Israele dopo questo attacco alle coscienze e anche all’immagine di una visione cattolica? Crolla l’incontro tra Paolo e la Chiesa di Roma. Si lacera la parola di Agostino, proiettata sino all’attuale Pontefice.
Bisogna far smettere Israele di sentirsi padrone della religiosità nel Mediterraneo occidentale. È una ferita che riapre scenari contraddittori. Credo che un appello al mondo cattolico sia importante: non cedere, ma riedificare. Questo dovrebbe essere il monito fondamentale.
L’Occidente cristiano resta ancora in ciò che ha sostenuto e disegnato Paolo di Tarso nell’agorà dell’abbraccio e dell’amicizia, ma un grido va lanciato sia sul piano religioso sia su quello politico.
D’altronde è anche un’aggressione agli Stati europei che aiutano Israele.
La smettano di stare con una storia che non ci appartiene più. O forse non è mai appartenuta alla cristianità occidentale.
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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