Il dilazionismo climatico: il ciclone Harry e quella lezione che nessuno vuole imparare

  • Postato il 25 gennaio 2026
  • Attualità
  • Di Artribune
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La nostra reazione al cambiamento climatico, e alla drammatica erosione delle coste, somiglia alla mossa del fantino di rincorsa: quello che al Palio di Siena entra per ultimo nei canapi, condannato a uno svantaggio quasi sempre incolmabile.

Subiamo la sorte, e arriviamo per ultimi

Il ciclone Harry, flagellando con impietosa violenza le coste siciliane con onde fino a 16 metri e venti ciclonici, ha lasciato dietro di sé uno strascico di desolazione davanti al quale ci si aspetterebbe una presa di posizione coraggiosa e lungimirante: scomoda, spinosa, ma veritiera, vivaddio.

Invece ecco servita la politica dello struzzo, che contempla ferrovie sospese nel vuoto; strade inghiottite da voragini; massi del peso di tonnellate scaraventati come ciottoli; difese costiere ridotte a polpette dalle mareggiate. Settecentocinquanta milioni di danni solo in Sicilia (due miliardi complessivi), drammi sociali e ambientali, e nessuna voglia di guardare in faccia la realtà. Piuttosto l’ansia della “ricostruzione subito”, del “sanare le ferite”, del “ripartire”. È il peggior repertorio dell’elaborazione della catastrofe: la narrativa rassicurante che sorvola sulle cause e sui rimedi radicali, garantendo un rapido ritorno alla normalità. Peccato che questo ritorno alla normalità si fondi su prospettive irreali.

La nuova normalità climatica è già qui

Se mettiamo da parte, una volta per tutte, gli isterismi e lo scetticismo, possiamo prendere serenamente atto di una semplice evidenza: uragani e mareggiate violente non resteranno confinate nel limbo degli eventi eccezionali, dell’“una volta ogni cent’anni”. Faranno parte del nostro presente. Anzi: ne fanno già parte. E la loro ricorrenza non è più una previsione probabilistica, ma una proiezione concreta che pende nefasta su insediamenti e infrastrutture che negli anni hanno progressivamente aumentato la pressione sulle coste. Secondo un articolo pubblicato su Nature, dal 1998 al 2022 le aree costiere urbanizzate sono aumentate in Sicilia del 47%: non possiamo più nascondere l’evidenza che una parte consistente di queste aree sia esposta a un rischio paragonabile a quello di una faglia attiva. E chi ricostruisce deve trarne le conseguenze.

La costa non è una Linea Maginot

Se questa è la situazione, va smontato un principio aberrante: che la costa antropizzata sia una nuova Linea Maginot, da difendere a oltranza, per mantenere lo status quo della dimensione umana. Uno spazio inviolabile, impermeabile ai fenomeni globali, come se il mare dovesse rispettare concessioni balneari e regolamenti edilizi.

Diciamo qualcosa di scomodo: possiamo davvero, in coscienza e in questo scenario, credere che sia sostenibile — economicamente, socialmente, paesaggisticamente — una ricostruzione al motto di “dov’era e com’era”? È etico uno sforzo apertamente conflittuale e antropocentrico, un braccio di ferro Uomo vs Natura, propugnando interventi straordinari per fortificare coste fragili e difendere diritti che non sono inviolabili né eterni? Il diritto alle seconde case, o quello alle attività balneari, o ai waterfront progettati e realizzati senza alcun criterio futuribile? Sulla costa agrigentina, solarium e piste ciclabili inaugurati in pompa magna meno di un anno fa sono stati spazzati via impietosamente.

La parola che nessuno dice: ritirata

C’è poi un’altra considerazione fastidiosa, ma necessaria. La pianificazione — lecitamente o meno — non solo ha consentito la progressiva privatizzazione e artificializzazione delle coste, ma oggi appare incapace di recepire l’urgenza di interventi immediati e, soprattutto, di governare una difficile, dolorosa eppure improcrastinabile ritirata. Ritirata: una parola che in Italia si comincia solo oggi a pronunciare.

In Inghilterra, dove hanno cominciato prima di noi a dirsi come stanno le cose, si stima che entro il 2080 più di 100.000 proprietà private saranno a rischio per effetto dell’erosione. E la exit strategy che nessuno vuole sentirsi dire è stata scritta a chiare lettere dal Financial Times: la sfida si divide in due compiti — rafforzare le difese dove possibile e, dove non lo è, progettare piani per aiutare residenti e imprese a ricollocarsi. Ricollocarsi. Relocate. Senza alcuna garanzia di compensazioni economiche o aiuti finanziari: chi compra una casa sul mare si assume il rischio. E non ha diritto a indennizzi. Nel Regno Unito le assicurazioni non coprono i danni da erosione, ritenuti ormai troppo certi. E quanto tempo occorrerà prima che anche in Italia le polizze “catastrofali” si tirino indietro da una scommessa perdi-perdi?

La specialità dell’Italia di fronte al disastro: rimandare

È il momento delle scelte coraggiose, che sono sempre impopolari. Perché comportano di cambiare, adattarsi a nuove condizioni, orientarci alla trasformazione e, quando necessario, alla perdita. La via italiana al cambiamento climatico è invece quella del dilazionismo: che in fondo è parente prossimo dell’opportunismo politico e del negazionismo cialtrone. Ci meriteremmo un Mosè, ma ci ritroviamo con tifosi del MOSE. Un coro unanime, dal governo centrale agli assessori regionali, invoca opere titaniche: ne ho viste di cose che voi umani non potreste nemmeno immaginarvi. Dighe mobili al largo delle città, frangiflutti come bastioni di Orione, raggi B balenare nel buio. E come nel monologo onirico di Blade Runner, tutto questo andrà perduto nel tempo, come lacrime nella pioggia. O nel mare.

Gabriele Mulè

L’articolo "Il dilazionismo climatico: il ciclone Harry e quella lezione che nessuno vuole imparare" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Artribune

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