“Il denaro non va demonizzato. Meglio studiare o lavorare? Non lo so, difficile avere una stabilità. Sono stato in terapia perché arricciavo i capelli con le mani”: così Pyrex

  • Postato il 13 febbraio 2026
  • Musica
  • Di Il Fatto Quotidiano
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“Non ho voluto fare il ‘disco completo’, dove metti una traccia più aperta per accontentare un po’ tutti”, così Pyrex, senza troppi giri di parole, mentre parlava del suo ultimo progetto “King Of Dark”. L’album, “molto estremista nelle direzioni che prende”, è consapevolmente molto autoreferenziale e poco sociale. Dodici è il numero delle tracce e nove quello degli artisti ospiti. C’è la quota Dark Polo Gang con Tony Effe, Wayne e Side Baby (e no, non c’è il produttore Sick Luke), la fascia trap e “streaming garantito” con Sfera Ebbasta, Tedua, Shiva e Capo Plaza. Nella traccia “Che C’è?!” sono presenti anche due rapper emergenti: Rrari Dal Tacco e Flaco G. In occasione dell’uscita di “King Of Dark”, Pyrex ha raccontato, a FqMagazine, la genesi dell’album.

Il titolo del disco, “King Of Dark” (“Il Re dell’Oscurità”), riflette il tuo stato d’animo?
Non direi, è più uno statement stilistico e personale che riguarda le sonorità del disco e la mia idea di musica e ciò che voglio esprimere in questo momento. Come nel mio precedente album, “Love Is War”, mi piace tanto dare questi titoli medievali che sembrano un po’ film.

“Love Is War” è uscito quasi tre anni fa. La musica corre e in “Flash Flash” dici che qualcuno ti dava per morto, artisticamente parlando: hai temuto di venire dimenticato?
Non è una cosa che temevo. Nella carriera di ognuno ci sono sia dei momenti più intensi che meno. Sicuramente il mio non era un periodo così attivo, però temere di essere dimenticato no, non è mai stata una mia paura. Ho sempre avuto più voglia di fare bene.

Rappi che il beat lo “scrocio (prendere metaforicamente a schiaffi, ndr) in compagnia o da solo, quindi non mi chiedere se torno con la Dark Polo”. Ti senti “prigioniero” del tuo passato con la Dark Polo Gang?
“Prigioniero” è una parola troppo estrema, però sicuramente è un periodo al quale bisogna tenere testa, anche come gruppo. Perché comunque ha una storia che ha lasciato un’impronta importante a livello musicale e culturale, quindi non la vedo come una prigione. La percepisco più come una forza ed un bel background che mi appartiene.

Hai collaborato con tutte le voci della Dark Polo Gang ma in tracce diverse, come mai?
Avevo voglia di fare una canzone diversa per ogni membro della DPG, sia da un punto di vista personale, che di amicizia. Mi piaceva di più rispetto a fare dei “duetti” con ognuno di loro. Credo di aver trovato dei brani adatti anche per il momento delle loro rispettive carriere. Tony, ora, preferiva un brano più trap, Side uno un pochino più conscious (introspettivo, ndr), quindi penso che la scelta delle canzoni sia stata perfetta. Avendo avuto questo passato così importante come gruppo, non è sempre facile fare delle collaborazioni fra di noi perché devono tenere testa a quello che è uscito in passato. Sarebbe stato più facile farne una tutti insieme e dire “vabbè me la levo così”. Invece ci tenevo a creare un momento diverso con ognuno di loro.

La direzione del disco è stata affidata a Drillionaire, come mai?
Abbiamo lavorato con diversi produttori e poi lui ha fatto il direttore creativo, dando un’omogeneità e un’anima a tutto quanto il progetto. L’ha legato e poi chiaramente i brani di punta li ha prodotti lui.

C’è traccia anche di Sick Luke nel disco?
Ha un credito su un beat. Non l’ha fatto lui però ha partecipato, ma non direi che è presente nel disco.

Siete rimasti in buoni rapporti?
No.

In “Finest” racconti di venire “dai fott**i discount, buoni pasto”. Kid Yugi, nel brano “L’Ultimo a Cadere”, dice “Odiavo i ricchi perché odiavo essere povero. Ora li odio ancora perché sono uno di loro”. Hai lo stesso conflitto interiore?
No, perché non penso che il denaro debba essere demonizzato. Non odio i ricchi, penso che un individuo sia tale a prescindere da quanti soldi abbia. Ci sono ricchi buoni, ricchi cattivi, poveri buoni, poveri cattivi. E poi tra ricchi e poveri, in mezzo, ci sta tutto il resto del mondo.

La strofa di Sfera Ebbasta in “DarkMoney” riprende il brano “Fiori Del Male”, del 2016. A distanza di dieci anni dall’arrivo in Italia, la trap è stata capita da tutti?
Credo che ormai sia assimilata l’idea di trap. Prima era un tema che divideva. Ora penso che la trap italiana faccia quasi parte della nostra cultura. È molto importante, accompagna tutti quanti i giovani d’Italia.

Pensi che il genere possa arrivare a Sanremo senza edulcorazioni?
Questo non è ancora successo, perché sono andati tanti artisti trap, però poi non hanno fatto dei brani trap. Hanno fatto delle cose ibride, non totalmente pop, con dei brani più aperti, più musicali. Scelte stilistiche che comunque sono in parte coerenti con quelle del nostro mondo. Però trappare a Sanremo non l’ha fatto ancora nessuno…

Sarebbe rivoluzionario?
Sì, ci devi andare con un brano da paura. Se lo facesse qualcuno sarebbe divertente.

Nel complesso, l’album risulta essere molto autoreferenziale e poco sociale: perché?
Sì, è una scelta stilistica ed artistica. Non che abbia qualcosa contro a temi più sociali, però è proprio l’aspetto e l’immaginario che volevo dare al disco. Semplicemente è molto estremista nelle direzioni che prende. Quella col cinema noir per me è una bella analogia perché è molto buio e triste, non lasciando spazio ad altri argomenti. Sono stato molto selettivo in questo, non ho voluto fare il “disco completo”, come si dice nell’ambiente discografico, dove metti una traccia più aperta, per accontentare un po’ tutti.

Sei rimasto coerente con l’artista che sei?
Sì, è un concept album. Poi ci sono dei momenti magari non proprio trap, con canzoni che possono essere definite d’amore, un po’ più introspettive, però comunque sono molto coerenti con il resto del disco.

“I volti dei ragazzi cresciuti dentro le piazze, lasciano la scuola per andare a lavorare”, dici in “Specchio Riflesso”. Hai vissuto la periferia a Roma?
Io sono del centro e non l’ho frequentata tanto. È più facile che i ragazzi di periferia venissero in centro. Il quartiere dove sono cresciuto è un quartiere popolare, nonostante sia in centro. E quindi aveva delle cose in comune con i quartieri di periferia che sono più, in qualche modo, emarginati dal resto della città. Questa è una caratteristica che il nostro quartiere ha sempre avuto. E comunque la maggior parte dei palazzi sono case popolari, appartamenti molto piccoli. È un quartiere molto romano tradizionale. Anche se col tempo chiaramente ha perso tante tradizioni, però comunque posso dire di aver vissuto quel tipo di cultura romana di strada.

Cosa manca ai giovani delle periferie?
Credo manchi un’alternativa. Non so se sia meglio studiare o lavorare al giorno d’oggi, sinceramente. Però ecco, non credo sia facile a prescindere, sia col lavoro né con la scuola, riuscire a crearsi una vita stabile.

“Come ti puoi aspettare che dia fiducia a qualcuno, da un ragazzo come me cresciuto in mezzo al buio”, canti in “Come un Ladro”: cosa ti ha fatto perdere fiducia nelle persone?
Quella frase non necessariamente rispecchia una mia visione reale. Può farlo come non farlo. Dipende dai periodi della vita, ma alla fine il rapporto che hai con le persone è un riflesso del rapporto che hai con te stesso. Quindi se sei uno particolarmente sfiduciato vuol dire che c’è qualcosa in te che ti rende tale. In questo momento della mia vita mi fido di poche persone, ma di quelle lo faccio appieno.

In “Vaniglia” dici di avere più autostima, ma di stare “peggio di prima, quindi forse dovrei tornare in terapia”: in cosa ti ha aiutato la terapia?
Sono stato in terapia per un problema: mi arricciavo con le mani i capelli. Poi ha funzionato perché ho smesso, è un po’ come mangiarsi le unghie. Rappresenta un po’ un paradosso perché anche se sei sicuro di te, magari, scopri lo stesso delle cose nuove.

Ti ha aiutato fare quel percorso?
Sì, non faccio più il tic.

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Il Fatto Quotidiano

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