Il “crypto zar” di Trump. David Sacks, l'altro Elon Musk

  • Postato il 12 dicembre 2025
  • Di Il Foglio
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Il “crypto zar” di Trump. David Sacks, l'altro Elon Musk

   

C’è un uomo che ha fatto fortuna con PayPal negli anni Novanta e da allora è una personalità nota e influente della Silicon Valley, che negli ultimi anni si è avvicinato a posizioni di destra e in particolare a Donald Trump. La persona in questione passa molto tempo su X, l’ex Twitter, è un trumpiano di ferro ed è di fatto consigliere del presidente, nonostante i suoi innumerevoli conflitti di interessi. Ma non è Elon Musk, la cui esperienza nella Casa Bianca è stata breve e si è conclusa mesi fa; stiamo parlando invece di David Sacks, che con Musk ha molte cose in comune, a cominciare dal paese di origine, il Sudafrica. A differenza del capo di Tesla, però, Sacks è meno mediatico e opera dall’interno: è considerato il “crypto zar” di Trump, ad esempio, ed è stato cruciale nel convincerlo a puntare sulle criptovalute, settore che negli ultimi anni ha arricchito la famiglia trumpiana.

 

Oggi, però, il settore tecnologico è trainato da un altro campo di ricerca, l’intelligenza artificiale, e Sacks si è adeguato. Secondo una recente inchiesta del New York Times, in tutto ha investimenti in 708 aziende, tra cui 449 operanti nelle AI. E si vede. C’è con ogni probabilità Sacks dietro al tentativo di quest’estate di far passare al Congresso una moratoria per il settore, che avrebbe di fatto vietato qualsiasi legge in grado di limitare lo sviluppo delle AI. Un grandissimo favore ai miliardari della Valley che tanto hanno scommesso su Trump, che però non è passato a causa delle proteste dell’opposizione, ovviamente, ma anche di una parte del movimento Maga, tra cui la deputata Marjorie Taylor Greene, il guru Steve Bannon e alcuni governatori di destra che si opposero pubblicamente alla legge. La proposta scomparve ma da allora, ciclicamente, riappare sotto altre forme.

 

Questa settimana, ad esempio, ha preso le sembianze di un ordine esecutivo che Trump ha minacciato di firmare con tanto di post su Truth Social, il social di sua proprietà. Questa volta però viene spacciato come un modo per arginare il numero di leggi sulle AI a livello statale: se il Congresso tituba, infatti, alcuni stati, tra tutti la California, hanno iniziato a lavorare o approvare regole per il settore. Il risultato potrebbe essere il caos: 50 leggi per 50 stati; ergo, l’esigenza di bloccare la deriva. Anche questa volta, però, le divisioni tra i repubblicani si sono fatte sentire. Una parte del movimento Maga, quella più populista, diffida del settore tecnologico e, nel caso di Bannon, rimpiange Lina Khan, il capo della Federal Trade Commission nominato da Biden, particolarmente detestata dalla Silicon Valley.

 

Ma che c’entra Sacks con tutto questo? Del resto non è l’unico miliardario ad avere interessi simili, no? Sacks però si conferma il perno tra le richieste del settore tecnologico e la Casa Bianca, come dimostrato dal fatto che una delle proposte di moratoria indicava proprio Sacks come referente per le agenzie e il procuratore generale, che avrebbero dovuto punire e perseguire gli stati colpevoli di aver passato una legge sulle AI. Pur non essendo mediatico quanto Musk, anche Sacks sa come comunicare: lo fa soprattutto con il suo podcast, “All-In”, che ha goduto della vicinanza al governo diventando un fenomeno da milioni di download al mese. Tanto che, sempre quest’estate, Sacks propose di far gestire un importante vertice sulle AI che doveva tenersi alla Casa Bianca proprio al suo podcast. Sempre secondo il NYT, “All-In” voleva chiedere un milione di dollari per sponsor in cambio dell’accesso al presidente. L’idea non piacque nemmeno a molte persone della Casa Bianca e non se ne fece niente.

 

La dinamica rivela un conflitto ormai aperto. Da un lato miliardari come Sacks e Marc Andreessen, che spingono per un quadro normativo completamente deregolamentato; dall’altro una parte del trumpismo che vede nella Big Tech un bersaglio, non un settore da assecondare. Il rischio citato da Trump - cinquanta leggi diverse per cinquanta stati - è reale, ma l’unica norma federale che questa amministrazione sembra disposta a considerare è un lasciapassare totale, politicamente difficile da far accettare. Una tensione crescente che non sarà facile da gestire ma almeno sappiamo chi seguire per capire come stanno andando le trattative: il miliardario sudafricano di PayPal che si è bruciato il cervello su Twitter. No, non quello: l’altro. Basterà seguire le mosse di un personaggio preciso: un miliardario sudafricano proveniente dalla PayPal mafia che passa le sue giornate su X. No, non Musk. L’altro.

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Il Foglio

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