Il cortocircuito Trentini. Il simbolo costruito contro il governo si rovescia contro i suoi promotori
- Postato il 12 gennaio 2026
- Di Il Foglio
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Il cortocircuito Trentini. Il simbolo costruito contro il governo si rovescia contro i suoi promotori
La liberazione di Alberto Trentini e di Mario Burlò dopo oltre 420 giorni di detenzione in Venezuela è una notizia di gioia, ma anche di riflessione sul modo in cui la politica e i media costruiscono simboli e narrazioni. Trentini non era l’unico italiano trattenuto arbitrariamente nel paese sudamericano: prima della serie di rilasci annunciati all’indomani della caduta del regime di Nicolás Maduro, erano quasi trenta i connazionali in carcere, molti senza accuse formali chiare. Eppure l’attenzione pubblica, la pressione politica e la copertura giornalistica si sono concentrate soprattutto su di lui. Non è un caso. Trentini rappresentava un’immagine facilmente mobilitante: il cooperante di sinistra, sostenuto da reti associative e con l’appello di figure come Don Ciotti. Per la sinistra il suo è diventato il “caso” per eccellenza, simbolo di un paese, il nostro, incapace di proteggere i suoi cittadini di fronte all’arbitrio di un regime e, per estensione, strumento di critica al governo italiano. Nel racconto, molte altre storie di cittadini italiani detenuti sono rimaste sullo sfondo. Il taglio di fotografie in alcuni grandi quotidiani della sinistra per isolare la figura di Trentini nel giorno della sua liberazione non è stato un errore banale (Burlò scompariva) ma un atto di costruzione di senso.
Il cortocircuito emerge ora. Trentini è stato liberato sotto il governo Meloni ed è stato liberato grazie a un’operazione americana che ha fatto ricorso alla forza e alla pressione diretta sul regime di Caracas. La stessa operazione contro cui la Cgil è scesa in piazza parlando di violazione del diritto internazionale. Il simbolo dell’impotenza del governo torna a casa per effetto di una scelta che quella stessa area politica ha contestato. Qui non c’è da esultare né da ritrarsi. C’è da ricordare che la politica estera non è un seminario né materia di propaganda. E c’è da interrogarsi su chi seleziona i prigionieri “giusti” e oscura gli altri. La maturità sta nel riconoscere i risultati quando arrivano, anche se smentiscono le narrazioni.
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