Il caso del cuore “bruciato” trapiantato a un bimbo di 2 anni, tre inchieste tra Napoli e Bolzano: sospesi due chirurghi
- Postato il 10 febbraio 2026
- Cronaca
- Di Il Fatto Quotidiano
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Come è potuto succedere? È la domanda che si pongono tutti. Soprattutto i genitori di un bambino di due anni e tre mesi che attendeva un cuore per avere una vita normale. E se lo chiede anche la Procura di Napoli, che ha aperto un’indagine per lesioni colpose gravissime, delegando i carabinieri di Nola agli accertamenti. Il piccolo, affetto da una grave cardiomiopatia, era in cura da tempo. Il 23 dicembre scorso, alla vigilia di Natale, viene convocato d’urgenza all’ospedale Monaldi di Napoli: un cuore compatibile è disponibile, donato dalla famiglia di un bambino di quattro anni morto in Val Venosta, in Trentino-Alto Adige. Fino a quel momento, pur nella malattia, il bambino aveva una sua quotidianità. Oggi è in coma farmacologico, tenuto in vita dall’Ecmo, un sistema di circolazione extracorporea che supporta temporaneamente le funzioni di cuore e polmoni.
Il pubblico ministero Giuseppe Tittaferrante cerca ora di ricostruire una vicenda complessa e piena di zone d’ombra: cosa sia accaduto nella sala operatoria di Bolzano durante l’espianto, cosa in quella di Napoli al momento del trapianto e, soprattutto, perché ai genitori sia stato comunicato che l’intervento fosse stato eseguito, mentre le condizioni del bambino continuavano a peggiorare. Sul caso indagano anche gli inquirenti trentini, mentre l’ospedale Monaldi ha avviato un audit interno. A ricostruire gli eventi è l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia, contattato dal Fatto Quotidiano. Il bambino viene convocato la mattina del 23 dicembre. Le ore passano tra esami e preparativi, finché intorno alle 14.30 si entra in sala operatoria. L’organo è arrivato a Bolzano, ma al momento dell’apertura del contenitore qualcosa non va: il cuore appare “bruciato”.
Secondo quanto emerso, al posto del ghiaccio normalmente utilizzato per la conservazione degli organi sarebbe stato impiegato ghiaccio secco, anidride carbonica allo stato solido. Un errore fatale e difficilmente spiegabile: a contatto con quel materiale, l’organo si sarebbe irrimediabilmente danneggiato. Un passaggio che ha spezzato una catena che dovrebbe garantire il massimo livello di sicurezza in una delle procedure più delicate della medicina. La famiglia, però, non viene informata immediatamente di quanto accaduto. Alla madre viene spiegato che il cuore “non pompa”, che “non funziona”, ma non che l’organo fosse compromesso prima dell’impianto. L’11 gennaio, su consiglio dell’avvocato, viene presentata una denuncia per lesioni. Scattano le prime indagini e la cartella clinica, composta da oltre mille pagine, viene sequestrata.
Solo il 6 febbraio scorso emerge una prima, inquietante verità, rivelata da un articolo de Il Mattino: il cuore sarebbe stato appunto “bruciato” dal ghiaccio secco e l’équipe chirurgica avrebbe comunque proceduto all’impianto, “non avendo altra scelta”, ipotizza il legale. Un’ipotesi che ora è al vaglio della magistratura. Il bambino è attualmente collegato a un macchinario di assistenza vitale ed è ufficialmente in lista d’attesa per un nuovo cuore compatibile. È ricoverato da circa 50 giorni e il prolungarsi dell’attesa sta iniziando a compromettere anche altri organi. L’ipotesi di un trasferimento del bambino in un altro ospedale, come il Bambino Gesù di Roma, è stata valutata ma accantonata quasi immediatamente, per ragioni cliniche e di stabilità del paziente.
Nel frattempo, la direzione dell’ospedale Monaldi ha disposto la sospensione cautelativa dall’attività trapiantologica di due chirurghi coinvolti, il primario e un assistente. È una misura adottata per tutelare i pazienti e fare chiarezza sulle falle del sistema, senza compromettere un’attività che negli ultimi anni ha portato il centro napoletano a essere tra i migliori d’Italia nei trapianti di cuore, con una sopravvivenza a un anno del 90%, contro una media nazionale del 75%. Al momento, nessun trapianto pediatrico potrà essere effettuato nella struttura. Scontata, se non già avvenuta, l’iscrizione nel registro degli indagati.
L’Azienda sanitaria dell’Alto Adige nei giorni scorsi aveva precisato che la responsabilità della corretta conservazione e del trasporto dell’organo ricade sull’équipe del centro trapianti ricevente, assicurando la massima collaborazione con le autorità giudiziarie. Anche la Procura di Bolzano ha aperto un’indagine. Mentre le inchieste, due penali e una interna, cercano di stabilire responsabilità, resta una certezza: un bambino lotta per la vita, e ogni giorno che passa rende più urgente una risposta, medica e giudiziaria.
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