Il business dei Pokémon

  • Postato il 10 gennaio 2026
  • Di Panorama
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Altro che criptovalute o arte digitale. C’è un investimento che in questi anni ha reso più di Wall Street. Si tratta delle carte Pokémon che dal 2004 a oggi hanno registrato una crescita di quasi il 4 mila per cento pur non essendo quotate e non staccando dividendi. Alcune, comprate 20 anni fa per pochi dollari, oggi hanno raggiunto lo stesso valore di un attico in una grande città o di un’auto di lusso. E per questo un collezionista professionista parlando al Times ha detto che sono l’equivalente dell’arte moderna.

L’economia dei Pokémon è un business multi-miliardario che si basa su tantissimi prodotti. Oltre alle carte collezionabili, infatti, ci sono i videogiochi, i campionati mondiali, il merchandising, i media e le app. In termini economici, è un ecosistema  che vale più di quelli di Harry Potter e Star Wars messi insieme. Nel solo 2024, il marchio ha generato oltre 12 miliardi di dollari di ricavi al dettaglio, classificandosi tra i licensor più potenti al mondo. Il settore delle carte ha superato i 75 miliardi di esemplari stampati dal 1996, con un mercato che continua a espandersi.

E pensare che tutto ha avuto origine per caso, all’inizio degli anni Novanta, dalla passione di un designer di videogiochi giapponese,  Satoshi Tajiri, per gli insetti coloratissimi dalle forme bizzarre e dal ricordo di quando da bambino amava catturarli nelle periferie rurali di Tokyo (un hobby molto diffuso in Giappone) per poi barattarli con gli amici.

Nel 1991, vedendo due bambini giocare a Tetris sul Game Boy, Tajiri ha l’intuizione di creare un gioco in cui si possano catturare, collezionare e scambiare creature fantastiche attraverso il cavo di collegamento tra consolle, proprio come se gli insetti si spostassero. Di lì la nascita della software house Game Freak e lo sviluppo del progetto con l’amico illustratore Ken Sugimori, che disegnò i primi Pokémon, incluso Pikachu.

Ma come mai un nome così strano? Pokémon deriva dall’unione delle parole “pocket” e “monster”, che significa “mostri tascabili”, cioè creature che si possono portare sempre con sé, diventando così degli amici inseparabili. I primi due videogiochi, “Pocket Monsters Rosso” e “Pocket Monsters Verde”, furono pubblicati in Giappone nel febbraio 1996 e successivamente rilasciati in occidente come “Pokémon Versione Rossa” e “Pokémon Versione Blu”.

Al Times, Tajiri – descritto come «eccentrico e solitario» – raccontò nel lontano 1999 che «i ragazzi non hanno molto tempo per rilassarsi.  Ho pensato quindi a un gioco che li aiutasse a pensare ad altro durante quelle pause di cinque o dieci minuti». C’è anche chi ritiene che oltre a questioni estetiche e narrative, i Pokémon hanno avuto così tanto successo perché sbucarono fuori nel periodo noto come “il decennio perduto”, cioè gli anni successivi alla grande crisi finanziaria che colpì il Giappone nel 1991, in cui si persero molte certezze. E, tra le altre cose, ci si rifugiò in quello che si chiama “iyashi”, cioè un tipo di intrattenimento fatto di “anime”, manga, musiche e letteratura dall’effetto rilassante e confortante. Questo portò a un grande interesse per i prodotti commerciali come i “robot da compagnia” Paro e Aibo, come il Tamagotchi e, appunto, i Pokémon. Anche loro, infatti, erano dei “compagni virtuali”.

E diventano un fenomeno capace di produrre personaggi che vivono in un universo in continua espansione grazie a un numero inesauribile di storie, oggetti e gadget che coprono le più disparate nicchie di mercato, dai videogiochi alle carte da collezione, ai film, ai giocattoli, all’abbigliamento e alle app. Prodotti adatti a ogni tipo di pubblico, indipendentemente dall’età, un intrattenimento fruibile in ogni momento.

Le carte del brand hanno generato negli anni un mercato da miliardi di dollari, con collezionisti disposti a pagare cifre folli per aggiudicarsi gli esemplari più rari. Tra questi la carta di maggior valore è l’Illustrator Pikachu, la cui rarità – ne esistono pochissime copie nel mondo, meno di 20 – ne ha fatto schizzare il prezzo. Un esemplare del 1998 è stato acquistato nel 2021, a ridosso della pandemia, alla cifra record di 5,3 milioni di dollari, dallo youtuber statunitense Logan Paul. Più recentemente un’altra copia è stata battuta all’asta per 4 milioni di dollari, confermando che si tratta del “sacro Graal” del marchio .

Il mercato delle carte Pokémon, infatti, è in continuo fermento al punto che esistono anche applicazioni, a pagamento, che ne monitorano il valore come se fossero azioni di società quotate in Borsa. Il business ha stimolato la nascita di una schiera di influencer che danno consigli sugli acquisti con migliori possibilità di guadagno, mentre sul mercato si sono diffuse le figure dei bagarini che fatto incetta di prodotti per poi rivenderli a prezzi doppi o tripli.

E dove girano i soldi ci sono anche storie incredibili di repentini arricchimenti e altrettante di truffe e rapine.

Il sito Roma Today riferisce il successo eclatante di due giovanissimi imprenditori di Nettuno, Alessandro Ludovisi e Nicholas Pirone che, insieme allo youtuber CiccioGamer89, hanno trasformato la loro passione in un’attività, arrivando a fatturare un milione di euro vendendo le carte più rare.

C’è poi la storia di Federic95ita, al secolo Federico Profaizer, che è arrivato a gestire un giro d’affari milionario quando non era nemmeno trentenne. Che cosa le rende preziose lo spiega così: «Sono importanti lo stato di conservazione e l’edizione, ma quello che fa davvero la differenza è la lingua. Generalmente le carte giapponesi sono le più pregiate. Anche eventuali errori di stampa  influiscono sulla quotazione in quanto conferiscono unicità». Questi esemplari possono arrivare a valere 500 mila euro.

Per impossessarsi dei pezzi più pregiati, c’è chi è pronto a impugnare la pistola. A ottobre scorso, le cronache hanno riportato la vicenda di un trentenne, a Latina, che ha gambizzato un coetaneo, convinto che gli avesse sottratto delle carte di inestimabile valore. Il collezionista è stato trasportato d’urgenza in ospedale, mentre l’aggressore si è costituito poche ore dopo ai Carabinieri.

A settembre scorso invece, a Frosinone, un collezionista romano ha subìto il furto di 25 sacchi di carte Pokémon per un valore stimato di 24 mila euro. Avrebbe dovuto essere una tranquilla compravendita tra appassionati, invece i due “acquirenti”, hanno convinto la vittima a caricare le scatole sulla loro auto con la scusa di andare a una ricevitoria per il pagamento online. Poi l’hanno picchiato e si sono dileguati con la collezione, ma i ladri sono stati acciuffati dalla polizia.

È di pochi giorni fa, poi, il fermo allo scalo di Linate di un “mulo dei Pokémon”, un ventenne italiano che contrabbandava dal Giappone oltre 20 mila carte da collezione (alcune delle quali ancora non dispobibili in Europa). Fermato dalla Agenzia delle dogane, ora rischia una multa fino a 22 mila euro.

In Giappone, le carte con i mostri sono entrate anche nel giro della criminalità che ha iniziato usarle per riciclare denaro. E la ricerca del soggetto più raro spinge talvolta a compiere azioni estreme. A Tokyo, nel 2023, quattro persone sono state arrestate per aver rubato circa 400 carte da un negozio sfondando l’entrata con un piede di porco. Negli Stati Uniti, in California, a giugno scorso, una rissa tra collezionisti in fila per una nuova uscita di carte, è degenerata in un accoltellamento.

Ma il fenomeno Pokémon è solo la punta dell’iceberg di un certo tipo di collezionismo sempre più diffuso. Secondo una ricerca di Skuola.net e Topps, uno studente su sette in Italia compra regolarmente card collezionabili. Il 35 per cento lo fa come investimento. Spesa media? 350 euro all’anno, con punte che superano i 1.000 tra gli “esperti”. È un mercato trasversale, che unisce ventenni e cinquantenni, nerd e manager, padri e figli.

Quindi non chiamatele carte. Oggi, ogni bustina può nascondere un tesoro.

Autore
Panorama

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