I sistemi elettorali italiani dall’onorevole Angelina a Giorgia Meloni
- Postato il 24 maggio 2026
- Politica
- Di Blitz
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Uno dei più bei film del nostro dopoguerra interpretato dal premio Oscar Anna Magnani, è “L’onorevole Angelina”, un’analfabeta portavoce delle donne di un quartiere romano, tentata dalla carriera politica. Se dovessi concepire un sito “social” di sicuro successo, lo chiamerei “onorevole Angelina”, un sito destinato ai numerosi follower che disdegnano qualunque collocazione ideologica, non hanno mai svolto una professione né ricoperto ruoli di responsabilità, allo scopo di candidarli alle elezioni politiche. Anche il possesso di un minimo bagaglio culturale dovrebbe essere considerato sospetto. Un risultato non secondario sarebbe quello di ridimensionare il business dei dossier gestiti dagli spioni informatici e dai giornalisti d’inchiesta: si rafforzerebbe così la credibilità del nostro paese all’estero. Gli uomini in grado di resistere ai “patiboli mediatici” sono solamente quelli senza un “passato”. Mi direte, non stai scoprendo qualcosa di nuovo, ci ha già pensato Beppe Grillo a ideare un “movimento”, dove “uno vale uno”. Invece no, il comico ammetteva anche laureati, professionisti, ex magistrati e i riciclati da vecchi partiti.
L’ideale dell’uomo della strada che diventa legislatore o statista è tipico delle Rivoluzioni. Le Nazioni attraversano il periodo dello “stato nascente” durante il quale prevalgono valori e aspirazioni ideali e altri successivi legati agli interessi, fino al definitivo trionfo del denaro e delle burocrazie. Il mondo moderno appartiene agli “specializzati”: i principianti non hanno spazio in ogni settore e livello di attività, dall’operaio, al professionista, al docente. Non è questione di “ideologie”: i dirigenti più preparati della nostra Repubblica sono stati espressi dalla classe operaia, che si era formata sul campo e organizzava scuole come le “Frattocchie”, l’istituto di formazione del Partito Comunista Italiano.
La Costituzione italiana non prevede il possesso di titoli di studio ed esperienze per diventare deputati e successivamente ministri, mentre i candidati dello stato socialista cinese devono possedere un curriculum. La selezione dei migliori in politica dipende in gran parte dalla legge elettorale, che dev’essere comprensibile a tutti. Secondo Voi, quanti possono essere gli italiani in grado di capire le tecniche elettorali sulle quali i due campi, quello largo e quello stretto, si stanno scannando in Parlamento, nelle strade o nelle piazze mediatiche?
L’Italia è il paese europeo che ha cambiato più spesso il sistema elettorale, passando dal proporzionale puro dal 1948 al 1992, fino a sistemi “misti” dal 1993 in poi. Fatti rapidi calcoli, sono giunto alla conclusione che il “Presidenzialismo” voluto dalla Meloni, rispetto ad una popolazione di circa 50 milioni aventi diritto al voto, interessa ottocentomila italiani, un numero che corrisponde grosso modo alle persone che acquistano un “quotidiano” e che non si addormentano sentendo programmi televisivi diversi dalle “telenovele”.
Per quale ragione il nostro popolo non partecipa alla vita politica con l’impegno richiesto da una moderna democrazia, nonostante che il livello medio di maturità, professionalità, genialità, capacità di adattamento degli italiani non sia inferiore a quello dei principali paesi europei?
La prima risposta è: perché gli italiani avvertono di essere presi in giro dalla classe politica di ogni colore. A differenza di quella americana, la nostra Costituzione non ci ha lasciato in eredità un sistema elettorale. I nostri costituenti avevano affrontato l’argomento ritenendo di lasciare ai partiti, il compito di provvedervi. Tuttavia, essi ritenevano che il sistema più democratico fosse il “proporzionale puro”. Il sistema uninominale, che prevede il confronto diretto tra candidati e premia i candidati più forti nei singoli collegi era contestato da un antifascista come Piero Gobetti, che così lo definiva: “Quello più accessibile ai contadini, alieni dal partecipare alla vita dello stato, paghi di eleggere il deputato, incapaci di controllarlo. Al contrario, la proporzionale obbliga gli individui a battersi per un’idea, vuole che gli interessi si organizzino, che l’economia sia elaborata dalla politica”.
Il premio di maggioranza, che consiste nel diritto di una “minoranza” di formare il governo sulla base di una quota percentuale del consenso popolare inferiore al 51% è un’invenzione del fascismo e quando De Gasperi l’aveva proposto, il partito comunista insorse bollandolo con l’epiteto di “legge truffa”.
La discussione sulle liste “bloccate” ha del surreale. Nessuno ricorda che la prassi di scegliere l’ordine delle liste da parte delle Segreterie di partito deriva dalla “giurisprudenza” della Magistratura che voleva limitare i voti di scambio mafiosi. La riforma proposta dalla Meloni non è frutto di elevate considerazioni tecniche ma dipende dai “sondaggi” che prevedono un pareggio con l’attuale sistema elettorale.
Lo “Stabilicum”, si basa un sistema proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione che supera il 40% dei voti, con 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Non ci saranno più preferenze e si prevede un ballottaggio qualora le coalizioni ottengano tra il 35 e il 40 per cento dei voti.
Il campo largo contesta il progetto, ma le “coalizioni” sono state introdotte con il “Rosatellum”, approvato in via definitiva al Senato il 26 ottobre 2017 con il voto favorevole del Partito Democratico, Forza Italia, Lega Nord e altre formazioni minori. Ci avevano detto che introducendo le coalizioni “preventive” il giorno dopo le elezioni gli italiani avrebbero avuto un governo inamovibile per cinque anni: basta con i cambi di maglietta, i ricatti delle formazioni minori, i compromessi al ribasso.
Oggi sappiamo che quell’esperienza non ha garantito la stabilità governativa perché le risse si sono semplicemente spostate al dopo voto. Un paese deve difendersi dal diffuso costume dei gruppi condizionanti, che mirano a essere sempre centrali per funzionare come ago della bilancia. I gruppi “transfughi” come quelli che fanno capo a Renzi, Calenda o Vannacci, costituiscono il vulnus della nostra democrazia. Se metti una soglia del 5%, come è previsto in Europa, per cui un partito che prende di meno non entra nel parlamento, lo stesso principio di esclusione deve valere anche per le formazioni che si “distaccano” dopo le elezioni. Certo, ciascun eletto non ha il “vincolo di mandato” e può passare ad altri gruppi parlamentari. Altra cosa è costituirsi in un nuovo “partito” che non mai ricevuto il 3 consenso diretto degli elettori.
Dovrebbe esistere un patto d’onore tra i partiti maggiori: escludere dal governo gli esponenti dei partiti transfughi. In Italia, esistono solo due partiti: quello che rispetta i vincoli di bilancio e il partito che non ha limiti di “spesa”. Quest’ultimo è più forte perché dà l’impressione che sia un diritto del cittadino ricevere contributi pubblici in economia, nella salute, e nei mille settori in cui si divide una società civile.
Quando Giuseppe Conte chiede e ottiene il reddito di cittadinanza e soldi pubblici a vantaggio di proprietari di case, spende i soldi delle future generazioni.
Il sistema parlamentare non è concepibile senza partiti organizzati, rispondenti alla seguente condizione preliminare: non vi è stabilità politica senza un minimo di “moralità”. Questo minimo di moralità consiste nel proibire l’opposizione “sistematica” dei partiti che accettano il sistema, le leggi, la costituzione e tutta la struttura politica dello Stato. Pur avendo il diritto di criticare il governo, una opposizione non deve tuttavia combattere quei provvedimenti governativi che essa stessa proporrebbe se fosse al potere. Ad esempio, un partito che ha espresso come ministro degli interni l’on. Minniti, non può contestare in toto la politica sull’immigrazione voluta dalla Meloni.
È immorale un partito che attacca il governo perché aumenta il costo dell’energia dovuto alla guerra iraniana e attribuisce alla Meloni la responsabilità degli accordi europei per la fornitura del gas da parte della Russia.
Una volta c’era l’internazionale comunista ormai morta, oggi resiste l’internazionale “democratica” dei partiti europei che non accettano i governi americani guidati da presidenti repubblicani. Una proposta utile per gli elettori, sarebbe quella di introdurre l’obbligo di indicare i nominativi della squadra di governo prima del voto, soprattutto per garantire dirigenti adeguati e ridurre il rischio di successiva nomina dei galoppini fedeli.
I ministri capaci devono essere considerati tali anche dalle opposizioni e non devono essere infilati nel tritacarne mediatico. Come affermò Winston Churchill in occasione della nomina di un socialista a ministro dell’economia: “È un conforto sapere che i nostri affari sono trattati da un uomo di prim’ordine”.
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